Dopo l’attentato di Berlino, la compagine di commercianti che ha organizzato di recente la Gay Street di Palermo ha inviato un comunicato al Comune chiedendo di vietare l’accesso alla via a chi indossa il burqa, per ragioni di sicurezza. La richiesta collega esplicitamente la presenza di donne musulmane con il volto coperto nel centro storico della città all’attacco al Christopher Street Day, che sarebbe stato compiuto da Abdul Ballout, 21enne ucciso dalla polizia, che parrebbe legato al fondamentalismo religioso radicalizzato e al terrorismo dell’ISIS.

Scrivono i commercianti della gay street palermitana nel comunicato:

La Gay Street di Palermo chiede al Comune di vietare l’ accesso alla Gay Street da parte di chi indossa il Burqa per questioni di sicurezza! Palermo e’ pieno di donne con il volto coperto, coprirsi il volto in Italia e’ vietato dalla legge, non capiamo perche’ alle donne musulmane questo debba essere concesso! La sicurezza dei cittadini viene prima di ogni culto religioso!

Il nesso tra i due elementi non è di natura fattuale. L’attentatore di Berlino era un uomo, non ci sono donne coinvolte nella dinamica dell’attacco, e nessuna fonte finora ha stabilito un collegamento tra il velo integrale e la preparazione di atti terroristici. Il comunicato dei commercianti della Gay Street palermitana propongono quindi una misura rivolta a un gruppo di persone, le donne che indossano burqa o niqab, sulla base di un episodio a cui quel gruppo non risulta legato.

In Italia il divieto di coprire il volto in luoghi pubblici esiste già, previsto da normative sull’ordine pubblico applicabili sull’intero territorio nazionale. La richiesta dei commercianti della gay street palermitana è dunque uno strumento di propaganda. Pochi giorni va gli stessi avevano accolto insieme al resto della città le migliaia di ospiti della crociera gay che era stata respinta da Egitto e Turchia, due paesi di religione musulmana.

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In Italia, a quanto risulti, non è mai stato concepito uno strumento da attivare in una specifica strada, in risposta a un fatto di cronaca avvenuto in un altro Paese. Introdurre un divieto mirato solleva quindi una domanda preliminare: quale sarebbe la base giuridica per una misura del genere, distinta da quella già vigente per l’ordine pubblico generale? Nessuna.

Il meccanismo di propaganda che in queste ore dopo l’attentato e l’uccisione del presunto responsabile indiziato di essere un terrorista ISIS, sta gettando benzina sul fuoco dell’islamofobia. Oscar Innaurato, attivista queer di Monza Brianza, sui social ha parlato di “fallacia della generalizzazione indebita“. È una tecnica di propaganda che fa leva sulle reazioni emotive di pancia: se una persona bianca cis etero ruba, automaticamente si additano tutte le persone bianche cis etero come ladri. E se un ragazzo appartenente al terrorirismo fondamentalista religioso islamista compie una tentata strage uccidendo una persona, tutte le persone musulmanete diventano pericolose e alle donne va esplicitamente vietato il burqa.

 

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C’è un altro aspetto da considerare. La richiesta di un divieto selettivo interroga la storia delle rivendicazioni LGBTIAQ+, spesso rivolte contro normative che regolano l’abbigliamento o l’aspetto delle persone in spazi pubblici, in nome della sicurezza o del decoro. Se un Comune accettasse di vietare un capo di abbigliamento religioso in una via specifica per ragioni di sicurezza collettiva, resterebbe da stabilire quale principio impedirebbe, in futuro, l’uso dello stesso argomento contro altri gruppi, incluse le persone LGBTIAQ+ stesse.

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