A caccia di “Alegria” sulla croisette

Applaudita alla Quinzaine un'eccentrica fiaba animista brasiliana, "A Alegria" di Felipe Bragança e Marina Meliande. Fischi per il mediocre dramma sperimentale "Rebecca H." firmato da Lodge Kerrigan.

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Cannes – Angoscia, disperazione, tetraggine prevalgono in un concorso di livello medio-basso che non sembra rivelare grandi sorprese. Persino Ken Loach firma un discreto thriller un po’ televisivo, senza speranza, Route Irish, sulla vendetta efferata e anche masochista di un soldato inglese, Fergus (Mark Womack) il cui miglior amico viene ammazzato sulla strada del titolo, la più pericolosa del mondo, che unisce l’aeroporto di Bagdad alla famigerata Green Zone.

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Ci spostiamo quindi al Palais Stéphanie per assistere alla proiezione ufficiale di A Alegria, un’eccentrica fiaba animista brasiliana diretta da Felipe Bragança e Marina Meliande. In sala è presente l’intera équipe del film, composta prevalentemente da giovani e giovanissimi, tra cui spicca la sedicenne protagonista esordiente, Tainá Medina, travolta dagli applausi all’accendersi delle luci in sala. Nel film interpreta Luiza, la carismatica leader di un gruppo di adolescenti ribelli a scuola e manifestanti in piazza. Pur predicando la fine del mondo imminente, lo slogan dell’energica e accentrante Luiza è L’allegria è la mia politica. Suo cugino João viene ucciso a colpi di pistola nella povera e boscosa periferia di Rio punteggiata dalle umili favelas e riappare a casa sua in forma di fantasma, con un colorato abito tradizionale a balze, per poi insediarsi in un garage dove cerca di aggiustare una vecchia automobile. Nel frattempo Luiza farà misteriosi incontri tra cui una sorta di mostro della laguna che cerca di portarla via con sé in alto mare ma verrà salvata dai suoi amici per poi trasformarsi in una sorta di entità misterica in grado di attraversare i muri sotto forma di lampo di luce rossa. Tra i ragazzi del giro di Luiza c’è anche un personaggio gay con ciuffone biondo, poco approfondito, che a una festa riesce a sedurre un coetaneo di colore.

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Girato con pochi mezzi e un basso budget, in video trasposto su pellicola a 35 mm, ma mettendo a frutto una certa inventiva surreale, A Alegria dimostra ancora una volta la vitalità del cinema che in questo periodo è il più propositivo del mondo, quello sudamericano, in grado di restituire sul grande schermo il fascino di certi riti apotropaici reinterpretandoli alla luce della modernità e con un notevole senso del paesaggio naturale (A Alegria sembra una sorta di Festa da meninha morta in chiave urbana e giovanilista).

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Un accenno lesbico si è visto nel mediocre dramma sperimentale Rebecca H. – Return to the dogs di Lodge Kerrigan sul naufragio di un film su Grace Slick, storica voce dei Jefferson Airplane, dovuto al fatto che la protagonista interpretata da Géraldine Pailhas, rinuncia alla parte perché incinta e poi viene violentata e trucidata (si gioca sulla commistione di realtà e rappresentazione). A un certo punto la Pailhas dice di avere una fidanzata che le presta solitamente un appartamento a Cannes ma non se ne sa nulla di più. Rebecca H. dura 75 minuti e per almeno mezz’ora si vede lei inquadrata di spalle, ad altezza nuca come nei film dei Dardenne, vagare per le strade di Parigi oppure farsi un bagno in piscina e in un laghetto. Lo smarrimento spiazzante che si vuole trasmettere sembra quello del regista impossibilitato (per mancanza di soldi? D’ispirazione? Di un’altra protagonista?) a realizzare il film che desiderava e di cui resta qualche traccia nella scena metacinematografica in cui lo si vede fare tre ciak pressoché identici di un interno con un dialogo tra la Pailhas e Pascal Gréggory in cui lei rivela il motivo per cui non può portare avanti il progetto. Brutto cinema fintamente d’autore, ombelicale e sterile, giustamente fischiato.

di Roberto Schinardi – da Cannes

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