Dal carcere di San Vittore, Alessia Pifferi – la donna condannata all’ergastolo per la morte della figlia Diana, abbandonata per giorni nella sua casa quando aveva solo 18 mesi – ha annunciato di voler sposare la sua compagna di cella. “La chiama già moglie”, avrebbe confermato il suo avvocato. Un gesto che per alcuni potrebbe essere letto come espressione di un nuovo affetto, ma che per molti solleva dubbi sulla reale natura di questa relazione, soprattutto nel contesto di un processo d’appello ancora in corso.

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Alessia Pifferi vuole sposare la compagna di cella
La volontà di Alessia Pifferi di sposare la compagna di cella, secondo il quotidiano Il Giorno era trapelata già nei mesi scorsi, precisamente lo scorso 14 febbraio, in occasione di San Valentino. Adesso però, è tornata nuovamente centrale, in quanto ribadita nel corso dell’udienza dei giorni scorsi, in occasione del processo d’Appello.
Pifferi si sarebbe dichiarata innamoratissima della sua compagna di cella, al punto tale da chiamarla già “moglie”. Tuttavia, secondo alcuni, si tratterebbe di una nuova forma di manipolazione. La donna, stando alle parole della criminologa Roberta Bruzzone, consulente della famiglia Pifferi, parte civile nel procedimento, avrebbe una spiccata “capacità di bilanciamento tra i propri bisogni e quelli degli altri”, scegliendo sempre ciò che le consente di ottenere un vantaggio emotivo o pratico.
In questa prospettiva, l’annunciata unione civile, potrebbe essere letto come un gesto calcolato, funzionale a costruire l’immagine di una donna fragile, bisognosa d’amore e quindi meno responsabile delle proprie azioni.
Le parole dell’avvocata Alessia Pontenani
L’avvocata Alessia Pontenani aveva confermato la notizia già nei mesi scorsi, spiegando che la sua assistita le avrebbe chiesto di fare da testimone di nozze. Nella stessa occasione aveva anche annunciato la richiesta di una nuova perizia psichiatrica per valutare le condizioni di Alessia Pifferi. I risultati, completati lo scorso agosto, sono stati nuovamente richiamati in aula durante il processo d’Appello, nell’udienza dello scorso 22 ottobre.
Ai microfoni dell’agenzia AGTW, lo scorso gennaio aveva dichiarato: “Sinceramente, quello che Alessia Pifferi va a dire alla compagna di cella, io non lo so, può aver detto qualsiasi cosa. So cose incredibili – che non sto qui a ripetere – di quello che accadeva in quella cella, come accade in tutte le celle nelle carceri”.
In vista del processo d’Appello, l’avvocata Pontenani aveva confermato di aver chiesto una nuova perizia. E in merito alla presunta relazione con la compagna di cella, aveva aggiunto: “Adesso pare avere iniziato una relazione affettuosa con una compagna di cella. Però se lei è felice, va bene così, anzi… Adesso pare che sia tranquilla. Forse ha trovato finalmente una persona che le vuole bene, ed è una cosa bella”.
Già allora, era trapelata la notizia della volontà di Alessia Pifferi di sposare la compagna di cella: “Parrebbe che vogliano sposarsi e che io farò da testimone di nozze”, aveva aggiunto ancora l’avvocata.
La perizia: bugiarda, anaffettiva ma lucida
Intanto, nel corso del procedimento, la criminologa Roberta Bruzzone ha tracciato un profilo netto: “È bugiarda compulsiva, psicotica e anaffettiva, ma non incapace d’intendere”. Per la perita, Pifferi non avrebbe mai perso lucidità: “La sua personalità è organizzata intorno a temi ben precisi che ruotano tutti intorno ai suoi bisogni. Gli altri non sono così importanti, nemmeno la bambina”.
Una visione che, se confermata, metterebbe in dubbio qualsiasi tentativo della difesa di dimostrare un’alterazione psichica.
Durante il processo, Pifferi ha spiegato il gesto che portò alla morte della figlia con parole che la stessa criminologa ha definito rivelatrici: “Avevo bisogno di sentirmi donna e non solo mamma”. Una frase che mostra, secondo Bruzzone, la consapevolezza delle proprie scelte e la tendenza a mettere il proprio desiderio al centro, anche a costo della vita della bambina.
Chi è Alessia Pifferi

Alessia Pifferi, nata a Milano nel 1985, è stata condannata all’ergastolo, in primo grado, nel maggio 2024 per l’omicidio della figlia Diana, morta nel luglio 2022 dopo essere stata lasciata sola in casa per sei giorni a soli 18 mesi. Cresciuta nel quartiere di Ponte Lambro, in un contesto familiare difficile, Pifferi ha raccontato di aver vissuto un’infanzia segnata da violenza domestica, trascuratezza e presunti abusi. Dopo aver abbandonato la scuola a 14 anni, ha svolto lavori saltuari come baby-sitter e addetta alle pulizie, prima di trasferirsi a Palermo per un matrimonio breve e travagliato.
Rientrata a Milano, ha vissuto tra precarietà economica e relazioni instabili, spesso conosciute online. Nel 2021 è diventata madre di Diana, nata prematura e mai seguita dai servizi sociali. Secondo le indagini, Pifferi conduceva una vita disordinata, alternando momenti di cura per la figlia a periodi di assenza in cui la lasciava sola per raggiungere uomini conosciuti sul web.
Il caso di cronaca esplose il 20 luglio 2022, quando la donna tornò a casa trovando la bambina senza vita. Le indagini rivelarono che la piccola era morta di fame e disidratazione. Durante il processo, la difesa ha sostenuto che Pifferi fosse affetta da gravi deficit cognitivi e da una fragilità emotiva profonda; per l’accusa, invece, è una donna pienamente lucida, manipolatoria e centrata su sé stessa.
Oggi, mentre il processo d’appello è ancora in corso, Alessia Pifferi resta una figura complessa e controversa: per alcuni una donna disturbata e incapace di affrontare la maternità, per altri una persona perfettamente consapevole delle proprie azioni, capace di calcolare ogni gesto anche dietro le sbarre.
Tra processo e presunta strategia
Nell’aula del tribunale di Milano, lo scorso 22 ottobre Pifferi è apparsa accanto alla sua avvocata, Alessia Pontenani, mentre le perizie confermano la sua lucidità al momento dei fatti. La presunta unione con la compagna di cella, in questo scenario, appare come un tassello in più in una vicenda già segnata da ambiguità e strategie difensive.
Per ora, la volontà di sposarsi resta un annuncio, dato in pasto alla stampa e tornato centrale anche nel corso del processo, ma il dubbio rimane: si tratta di un vero sentimento nato in carcere o dell’ennesima mossa per costruire una nuova immagine di sé agli occhi della giustizia?

