Il Budapest Pride del 28 giugno scorso è stato il più partecipato della storia ungherese: quasi 300.000 persone hanno sfilato sfidando apertamente la legge voluta dal governo di Viktor Orbán che vieta le manifestazioni LGBTQIA+. A guidare quella marcia c’era anche il sindaco di Budapest, Gergely Karácsony. Una scelta che ora ha un prezzo politico e giudiziario. La procura ha formalizzato l’incriminazione del primo cittadino, accusato di aver organizzato e promosso una manifestazione vietata, proponendo una multa con rito abbreviato, senza processo.
Niente carcere, ma un precedente gravissimo: per la prima volta nell’Unione europea un sindaco eletto viene perseguito per aver difeso il diritto di manifestare.
Europa Radicale e Certi Diritti denunciano il caso come un attacco allo Stato di diritto e chiedono all’UE di intervenire con strumenti giuridici e politici già disponibili. Ne parliamo con Federica Valcauda, di Europa Radicale.
Cosa ci dice di urgente l’incriminazione del sindaco Karácsony?
Federica Valcauda – Europa Radicale: Ci dice una cosa molto semplice e molto grave: non si sta colpendo “un evento”, si sta colpendo un’istituzione democratica. Se un sindaco eletto viene perseguito per aver tutelato una manifestazione pacifica, il messaggio a tutta la società è “non provateci”. È un salto di qualità: dalla propaganda anti-LGBT alla criminalizzazione della tutela dei diritti fondamentali (riunione, espressione, uguaglianza). In questo senso, il caso Karácsony è un “test” sullo Stato di diritto in Ungheria e sulla credibilità dell’UE.
Rafforzare la procedura d’infrazione ex art. 258 TFUE: quale organo e quale procedura istituzionale?
Federica Valcauda – Europa Radicale: L’organo è la Commissione europea. Nel caso della normativa ungherese, parliamo della legge anti-LGBT ungherese del 2021: il contenzioso è pendente di fronte alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Noi chiediamo di portare nuovi elementi fattuali sull’uso repressivo della normativa (come il caso Karácsony e il divieto dei Pride) per dimostrare l’impatto reale e sistemico. L’incriminazione del sindaco di Budapest diventa quindi una prova dell’applicazione repressiva della legge, non un episodio isolato.
La Commissione Von der Leyen cosa può fare oggi?
La Commissione ha già portato la legge ungherese del 2021 davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, quindi oggi non si tratta di “aprire” una causa, ma di rafforzarla.
Sul fronte dell’articolo 258 TFUE, la Commissione può e deve insistere con una linea dura e documentata, integrando il procedimento in corso con nuovi elementi che dimostrino come quella normativa venga applicata in modo repressivo: dal divieto dei Pride fino all’incriminazione di un sindaco eletto per aver difeso il diritto di manifestare.
“Il veto nel Consiglio è sempre lì”: vale anche per il congelamento dei fondi UE?
Nel meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto (Regolamento 2020/2092) la Commissione propone e il Consiglio decide a maggioranza qualificata. In questo caso siamo fuori dal sistema dei veti.
Questo non significa che sia una misura facile politicamente, ma si può fare. Certamente molto dipenderà anche dall’evoluzione del quadro interno ungherese e dall’esito delle prossime elezioni: se Orbán perderà definitivamente il suo potere.
Cosa può fare concretamente la società civile europea, oltre la solidarietà simbolica?
Un passo è stato fatto: eravamo a Budapest un anno fa e siamo stati presenti anche nelle piazze italiane. Credo che la solidarietà al Budapest Pride debba arrivare da tutti i Paesi europei: questo significa, ad esempio, lasciare spazio e visibilità al Budapest Pride anche nei Pride italiani.
Inoltre dobbiamo continuare a monitorare e studiare ciò che ci dicono le ONG: ogni sanzione, ogni indagine, ogni processo deve diventare un fatto politico europeo, non una questione locale.
Noi continuiamo intanto a chiedere a Giorgia Meloni, anche a distanza di un anno, di prendere una posizione chiara contro questa legge.
