Il ritrovamento del corpo di una 48enne transgender, sex worker di origini peruviane, a Castel Porziano, Ostia, getta nuovamente un’ombra scura su una zona già teatro di attività criminali e di frequenti aggressioni. Il cadavere, in avanzato stato di decomposizione, è stato rinvenuto da una conoscente della vittima, anch’essa transgender e di origine peruviana. La scoperta è avvenuta poco prima di mezzogiorno nel cuore della pineta di Castel Porziano tra l’Infernetto e Ostia, all’interno di una fitta macchia di vegetazione.
I carabinieri, immediatamente intervenuti sul posto, hanno avviato le indagini concentrandosi su due principali piste: il racket del sex work illegale e il traffico di sostanze stupefacenti. La presenza di gruppi organizzati che sfruttano la vulnerabilità delle sex worker, spesso immigrate e senza permesso di soggiorno, rende infatti questo quartiere un epicentro di violenze e abusi.
Il corpo della vittima non presenta evidenti segni di violenza a un primo esame esterno. Tuttavia, il pubblico ministero ha disposto un esame autoptico presso l’Istituto di Medicina Legale del Policlinico Universitario di Roma Tor Vergata per determinare le cause della morte. I rilevamenti saranno fondamentali per stabilire se la donna è stata vittima di un omicidio o se la sua morte è stata causata da altre circostanze.
Gli investigatori stanno ora cercando di raccogliere testimonianze dalle altre conoscenti della donna che frequentano l’area, per capire se la vittima abbia avuto incontri particolari o se abbia mostrato segni di preoccupazione o paura nei giorni antecedenti la sua scomparsa. L’obiettivo delle forze dell’ordine è ora quello di ricostruire gli ultimi momenti di vita della vittima – di cui non si avevano notizie già da una decina di giorni – in attesa dei risultati dell’autopsia.
Castel Porziano è una zona notoriamente insicura e degradata, priva di telecamere di sorveglianza, dove gli episodi di violenza non sono rari. Già una decina di anni fa, la zona era stata al centro di operazioni di polizia che avevano portato all’arresto di tre uomini accusati di appiccare incendi per intimidire le sex worker e costringerle a rivolgersi a un gruppo di protettori.
Durante la pandemia, la via del Lido di Castel Porziano ospitava piccole baracche costruite abusivamente dove le sex worker ricevevano i clienti lontane da occhi indiscreti, situazione che ha contribuito a esacerbare le condizioni di precarietà e pericolo di donne spesso costrette a lavorare in luoghi isolati e insicuri per sfuggire ai controlli delle autorità o alle intimidazioni dei gruppi criminali.
