Cantoscena canta “Aprimi il c*lo”: cervelli sfondati dall’intelligenza artificiale

C'è anche il brano "Il sapore del tuo seme", laddove un tempo quello era sapore di sale, che hai sulla pelle. E sulle labbra.

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Cantoscena, etichetta che pubblica brani creati con intelligenza artificiale: nostalgici, con versi provocatori che un tempo sarebbero stati censurati ovunque.
Cantoscena, etichetta che pubblica brani creati con intelligenza artificiale: nostalgici, con versi provocatori che un tempo sarebbero stati censurati ovunque.
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Ci sono mondi che non sono mai esistiti eppure li ricordiamo con una nostalgia autentica. È il trucco più antico del teatro: dare al pubblico un passato che non ha vissuto. Cantoscena, con le sue cantanti mai nate, ne è la prova. Vera Luna, Rossella, GinaGocci: nomi che odorano di vinile e camerini fumosi, di censura sessuale e ministeri della Buoncostume. Peccato siano puro artificio, voci sintetiche travestite da reliquie d’archivio. Brani come “Aprimi il cu*o fabbricano il mito di un’Italia che avrebbe tremato per una strofa sboccata, come se qualcuno l’avesse davvero tentata a Sanremo, con giurie in perizoma morale a brandire la matita rossa. C’è anche un altro brano, “Il sapore del tuo seme“, che ricorda un po’ Sapore di sale, che hai sulla pelle e sulle labbra.


Un tempo le fantasie erotiche dovevano fare dei giri immensi per superare le barriere della censura. Ora tutto è possibile, ma chissà come se la passerà la nostra libido tra quale anno.Ovvio, si tratta di un gioco scoperto, volutamente kitsch, eppure rivelatore: la macchina crea una memoria collettiva che non c’è mai stata. Lo stesso meccanismo – meno dichiarato – l’abbiamo visto con Grose, autrice di Gay, “Allora dillo che sei gay, eccetera“, hit da centomila ascolti e produzione in parte con IA. Lei dice che è “un messaggio d’amore verso chi lotta con la propria identità”, ma la domanda resta: stiamo ascoltando la sua voce o un’eco di laboratorio? E soprattutto: fa differenza?

Era sbocciato un fior fior di polemica intorno a Grose, ma forse – come per tutte le innovazioni epocali – anche per l’intelligenza artificiale nella musica, c’è un po’ da distinguere chi la usi e come la usi.


Come ha ricordato Sara Penelope Robin, pioniera della musica IA, “il problema non è tanto che le macchine si stiano sempre più umanizzando, ma che l’umanità tenda sempre più a robotizzarsi”. Cantoscena lo ammette: è finzione. Grose lo precisa, ma dopo polemiche e rettifiche. In entrambi i casi, la seduzione è identica: un’illusione così ben confezionata da sembrare parte del nostro inconscio musicale, come se l’avessimo sempre saputa, canticchiata di nascosto per non farci sentire.Su Youtube le didascalia dei brani sono deliziose. Storie inventate tutte da gustare, nelle quali si immagina che i brani siano stati sul punto di essere pubblicati in passato, salvo poi finire bloccati dalla censura o da altri imprevisti. Per esempio si racconta che…

Nell’estate 1985, alcuni vinili anonimi con ‘Il sapore del tuo seme’ circolarono sulla riviera romagnola: un’operazione di marketing per lanciarne la pubblicazione. Il brano, eurodance esplicito e orecchiabile, fu però subito bloccato da censura e major, con sequestri lampo. L’autrice Rossella, ritirata a vita privata, rivelò anni dopo che il testo era autobiografico.

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Invece per “Aprimi il c*lo” la didascalia racconta che, per inaugurare il catalogo di Cantoscena, è stato scelto un brano considerato il più audace e rappresentativo di Vera Luna, cantante trevigiana attiva negli anni ’60-’70, nota per tecnica vocale, testi provocatori e lirismo erotico. Registrato nel 1967, fu subito censurato e mai distribuito. Il testo divise il movimento tra fautori di toni più “soft” e sostenitori di una libertà artistica radicale, alla fine vincente.Ecco un altro talento dell’IA: non inventare il futuro, ma fabbricare il passato. Dischiudere pulsioni remote, seppellite nella nostra coscienza collettiva imprigionata tra le maglie di mamma Chiesa di Roma.
Dare corpo a fantasie che forse nessuno ha osato realizzare. Forse esistono davvero – in qualche archivio mentale – uomini e donne che avrebbero voluto portare all’Ariston canzoni oscene, inni alla sessualità cruda, sfidando le telecamere di Stato. Ora la macchina li vendica, ricostruendo ciò che non è mai accaduto ma che, forse, avremmo desiderato. E se si facesse lo stesso anche con altre cose della storia mai accadute?Forse, dopo che l’IA ha aperto i c*li con le sue cantanti fantasma, il passo successivo sarà sfondare i cervelli. Non con la violenza, ma con quella carezza sintetica che ti convince che il ricordo sia tuo, che la canzone l’hai vissuta davvero. E quando la macchina saprà non solo farti cantare ciò che non hai mai sentito, ma anche pensare ciò che non hai mai pensato, allora sì: il vero spettacolo sarà già finito, e noi ci saremo seduti in prima fila senza nemmeno accorgercene. O forse anche noi, non siamo già più noi?

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