Carne e tormento, il dolore di Bacon in mostra a Milano

Da domani a Palazzo Reale, un percorso antologico del grande maestro gay Francis Bacon. Uno degli artisti più apprezzati del '900 torturato da tragiche storie d'amore omosessuale. Fino al 29 giugno.

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È una delle mostre più interessanti dell’anno, e vi consigliamo di segnarvela tra gli appuntamenti con priorità assoluta (sarà comunque visitabile fino al 29 giugno). Si intitola semplicemente Francis Bacon e verrà inaugurata a Palazzo Reale nel capoluogo lombardo – Piazza Duomo 12 – domani alle 18.30, rigorosamente a inviti.

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Si tratta di un’articolato percorso antologico coprodotto da Skira e Arthemisia che ripercorre cinquant’anni di carriera del celebre pittore espressionista irlandese (1909 – 1992) attraverso un’approfondita panoramica di una sessantina di opere, fotografie, bozzetti e, per la prima volta, le riproduzioni per immagini del suo ‘maledetto’ atelier londinese adiacente all’appartamento di due stanze dove visse per più di trent’anni al numero 7 di Reeve Mews, a South Kensington, definito da lui stesso ‘una topaia’.

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«Sono diventato pittore per essere amato» dichiarò nell’ultima intervista a Franco Giacobetti, due mesi prima di morire, a Madrid, tra le braccia del suo ultimo amante, un banchiere spagnolo. E la vita privata di Bacon non è mai stata scissa dalla sua opera: cacciato di casa a sedici dal padre violento che lo sorprese vestito da donna, si concesse a uomini abbienti tra cui un collega del padre, tale Harbourt-Smith, allenatore di cavalli, per entrare poi nell’ambiente ‘ar(t)istocratico’ parigino e londinese.

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Le sue storie sentimentali sono sempre state travagliate: due storici fidanzati morirono suicidi il giorno prima di due sue grandi retrospettive, alla Tate e al Grand Palais, rispettivamente il pilota Peter Lacy e l’aitante George Dyer, ladruncolo dell’East End. Quest’ultimo fu il grande amore della sua vita, protagonista di una passione torturata e torturante, masochista e crudele, che sconvolse il suo equilibrio psichico e contribuì a tradurre il disagio esistenziale nei suoi celebri ritratti inquieti dalle dominanti scure, scomposti in espressioni quasi horror tendenti allo scioglimento, sagome irregolari di carne sfatta e sofferente, deformata e distorta, in cui l’influenza picassiana è più che evidente («Ho sempre sognato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito», dichiarò prima di morire).

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Esattamente dieci anni fa John Maybury fece un film molto personale, cupo e ribollente, Love is The Devil, che rese in modo magnifico – grazie anche a un’illuminato Derek Jacobi – l’incolmabile disagio esistenziale di Bacon e il suo furore bruciante per l’amato Dyer, di cui si ipotizza che si conobbero quando il ladro si intrufolò nel suo studio dal lucernario per derubarlo (ma forse l’incontro avvenne più prosaicamente in un bar di Soho). Anche uno degli ultimi fidanzati, John Edward, divenuto l’erede di Bacon, era un drop-out emarginato, un barista dislessico incapace di leggere e scrivere, già legato a un altro uomo, un bulletto in odor di criminalità, tale Phil the Till. Alla mostra milanese sarà possibile ammirare gli ultimi trittici dedicati proprio a John Edward, nei quali pare affievolirsi il suo tormento interiore per lasciare spazio alla possibilità di trovare una sorta di pace temporanea.

In un esplicativo epitaffio, Francis Bacon riassume così la sua parabola esistenziale: «La mia vita è stata un disastro. Molte delle persone che ho conosciuto erano ubriache o si sono suicidate e tutti quelli cui mi sono veramente affezionato sono deceduti in una maniera o nell’altra. È solo quando sono morti che si capisce fino in fondo quanto li si amava».

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