Cloud Atlas, avvincente epica multiplot anche queer

Lo spettacolare cinesperimento dei fratelli Wachowski + Tom Tykwer frulla per quasi tre ore sei storie, una delle quali gay, ambientate in sei epoche diverse. Grandi attori ma ambizioni eccessive.

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Sarebbe piaciuto a Georges Perec, geniale scrittore francese maestro della narrativa combinatoria (La vita, istruzioni per l’uso, capolavoro assoluto), il nuovo film dei fratelli Wachowski Cloud Atlas, diretto insieme al tedesco Tom Tykwer, regista di Lola corre. Una sontuosa, epica, scenograficamente spettacolare, visionaria, seria(l)mente avvincente, sofisticata tessitura di sei storie ambientate in altrettante epoche storiche, tratta dal romanzo L’atlante delle nuvole (Frassinelli) dell’inglese David Mitchell che gli autori di Matrix ricevettero da Natalie Portman nel 2005 sul set di V per Vendetta: l’amicizia fra un giovane aristocratico bianco e uno schiavo nero clandestino durante un’attraversata in nave (Il Viaggio nel Pacifico di Adam Ewing, 1839); l’amore soprattutto epistolare tra un copista amanuense che lavora per un compositore omofobo e il suo uomo lontano (Lettere da Zedelghem, 1936); l’inchiesta giornalistica dai risvolti noir su una centrale nucleare non sicura (Half-Lives – Il primo caso di Luisa Rey, 1972); le vicende grottesche di un editore ricattato dai sicari di uno scrittore e recluso in una casa di riposo lager (L’orribile impiccio del Signor Cavendish, 2012); l’odissea di un clone femmina schiava di un sistema totalitario e liberata da un fascinoso ribelle in una Neo Seoul futuristica (La preghiera di Somni~451, 2144); la fuga postapocalittica su un monte sacro di un capraio e una sopravvissuta di una civiltà superiore, minacciati da una tribù cannibale (Sloosha Crossing e tutto il resto, 2321).

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Il filo rosso che accomuna le sei storie assai differenti è il tema della schiavitù foriera di abusi e violenza attraverso il tempo, a cui si contrappone l’umana ricerca di un’agognata libertà e indipendenza ma vuol essere anche un’ambiziosa riflessione filosofica su quanto l’essere umano risulti schiavo di un destino ineluttabile e quanto riesca a modificarlo attraverso il libero arbitrio; le vicende sono intrecciate in maniera più o meno pindarica attraverso elementi ricorrenti quali una curiosa voglia sulla pelle a forma di cometa ma soprattutto dall’interpretazione degli stessi attori principali in più personaggi, anche di sesso diverso, celati sotto un elaborato make-up mascherante: Tom Hanks, Halle Berry, Jim Broadbent, Susan Sarandon, Hugh Grant e Hugo Weaving. Se volete ricostruire il puzzle recitativo di tutti gli interpreti, ricordatevi di rimanere seduti fino alla fine dei titoli di coda a fianco dei quali si rivedono i vari volti con i relativi nomi degli attori.

Nonostante la durata fiume di quasi tre ore, questo cinesperimento multigenere e vagamente multigender abbastanza riuscito, non annoia mai grazie a una tensione sufficientemente elevata e un sofisticato montaggio in cui le scene sono raccordate fra loro attraverso una continuità logico-allusiva delle varie sottotrame (per esempio un personaggio parla metaforicamente di porte aperte e nella scena successiva, in un’altra epoca, un altro personaggio ne apre una).

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Durante la realizzazione durata sette anni con due troupe differenti e altrettanti direttori della fotografia – costato circa cento milioni di dollari, risulta il film indipendente più costoso in assoluto – uno dei due fratelli Wachowski, Larry, ha ultimato il processo di cambiamento di sesso diventando a tutti gli effetti Lana: non si può non pensare al suo contributo di sceneggiatrice nella vicenda del crepuscolare copista gay Roberto tentato dall’idea del suicidio, ben interpretato dall’espressivo Ben Whishaw (anche Lana in gioventù meditò di togliersi la vita) mentre il suo innamorato Rufus ha il volto decisamente british di James D’Arcy. Ma fa storcere un po’ il naso che l’unica storia senza speranza, la più cupa e disperata nonostante un attacco romantico – la prima scena di letto vede tra le lenzuola proprio i due maschi innamorati – sia quella gay, ricalcata su un plot piuttosto classico del cinema queer inglese in costume: intellettuali musicisti il cui amore è contrastato dalle convenzioni antigay. Mentre fa sbellicare l’inflessibile infermiera Noakes che in realtà è Hugo Weaving nella vicenda più leggera e divertente, l’intelligente commedia senile contemporanea con uno strepitoso Jim Broadbent, il quale architetta un’improbabile fuga insieme ad adorabili vecchietti più arzilli che mai.

Un originale film-collage vorticoso, eccessivo, forse prigioniero delle sue ambizioni da “film totale” che vuol troppo raccontare, spiegare, mostrare ma che riesce in più momenti a comunicare un senso di onesta meraviglia per l’affascinante bellezza della molteplicità dell’esistente in cui ‘tutto è connesso’, come insegna la teoria matematica delle catastrofi e il sorprendente principio dei sei gradi di separazione.

Da vedere.

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