Le Teorie Queer di Lorenzo Bernini: cosa sono e quanto ne sappiamo? Intervista

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Le teorie queer come chiave di lettura delle questioni critiche: dalla GPA al sex work, passando per il femminismo, il neoliberismo e le diseguaglianze.

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In esclusiva per l’Italia, pubblichiamo la traduzione dell’intervista rilasciata da Lorenzo Bernini a Eduardo Nabal in occasione dell’uscita dell’edizione in spagnolo di Le teorie queer: un’introduzione.

Lorenzo Bernini è professore associato di Filosofia politica all’Università di Verona, dove dirige il centro di ricerca PoliTeSse – Politiche e Teorie della Sessualità. Tra i suoi lavori, è stato tradotto in spagnolo, oltre a Le teorie queer, anche Apocalissi Queer: Elementi di teoria antisociale. Il lavoro del centro PoliTeSse è sotto costante attacco delle associazioni conservatrici e fasciste, che sono arrivate a minacciare di impedire anche con la forza lo svolgimento di un convegno sul diritto di asilo per i migranti LGBT perseguitati nel paese d’origine, organizzato presso l’Università di Verona.

L’intervista, lo dobbiamo dire, richiede una buona concentrazione. Siamo, però, entusiasti di proporre al pubblico di Gay.it un testo così completo a proposito di teorie queer, di femminismi e transfemminismo, dello spauracchio della “ideologia gender” e di temi caldi per il movimento LGBTQI+ italiano, come la GPA e il sex work. Buona lettura!

D: Le teorie queer: Un’introduzione è uno dei libri più attuali e completi su un campo del sapere che, come chiarisci, deve essere declinato al plurale. Nel primo capitolo parli della relazione, talvolta conflittuale, delle teorie queer con la filosofia e con la filosofia politica. Come rispondere agli attacchi di un settore del movimento contro l’accademismo del queer, quando “queer” è preceduto dal sostantivo “teoria”?

R: Le polemiche sono essenziali tanto all’attivismo politico quanto al dibattito teorico: non bisogna averne paura, e non sempre bisogna pretendere di risolverle. In questo caso, credo che si debba accettarle, farsene carico, interrogarne e comprenderne le ragioni. Fare teoria non è prerogativa di chi sta in Università: le teorie queer, in particolare, nascono nei movimenti, e ancora vengono prodotte anche dai movimenti. È vero che l’attuale governance neoliberista dell’università accentua lo iato tra chi produce sapere per professione in un’accademia che sempre più segue le logiche del profitto e dell’investimento, e chi fuori dall’accademia produce sapere per attivismo, al fine di contestare il dominio di tali logiche su tutti i settori della vita sociale. Ma non siamo obbligati a farci dettare l’agenda dal “divide et impera” del neoliberismo contemporaneo: possiamo anzi boicottare tale agenda, e dobbiamo anzi farlo di fronte al rafforzarsi di una destra populista e neofascista, che usa come collanti ideologici xenofobia, razzismo ed omobitranspanfobia. Occorrono oggi alleanze strategiche in cui, da posizionamenti diversi, senza rinunciare alle polemiche che sentiamo vitali, si riesca, quando è necessario, a collaborare. E in questo momento è necessario.

Forse può aiutare ricordare che l’università non sta in una bolla, ma è appunto investita dai mutamenti che investono l’intera società. È anch’essa un luogo di lavoro – privilegiato solo per chi riesce a ottenere in essa un posto fisso, ma non così redditizio e comodo per i molti/e precari/e. È anch’essa un luogo di scontro e di conflitto in cui si giocano partite importanti. Questa estate, ad esempio, abbiamo assistito al tentativo del governo ungherese di chiudere i master in studi di genere attivati nel paese, più di recente in Bulgaria l’Accademia della scienza ha bloccato un progetto di ricerca sull’educazione antidiscriminatoria nelle scuole.

Anche in Italia la situazione è allarmante, su molti fronti. In materia di immigrazione, il Ministro dell’Interno leghista Matteo Salvini, attualmente indagato per sequestro di persona aggravato dopo il caso della nave Diciotti, ha forzato i limiti non solo della legalità, ma anche della legittimità. E sicuramente ha varcato i limiti dell’inumanità. Il suo compagno di partito Lorenzo Fontana, Ministro per la famiglia e la disabilità, quest’estate ha chiesto l’abolizione della legge italiana che sanziona la propaganda razzista e l’incitazione ai crimini d’odio. Tempo fa, quando era ancora parlamentare europeo, rilasciò invece un’intervista contro le conferenze e i seminari che nel mio ateneo, l’Università di Verona, vengono organizzate su temi LGBTQI+, in particolare dal centro di ricerca PoliTeSse, che dirigo.

Chi fa ricerca accademica sui temi del genere e della sessualità, quindi, non lavora indisturbato in una torre d’avorio. E nel nuovo, allarmante clima politico si trova in una posizione cruciale del conflitto. Ad esempio, lo scorso maggio, a Verona il gruppo neofascista Forza Nuova ha minacciato di “impedire anche con la forza” lo svolgimento in Università di un convegno sul diritto di asilo per i migranti perseguitati nei loro paesi d’origine in ragione del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. Il Rettore ha risposto con la decisione di rimandarlo e lo ha poi riprogrammato per il 21 settembre.

La gravità di intimidazioni come queste rende evidente quanto, ancora oggi, gli studi di genere, le teorie femministe e transfemministe, le teorie queer praticate all’interno dell’accademia restino saperi scomodi, e militanti. Anche questo mio libro è un libro militante, che difende la presenza di spazi per praticare le teorie queer nell’università, presentandole come teorie, o filosofie, critiche e non ideologiche. Il primo capitolo ha appunto la funzione di collocare le teorie queer nella tradizione della filosofia politica critica, per rispondere a coloro che, come il ministro italiano per la famiglia e la disabilità, sono arruolati nella nuova crociata cattolica contro l’“ideologia del gender”.

Il canone della filosofia occidentale partecipa del sessismo, dell’omobitranspanfobia, del razzismo, del classismo su cui si è fondata la nostra intera cultura: ma al suo interno – da Socrate a Foucault fino ai giorni nostri – esiste da sempre una tradizione critica che mette in dubbio ogni fondamento, che sfida le verità professate da chi detiene il potere, e assieme ad esse il senso comune, il regime del normale. Non con l’intento di affermare nuove norme e di imporle all’intero corpo sociale, ma per aprire spazi anarchici di dissenso e di libertà. A questa tradizione si richiamano le teorie queer, che esprimono la protesta delle minoranze sessuali contro i dispositivi di potere che le rendono minoranze.

Foucault definiva la critica come “l’arte della disobbedienza volontaria“, “dell’indocilità ragionata”, come “l’arte di non essere governati, o meglio di non essere governati in questo modo e a questo prezzo”. Ci sono due modi in cui le teorie queer in università rischiano oggi di essere governate, dal neoconservatorismo e dal neoliberalismo: la censura e l’addomesticamento ovvero la perdita del loro mordente critico. Dobbiamo ribellarci a entrambi, dentro e fuori l’Università. E quando le polemiche contro le teorie queer accademiche sono rivolte a denunciare il rischio del loro addomesticamento, sono salutari.

D: C’è stato qualche scontro tra i movimenti LGBTQI+ e un settore un po’ stagnante del movimento femminista, anche in Spagna. Le tue posizioni su questioni come depatologizzazione trans, prostituzione, razza, psicoanalisi emergono chiaramente nel tuo libro, ma qual è la tua esperienza personale su questi temi dentro e fuori l’università?

R: Personalmente ho imparato molto non solo dai movimenti femministi, ma anche dai movimenti trans e dai movimenti per i diritti delle prostitute. Durante gli anni del dottorato, i primi anni del 2000, costituii un gruppo di autocoscienza maschile con degli amici trans ed etero-cis. Nel 2008, partecipai a un seminario sulla questione della depatologizzazione organizzato dal coordinamento trans Sylvia Rivera, che allora riuniva numerose associazioni e collettivi trans italiani. Molte delle donne trans presenti erano o erano state prostitute.

Lo descrivo nell’introduzione di Apocalissi queer: in un agriturismo in Toscana, furono due giorni intensi di discussioni, di confidenze, e di festa. Furono per me due esperienze fondamentali, umanamente e intellettualmente. Come lo fu successivamente l’incontro con l’attivismo intersex. Le persone che ho conosciuto in quei momenti, e di cui sono rimasto amico, fanno parte di me – Laurella Arietti, Christian Ballarin, Michela Balocchi, Daniele Bocchetti, Massimo D’Aquino, Pia Covre, Giorgio Cuccio, Porpora Marcasciano, Daniela Pompili, Valerie Taccarelli, per far solo dei nomi.

Negli anni abbiamo organizzato molte attività assieme, alcune di loro sono state ospiti nei seminari di PoliTeSse. E anche se oggi le incontro raramente, penso con loro. Non potrei scrivere su sessualità e politica senza tenere conto delle loro esistenze, delle loro esperienze. Anche per questo, da quando sono stato assunto dall’Università di Verona, mi sono attivato per promuovere l’approvazione “dell’identità alias” per gli/le studenti e i/le dipendenti trans.

La procedura per il cambio del nome sui documenti, in Italia è ancora lunga e tortuosa; l’alias permette di interagire con l’Università (ad esempio durante gli appelli di esame) con il nome di elezione anche se non corrisponde al nome riportato sul documento. Attualmente sono il tutor per gli/le studenti che fanno richiesta di identità alias, riesco a fargliela ottenere in tempi molto rapidi e senza la richiesta di alcuna perizia – e ne sono fiero. In attesa che in Italia le cose cambino, si tratta di un’importante tutela del diritto allo studio e al lavoro. Che rende l’Università più libera per tutti.

Perché l’identità di ciascuno di noi è definita dallo stesso sistema classificatorio sesso-genere-orientamento sessuale, oggi vigente nella psicologia e nel diritto, che definisce l’identità trans. Affronto l’argomento nel secondo capitolo. Le persone trans sono trai principali obiettivi della campagna contro “l’ideologia del gender”, che vorrebbe riaffermare un’interpretazione rigidamente binaria del genere. I settori del femminismo transescludente si rendono complici di tale campagna, assumendo posizioni inaccettabili. Occorre però anche fare attenzione, non fare confusione, non rivolgere l’epiteto “TERF” come un insulto ogniqualvolta vengono affrontate questioni femministe da un punto di vista cis.

Anche in questo caso credo che occorra essere in grado di parlarsi, accettando le discussioni e anche le polemiche, consapevoli delle reciproche differenze – rispettandole. Fortunatamente si sta diffondendo nei movimenti una nuova consapevolezza transfemminista: soprattutto nelle nuove generazioni, gli spazi femministi accoglienti verso le donne trans non mancano. Ma non riesco a desiderare un movimento omogeneo dove regni un nuovo senso comune politicamente corretto. I sensi comuni, i conformisimi, sono sempre pericolosi. Preferisco la discussione, anche accesa, che permette di vedere le cose da punti di vista differenti.

Questo vale anche per altri temi, come la gestazione per altri e la prostituzione. Alcune femministe hanno assunto posizioni manichee e paternaliste, offensive verso i genitori e verso le gestanti, come verso le donne che dichiarano di prostituirsi per scelta e i loro clienti. In ultima istanza moraliste e liberticide. Non posso che essere in disaccordo. E tuttavia credo che si tratti di temi complessi, che vanno interrogati a fondo, nel rispetto delle esperienze e delle scelte dei singoli e delle singole, ma senza paura di porre questioni radicali.

So che alla surrogacy ricorrono soprattutto coppie etero, ma faccio un esempio che mi riguarda in quanto uomo gay. A quale ideale di vita corrisponde l’immagine di una coppia di uomini benestanti con figli biologicamente propri, partoriti da gestanti ben meno benestanti di loro in cambio di una ricompensa? A chi è accessibile questa possibilità? Quali condizioni economiche e geopolitiche rendono possibile questo desiderio di paternità? Come intervengono le differerenze di classe e di razza nel determinare gli attori di queste transazioni (la coppia, la gestante, la donatrice di ovuli, i medici, l’agenzia di intermediazione…)?

Servirebbero certo buone leggi, che riescano a regolare queste pratiche nella tutela soprattutto delle donne, e che mettano fine al fenomeno del turismo riproduttivo – in Italia, al momento, la gestazione per altri è vietata, e solo chi ha il denaro sufficiente per andare all’estero riesce ad accedervi. Ma le buone leggi non bastano. I movimenti femministi, lesbici e gay non dovrebbero litigare anziché discutere su questi temi, perché oggi in assenza di discussione è il mercato a prevalere, a indurre e soddisfare desideri per chi se li può permettere, a utilizzare altri in funzione di questo desiderio e del profitto.

Il pensiero queer, in particolare, può svolgere la funzione di un antidoto critico contro quelle idee omo- e trans- normative di vita buona, che ricalcano modelli di vita eterosessuali. Può ridestare l’immaginazione politica, infondere il coraggio di vivere diversamente, di sperimentare modi alternativi di praticare le relazioni, i legami di parentela, i rapporti intergenerazionali. Si pensi alla polemica di Edelman contro il “Fascismo del volto del Bambino, o alla decostruzione degli ideali di successo operati da Halbestam, e ancora alle sue riflessioni su temporalità altre, diverse dal ciclo produttivo e riproduttivo delle società eterosessuali. Su questi temi si conclude il terzo e ultimo capitolo del mio libro.

D: La questione trans è sotto i riflettori in molti paesi. Si sostiene, ad esempio, che le rivolte di Stonewall sono state innescate da transessuali latine. Altri fattori come i primi momenti della lotta radicale contro l’AIDS, l’influenza del pensiero post-femminista, l’attivismo chicano possono essere poste all’origine delle teorie queer. Pensi che le teorie queer siano il prodotto del pensiero occidentale o che possano avere avuto origine in altre realtà culturali?

Come hai ricordato all’inizio, per me le teorie queer vanno declinate al plurale. Se se ne fa un canone, se si inizia a discutere su quale pensiero sia autenticamente queer e quale no, su quale possa o non possa essere incluso nella lista, credo che si indebolisca la loro potenzialità critica. Per me le teorie queer ci offrono strumenti che possiamo utilizzare anche contro la nostra idea di queer, quando questa inizia a starci stretta. È avvenuto altre volte: anche la filosofia critica, come ho detto prima, ha offerto strumenti alle teorie queer per contestare il sessismo e l’omobitranspanfobia della tradizione filosofica stessa.

Delle teorie queer si possono quindi tracciare genealogie differenti, ognuna delle quali corrisponde a un posizionamento politico nel presente. Nel terzo capitolo, ad esempio, la mia genealogia inizia ben prima del 1990, quando de Lauretis pronunciò la sua famosa conferenza. Prima della pubblicazione di Gender Trouble di Butler e di Epistemology of the Closet di Sedgwick. Inizia nei movimenti di sieropositivi statunitensi ed europei durante la crisi dell’AIDS degli anni ottanta, e ancor prima negli anni settanta di Foucault, di Mario Mieli e di Lonzi, di Wittig e di Hocquenghem; inizia a New York nel 1969 con la rivolta di Stonewall, come dici anche tu, con la protesta di Sylvia Rivera e Marsha Johnson.

E, ancora, negli anni cinquanta, tra la Martinica e la Francia, nel pensiero decoloniale (e a dire il vero omofobo e misogino) di Fanon; e negli anni quaranta di de Beauvoir. Ma è solo una proposta, la mia, il tentativo di mettere un po’ di ordine e di fornire elementi di comprensione per chi già non conosce il dibattito. Non intendo chiudere una discussione, ma riaprirla. Io stesso ora sto lavorando a una genealogia differente, che torna su Freud e Marx, oltre che su Foucault e Fanon, sui baluardi teorici che il pensiero marxiano e freudiano hanno eretto contro i fascismi.

È, insomma, giusto e salutare che oggi si rivendichino le origini molteplici, anche nere o chicane, delle teorie queer. Possiamo rinunciare alla linearità del tempo, alla tirannia dell’inizio, e guardare le cose prospetticamente. Nel mondo globalizzato di oggi, possiamo anche rinunciare a pretendere di distinguere in modo netto ciò che è occidentale da ciò che non lo è: tutto è ibrido e meticcio, tutto colonizzato dall’imperialismo occidentale, soprattutto il nostro sguardo.

Di sicuro, per chi nell’Occidente privilegiato vive e si è formato, le teorie queer possono essere utilizzate oggi per prendere distanza critica da ciò che avviene qui da noi, per contestare ad esempio il fatto che per concedere la protezione internazionale ai migranti perseguitati in ragione del loro orientamento sessuale, le commissioni territoriali in Europa pretendono di determinare se i richiedenti siano “veri omosessuali” in base agli stereotipi identitari binari del dispositivo sesso-genere-orientamento sessuale. Si tratta di una violenza epistemica che occorre denunciare. Le metodologie decostruttive delle teorie queer, per quanto forgiate per lo più nella contestazione di movimenti occidentali, ci aiutano a farlo: possono permetterci di dialogare con altri modelli identitari, o non identitari, della sessualità, prendendo le distanze da ciò che siamo.

Non sono, tra l’altro, particolarmente affezionato al termine queer, possiamo cambiarlo se troviamo che sia abusato, che sia troppo compromesso con un’accademia addomesticata dalla governance neoliberista o col mercato dell’intrattenimento, se ne troviamo uno migliore. Ma fino a quando esisteranno ingiustizie e questioni aperte come quelle che ho nominato, dello strumentario critico che dal dibattito (talvolta polemico) delle teorie queer è stato forgiato, abbiamo sicuramente ancora bisogno.

A cura di Eduardo Nabal, pubblicato originariamente per Orgullos críticos do Sul

Per approfondire:
http://mimesisedizioni.it/le-teorie-queer.html
https://www.academia.edu/37372338/Las_teoroas_queer_Una_introduccion
http://www.editorialegales.com/libros/las-teorias-queer/9788417319311/
http://www.editorialegales.com/libros/apocalipsis-queer/9788416491315/
http://www.edizioniets.com/scheda.asp?n=9788846736697
https://www.palgrave.com/de/book/9783319433608

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