Delbono l’eclettico: da giurato del Togay a pappone sulla Croisette

Intervista a cuore aperto al talentuoso artista ligure nel cast di Più buio di mezzanotte

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Innovativo regista teatrale, attore di razza, neodirettore del Festival Asti Teatro, richiestissimo all’estero: Pippo Delbono è uno degli artisti più complessi, stimolanti e sottovalutati in patria (i suoi film se li distribuisce da solo in Italia). Regista cinematografico di lirici ‘selfilm’ low budget – lui è sempre il vero narratore, il vero protagonista – che non hanno nulla di pauperistico e molto di poetico (“Grido”, “Amore Carne”, “Sangue”), gay dichiarato e militante, sieropositivo senza maschere (“Siamo artisti, dobbiamo parlarne anche per chi ha paura”), dopo il ruolo di giurato al Torino Gay & Lesbian Film Festival sarà un crudele pappone vestito sempre di bianco nell’attesissimo “Più buio di mezzanotte” diretto da Sebastiano Riso e ispirato all’adolescenza di Davide Cordova, alias la drag Fuxia, che giovedì aprirà la Semaine de la Critique al Festival di Cannes. E quello di La Rochelle, a fine giugno, gli dedicherà pure un omaggio. Per le edizioni Clichy ha anche curato il volume “Pier Paolo Pasolini – Urlare la verità”.

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Com’è stata l’esperienza di giurato al Torino Gay & Lesbian Film Festival?
Non ero mai stato al festival. L’impressione è forte, la gente non va al Festival solo per passare qualche serata piacevole ma cerca qualcosa di più profondo. È una comunità che s’incontra al cinema ma giustamente deve confrontarsi con il fuori. Sul Po si respirava un’aria europea oltre a una “trasversalità sessuale”. Questo mischiare nobiltà e classe operaia torinese è qualcosa di affascinante. Direi che Torino è la città più bella d’Italia. Anche se un’altra parte della città, però, è soffocante, falsa e cortese. È una città che odio e amo, ho un rapporto strano con Torino. È gravissimo che la Regione non abbia dato il patrocinio al festival gay. Tutto quello che c’entra con la libertà fa paura alla politica.

Hai anche presentato un corto molto aggraziato, “Gli Uraniani” di Gianni Gatti con Sandra Ceccarelli e Nina Torresi, segmento di un lungometraggio ancora da realizzare.
Si tratta di due o tre film separati che diventeranno un lungo, raccontati in momenti, tempi e linguaggi diversi. Ho bisogno di continuare un discorso: sono disposto a lavorare anche negli altri.

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Quanto c’è di te in questo pittore solitario alla ricerca di esprimersi nell’arte e cercare una forma d’amore o anche solo un contatto fisico nella vegetazione dietro a una spiaggia?
Non entro mai nel rapporto psicologico quando recito, nell’autoidentificarsi: per prepararmi sono passato dalla casa di De Pisis. Ho fatto il Don Giovanni di Mozart, sono quasi entrato nella vita di Mozart, poi mi sono reso conto che il mio attore Bobò mi sembrava Mozart da vecchio. Adesso sto facendo Cavalleria Rusticana a Napoli con Bobò protagonista. Forse è la prima volta che faccio un vero gay dichiarato. Quando vedo Pippo in “Henri” di Jolande Moreau mi rendo conto che Henri è un po’ Pippo: quando vedo Henri che balla vedo Pippo effeminato… Ma sono spietato quando mi riguardo come attore. Ho fatto molti maschi etero, sono stato anche marito della Herzigova in “Cha cha cha” e in “Io sono l’amore” della Swinton.

Però c’è qualcosa di queer anche nel sacerdote di “Un castello in Italia” diretto da Valeria Bruni Tedeschi che entra nella chiesa col trolley.
Hai ragione, ho anche girato una scena in cui fumavo una sigaretta con Xavier Beauvois (Serge nel film, n.d.r.) e cercavo di sedurlo. Valeria l’ha poi tagliata ma c’è negli extra del dvd.

Sarai a Cannes in “Più buio di mezzanotte” di Sebastiano Riso. Il tuo ruolo è quello dell’uomo in bianco. Di che si tratta?
È un personaggio abbastanza inquietante, un pappone che ha una storia col ragazzo protagonista. È una figura non facile, non so dirti se è proprio gay, dopotutto il ragazzino è trans. Ho cercato di mettere anche il mio punto di vista nel personaggio. Il regista Sebastiano Riso ha insistito, voleva assolutamente che il pappone fossi io.

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Raccontami dell’esperienza sul set di “Goltzius and the Pelican Company” di Peter Greenaway su un incisore barocco di stampe erotiche.
Interpreto il Demonio, proprio una checcona. Faccio l’amore con due donnone su una specie di zattera. Erano tutti nudi e io avevo una lunga barba e gridavo a squarciagola. Sono forse l’unico di cui non si vede il pene. Dovevo fare l’amore con loro ma Greenaway le ha tranquillizzate: “No problem, Pippo Delbono is homosexual!”. Abbiamo girato in Olanda e a Zagabria. Ho avuto anche donne da giovane, mi sono anche innamorato.

Che significato ha per te la malattia?
Ho sempre parlato di Aids. È un problema sociale, politico, d’ignoranza: nessuno sa niente. La gente si spaventa se dici che sei sieropositivo. È assurdo. Chi fa la terapia è più sicuro di chi non fa il test, le cure funzionano benissimo con una medicina al giorno e un po’ di dieta. Non se ne parla. Io vivo nella provincia ligure, è più difficile per un omosessuale che vive nella provincia, noi artisti dobbiamo parlarne.

In “Amore Carne” hai cercato di tradurre in poesia e in arte il tuo rapporto con la malattia.
Partendo dalla malattia cerco di capire come la malattia sia stata un percorso, un’occasione per crescere. Nel film dico: “Se un giorno potessi tornare indietro quando il dottore all’ospedale mi diceva di essere sieropositivo non cambierei niente di quel copione”. Mi ha insegnato a guardare la morte negli occhi e quindi la vita, per poi viverla. La morte diventa una sorella a cui sei grato. Nell’89 non avevo più difese immunitarie, ero come appestato. Ho visto partire molti amici.

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Tua mamma è mancata recentemente. Quanto è presente il suo ricordo nel quotidiano?
Ci sono due livelli: quello artistico e quello personale. Nello spettacolo “Orchidee” c’è molto di mia madre. Ci telefonavamo tutti i giorni, eravamo diventati amici. Da un punto di vista sentimentale ed esistenziale mi manca. Da quello artistico l’esperienza si è trasformata, ha trovato un senso importante.

Avevi parlato con lei dei tuoi amori?
Con mia madre c’era quel rapporto strano di taciti segreti tipici del suo tempo, della sua religione: era una cattolica fervente, sapeva convertire pure i Testimoni di Geova! Un gesuita, tale Fantuzzi che difese “Sangue” su Civiltà Cattolica, mi disse che secondo lui era quasi una fanatica religiosa. Quando le parlavo di buddismo era disperata. Era una maestra elementare, aveva una trasversalità di sguardo, per lei zingaro o politico era uguale. Divenne amicissima della Berenson.

Qual è il tuo rapporto con Marisa Berenson?
Amica cara ma ci vediamo poco, lei vive in Marocco. È una donna con cui ho una relazione importante. Recita in “Amore Carne” e vorrei chiamarla per il mio prossimo film di cui posso dirti altro che sarà una produzione internazionale anche francese, svizzera e polacca.

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E Tilda Swinton?
Tilda l’ho vista a Parigi, è venuta a vedere il mio ultimo spettacolo. Le ho detto: lo sai cara che sei nel mio film “Amore Carne”? E lei mi dice: “Ah sì? Allora pagami!”. “Ma l’ho fatto con un cellulare, quanto vuoi?”. “Dieci euro!”. “Troppo… Facciamo cinque”. Vorrei coinvolgere pure lei nel mio nuovo lavoro. Queste donne mettono in discussione la mia sessualità: di solito il maschio è un po’ noioso! Le donne sono più disponibili a mettersi in discussione loro stesse.

L’incontro con Pina Bausch che ritmo ha dato al tuo teatro?
Pina Bausch mi ha dischiuso la possibilità della libertà. Sono arrivato in Germania dopo esperienze importanti ma mi sentivo diverso, amavo la musica di Frank Zappa. Ho lavorato con lei, ho lottato per stare con lei ma era difficilissimo fare provini con Pina, c’erano migliaia di persone in coda. È venuta a vedere un mio spettacolo a Wuppertal. L’ho anche odiata, era insopportabilmente tedesca: non diceva mai niente, guardava tutto. Donna straordinaria ma difficile. Poi mi disse di andare, di scegliere il mio percorso. Abbiamo anche fatto una vacanza in Puglia insieme. Non voleva andare mai dal medico, io sono riuscito a convincerla. Avevamo un rapporto speciale, lei aveva la poesia. Volevo fare anche uno spettacolo con lei. L’ultima Pina non l’ho amata, era troppo esteta. Non ho amato neanche “Pina 3D” di Wenders. Il “Danza, danza, sennò siamo perduti” non è suo. Pina raccontò la storia a Bologna, in occasione della laurea ad honorem: lei non voleva ballare con dei gitani ma una zingara le disse: “Danza sennò siamo perduti”.

Come hai conosciuto il tuo attore feticcio, Pepe Robledo?
Ci siamo conosciuti nell’81. Venne a fare un seminario nella mia scuola di teatro. Uscivo da una passione sofferta con un ragazzo, Vittorio, durata dieci anni. Vittorio è venuto a mancare in un incidente con la mia moto. Pepe portava un pensiero di libertà. Viviamo negli stessi luoghi anche con Bobò. Pepe è un fratello con cui ho una grande complicità artistica. È un modo di reinventare la famiglia.

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