Edoardo Purgatori, intervista: “Sarò una fata ignorante per Ozpetek, su DDL Zan politici imbarazzanti”

Famiglia, diritti, cinema, teatro, il rapporto con Ferzan, il nuovo film di Virzì. Nel 2022 lo vedremo tra i protagonisti della serie tv tratta da Le Fate Ignoranti e nei prossimi giorni è a teatro a Roma con il distopico 'Girl in the machine'.

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32enne romano, lanciatissimo tanto in tv quanto al cinema, Edoardo Purgatori è uno dei nomi ‘nuovi’ della recitazione nostrana, per quanto volto televisivo da quasi 15 anni. Da martedì 9 a domenica 14 novembre 2021 al Teatro Belli di Roma con “Girl in the Machine” di Stef Smith, tradotto da Maurizio Mario Pepe e al fianco di Liliana Fiorelli, Edoardo Purgatori torna sul palco con un testo nel 2020 visto anche a Broadway.

Per l’occasione l’abbiamo intervistato, soffermandoci non solo sulla sua agenda professionale, sempre più fitta e intrecciata a Ferzan Ozpetek, ma anche sulla sua vita privata, sulla sua famiglia e sullo stato attuale del cinema italiano.

Partiamo dall’attualità, ovvero dal tuo imminente ritorno a teatro, al Belli di Roma, con Girl in the Machine di Stef Smith, in cui interpreti un giovane sposo immerso nella virtualità. Cosa deve aspettarsi chi verrà a vedervi?

Lo spettacolo è sulle note distopiche di Black Mirror, mischiate ad una grandissima storia d’amore alla Romeo e Giulietta, viscerale, immenso, straordinario. Tutto questo in una cornice particolarmente cupa, il pubblico può aspettarsi emozioni forti. È un thriller, la vita di questa coppia viene stravolta da questa black box portata a casa dal mio personaggio per fare del bene a sua moglie. Ma questa black box crea dipendenza. Lo spettacolo dura solo un’ora, è molto diretto, arriva come un pugno allo stomaco.

Qual è il tuo rapporto con i social e con il mondo costantemente connesso che tutti noi viviamo.

Adesso come adesso, potessi scegliere mi cancellerei da tutto. Non perché non li trovi utili, ma io sono dell’epoca di Messanger. Ora con Whatsapp puoi sentire tutto e tutti al costo di una connessione internet. Facebook e Instagram ormai li uso solo dal punto di vista lavorativo. Non tanto il far vedere quanto possa essere interessante la mia vita, ma per invitare le persone a teatro, mi contattano direttamente su Instagram per dei provini. La dipendenza è di tipo lavorativo. Cerco di starci il meno possibile, ed è comunque già tanto.

Nel 2020 sei diventato padre di Leonardo, avuto con tua moglie Livia Belelli. Com’è cambiata la tua vita con la paternità.

È la cosa più bella che ci sia capitata. Diventare genitori, occuparsi di una persona, è una grandissima responsabilità. Ora comincio ad avere più pazienza con mio padre, capisco cosa potesse provare, perché c’è sempre un imprevisto dietro l’angolo. È l’avventura più bella che ci sia mai capitata, siamo felicissimi.

Nato a Roma, tuo padre è il celebre sceneggiatore e giornalista Andrea Purgatori mentre tua mamma è la storica dell’arte Nicola Schmitz. È stato un vantaggio o uno svantaggio essere figlio d’arte, vivere immerso nella cultura da mattina a sera.

Ho avuto la fortuna di essere cresciuto in un contesto in cui la domenica si andava sempre al cinema, o al museo. Mia madre ci portava spesso a vedere spettacoli teatrali. Non a caso l’ho poi fatto diventare il mio mestiere. Quando sei figlio d’arte persiste l’idea che tu possa essere raccomandato. Non vieni mai visto per il valore che hai e non puoi permetterti di sbagliare, se non fosse che l’unico modo per imparare qualcosa è sbagliare. Però se sbaglia una persona che è figlia d’arte dicono “vedi, quello sta lì e non sa fa’ niente”. Come se ti privassero di quella possibilità e hai un bel peso sulle spalle. Mio padre e mia madre sono felicissimi che io faccia questo mestiere e non mi sento più di dover dimostrare niente a nessuno, lo faccio da 12 anni. Però inizialmente è stato impegnativo, perché hai una certa pressione addosso. Quando ho superato quello step ho iniziato ad imparare ancora di più.

Poco più che maggiorenne hai studiato con insegnanti dell’Actors Studio di New York, mentre a 20 anni sei entrato alla Oxford School of Drama di Londra. Che differenze ci sono, se esistono, tra scuole recitative differenti. Partendo dal caso nostrano, dalla scuola italiana.

In Italia abbiamo delle scuole validissime. Quando ho fatto l’accademia nel 2009 a Londra ho trovato il meglio di quello che potessi cercare come attore a livello di accademia, superando anche quelle americane. Non a caso negli ultimi anni spopolano attori inglesi che interpretano anche personaggi americani, perché hanno investito tantissimo su queste scuole. Hanno un sistema che è un’industria. I ragazzi dopo 3 anni d’accademia vengono immessi in un’industria che ha necessità di avere giovani attori, freschi, bravi. Questa cosa in Italia fa ancora fatica a carburare.


In pochi anni sei diventato un punto fermo della grande famiglia di Ferzan Ozpetek. Hai recitato a teatro in Mine Vaganti, interpretato un suo spot per una nota banca, preso parte a La Dea Fortuna e a breve ti vedremo nella serie tratta da Le Fate Ignoranti. Che ruolo avrai in quest’ultimo progetto e com’è nato questo rapporto.

Io ho una compagnia teatrale con Maurizio Mario Pepe, la Forma dell’Acqua, e invitai a teatro Pino Pellegrino, che da sempre fa i casting dei film di Ferzan. Mi è venuto a vedere in questo spettacolo in cui interpretavo un calciatore gay non dichiarato, The Pass, all’Eliseo. Mi vide e disse “vedi che questo è bravo, ti faccio fare un provino per La dea Fortuna”. Io non avevo mai conosciuto Ferzan, che non fa mai dei semplici provini. I suoi sono dei colloqui, sceglie gli attori non limitandosi a giudicare come recitano ma in base a delle atmosfere che si portano dietro. Io sono cresciuto con i suoi film, sono un suo fan e questo traspare, i suoi attori sembrano quasi non recitare, immersi in un clima famigliare. Mi ha dato fiducia e da cosa è nata cosa. Ne Le Fate Ignoranti interpreto quello che nel film era Filippo Nigro. Il mio compagno, nella serie, è interpretato da Filippo Scicchitano, ruolo interpretato da Ivan Bacchi nella pellicola del 2001.

Vogliamo fare qualche spoiler?

C’è poco da spoilerare, perché Le Fate Ignoranti è un film cult, che ha sognato un’epoca. Le aspettative sono altissime, molti si domandano “chissà cosa si saranno inventati”. Ma rispetto a 20 anni fa è cambiato un po’ tutto. Abbiamo superato questi pregiudizi sul fatto che un uomo sposato con una donna possa avere un affair con un altro uomo. Con la serie si andrà più a fondo nella vita dei personaggi che abitano questa terrazza, questa famiglia acquisita, che si è scelta. E non dimentichiamo che nel 2022 torniamo a teatro con Mine Vaganti


Ad Hollywood da anni si discute della scarsa visibilità LGBT al cinema, con attori dichiaratamente eterosessuali chiamati ad interpretare personaggi omosessuali. A te è spesso capitato di interpretare personaggi omosessuali. Che idea ti sei fatto, in tal senso.

Penso che sia giusto parlarne, ma rischia di diventare un’arma a doppio taglio. Perché l’arte non ha limiti. Se un attore è bravo e viene scelto per un ruolo, io un giorno posso interpretare una persona omosessuale innamorata del suo compagno e il giorno dopo interpretare una SS come ho appena fatto con Freaks Out di Gabriele Mainetti, passando così all’antitesi. È la bellezza dell’arte, non c’è giudizio sulla scelta del personaggio. Al tempo stesso è importante raccontare personaggi, persone, vite lasciate ai margini della società. Spero che la serie Le Fate Ignoranti dia la possibilità a tante altre storie di essere raccontate.

Più recentemente hai recitato anche in Ikos, doc autobiografico di Giuseppe Sciarra che parla di omofobia. Cosa ti ha convinto a parteciparvi e che idea ti sei fatto rispetto a quanto avvenuto in senato la scorsa settimana.

Quanto avvenuto al DDL Zan è uno scempio. Per giochi politici si è deciso di rallentarlo, perché io non ho dubbi che prima o poi passerà. I politici che oggi sono al potere hanno fatto una figura becera e imbarazzante. Perché non si può fermare una cosa che già sta succedendo, che esiste in tutto il mondo. Il segnale più preoccupante è quello che viene inviato ai più giovani. I bambini che crescono, e che si sentono “diversi”, non si sentono tutelati, si possono sentire sbagliati rispetto alla società. Ed è quello che è successo anche a Giuseppe, bullizzato da ragazzino perché effeminato. Lui è un sopravvissuto, questa poteva essere una tragedia, ma è riuscito a superarla senza portare rancore. Ora sta condividendo la sua tragedia ma in modo costruttivo. Averne preso parte è stato un piacere, mi ritengo fortunato ad aver potuto raccontare questa storia.

Tre stagioni di  Un medico in famiglia, Tutto può succedere 2, Baby. La serialità televisiva ti ha fatto conoscere ad un ampio pubblico. Ti manca, in questo senso, la consacrazione cinematografica o credi che questa visione snobistica tutta italiana nei confronti del piccolo schermo sia stata negli anni sotterrata da qualità e investimenti.

Mi sento pronto per fare quel passo. Sento che potrebbe arrivare, poi sai nella vita ci vuole anche fortuna. Quello che posso fare è continuare a lavorare, a fare progetti in cui uno crede e poi l’occasione arriverà. Detto questo, quando ho iniziato io c’erano solo Rai o Mediaset, o facevi Un Medico in Famiglia o I Cesaroni, oppure Don Matteo. In un Medico in Famiglia ci sono passati Edoardo Leo, Elio Germano, Pietro Sermonti, era quasi un rito di passaggio. Oggi a livello artistico c’è tanta roba nuova, ci sono storie interessanti con un respiro internazionale, c’è più possibilità di emergere. È un bel momento essere attori in Italia in questo momento.

Nel dubbio, nel 2022 sarai in Siccità, atteso nuovo film di Paolo Virzì.

È un film corale. Mi ha scelto al primo provino fatto, sono molto contento di aver potuto lavorare con lui. Parla di una grande siccità a Roma, con tutta una serie di meccanismi politici e non che vanno a gestire la mancanza dell’acqua. Io interpreterò il ragazzo di una famiglia benestante che ha un centro termale . Più di questo non posso dire. Ma ho finito di girare anche il nuovo film di Veronesi, è un bel momento. Lavorare con Virzì, Ozpetek e Veronesi è stato un bel modo di ricominciare dopo lo stop da Covid-19.

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