Emily Dickinson, una vita vulcanica sotto il patriarcato

189 anni fa nasceva la poetessa Emily Dickinson. Ripercorriamo la sua esistenza, a partire dall'amore per Susan Gilbert.

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L’incoerenza e la mancanza di forma dei suoi versucci sono fatali. Un’eccentrica sognatrice, a malapena istruita, reclusa in un villaggio periferico del New England non può mettere in discussione impunemente le leggi della grammatica. Questo pensava la critica alla fine dell’Ottocento, e nello specifico Thomas Bailey Aldrich, di Emily Dickinson. Vissuta nel microcosmo di Amherst, la sua è una vita silenziosa, “tranquilla” scrive in una poesia del 1862 — “che luccicava nella notte, quando era abbastanza buio per farlo”. Una donna come le altre al suo tempo, di famiglia borghese, lontana dagli eccessi e senza fama. Il mondo scopre il suo grande lavoro poetico solo dopo la morte e solo dopo una vivace disputa familiare fra sorelle, cognate, nipoti, che si erano anche prese del tempo per strappare quelle pagine e quelle lettere di certo poco convenienti al nome dei Dickinson.

I primi lettori tuttavia riescono ad abbracciare poco il mondo di Emily, quei versi dalla forma insolita ne danno un’immagine misteriosa, estranea al contesto sociale e culturale del tempo, e per questo diversa, bizzarra, eretica.

La nipote Mattie — che si sarebbe voluta impossessare della curatela dell’opera, e la ottenne solo per un breve periodo — sembra in particolare la fautrice di quell’immagine di donna delusa dalla realtà, che per questo decide per sé la vita di asceta, consegnandosi alla poesia. Si crea così il cliché della poetessa come casalinga reclusa, e si pensa che quella condizione di zitella, lontana dalle strade e dalle feste, fosse abbastanza per produrre dei “versucci”, come li chiama Aldrich, apprezzabili perché visti con l’occhio della compassione. Insomma una poesia “femminile” lontana dai grandi autori del presente.

Solo a partire dai nostri anni Settanta, con l’avvento del movimento femminista, la critica letteraria comprende che le liriche di Emily sono dense di significato, hanno una forte carica espressiva, e che quei versi hanno dietro dei segreti degni di essere indagati.

È del 1969 un articolo di Natalia Ginzburg, Il paese della Dickinson, che rivaluta appunto la figura della poetessa di Amherst: “Una vita simile a quella di tante zitelle che invecchiano nei villaggi; con i fiori, il cane, la posta, la farmacia, il cimitero. Solo che lei era un genio. Di zitelle che passano la vita a scrivere versi nei borghi di campagna, in solitudine, con manie e stravaganze, ce ne sono infinite, e nessuna è un grande poeta; e lei invece lo era. Lo sapeva? non lo sapeva? […] Fu sola. Ebbe intorno persone mediocri e di idee ristrette”.

I biografi indagano dunque sulla vera storia di Emily Dickinson. Si scopre una donna oppressa non soltanto dopo la morte da quella cultura patriarcale che la voleva sotto il cliché di scrittrice zitella, ma anche in vita dall’erede maschio della famiglia, il fratello Austin Dickinson, che aveva tutto in suo possesso, che portava in casa l’amante usando probabilmente anche la camera della sorella, costretta a nascondere tutti i suoi scritti nella cassapanca della domestica.

Si scopre che forse la sua reclusione fosse, sì, frutto di un carattere riservato, ma anche dell’epilessia, condizione che affliggeva molti membri della famiglia, così come il suo famoso vestito bianco fosse indossato non tanto per paura della morte, ma perché era più facile da lavare in seguito alle crisi.  Ciò non significa che la vita di Emily non sia stata segnata da delusioni, che l’hanno portata a rendere ancor più segreto quel suo mondo fatto di paesaggi, animali, simboli, visioni apocalittiche, cose mai viste se non nelle enciclopedie.

In Vita di Emily Dickinson Barbara Lanati ci racconta dell’amore più grande della poetessa: quello per Susan Gilbert. Emily si era infatti innamorata diverse volte nella vita, ma nella maggior parte dei casi si era trattato di incontri casuali dovuti al gran via vai di intellettuali nel salotto dei Dickinson, o addirittura mai avvenuti, che proseguivano poi solo tramite fitti scambi epistolari in parte a noi giunti. Susan resta invece un punto di riferimento incessantemente presente per Emily. Di questa donna di umili origini si innamora anche Austin, ma più che amore – lo confessa la stessa Susan – quella relazione, poi trasmutata in matrimonio, è per lei una via d’uscita dai propri problemi economici e di immagine. Emily è comunque felice dell’unione tra il fratello e Susan, dedica lettere appassionate a entrambi, quasi sognasse una relazione a tre. In una famosa lettera del giugno 1852 scrive: “Non è il ricordo ad addolorarmi, no Susie, ma penso a tutti i luoghi soleggiati dove insieme ci siamo sedute, e forse è la paura che non ce ne saranno più a farmi venire le lacrime agli occhi”. E ancora: “Tu non sei venuta a me, Tesoro, ma il Paradiso sì, così almeno ci parve, mentre camminavo l’una affianco all’altra chiedendoci se mai quella gioia che apparterrà un giorno a noi, possa oggi essere concessa a qualcuno”.

Il rapporto idilliaco fra Susan, Austin ed Emily sembra tuttavia allentarsi col tempo, forse per la consapevolezza di dover tornare ai ruoli familiari prestabiliti, forse per un nuovo amante intromessosi. Susan e Austin si sposano nel 1856 a Geneva, lontano dai parenti e dagli amici. Da quel momento Emily diventa sempre più un’ombra, non resta traccia di come abbia vissuto il periodo successivo al matrimonio, resta solo il ritaglio di una pubblicità di pietre tombali datata 12 dicembre 1856.

Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Nessuno – pure tu?
Allora siamo in due!

La soluzione per Emily è allora diventare nessuno, rifiutare tramite quell’esilio autoimposto ogni ruolo rigido che la società borghese affibbia secondo i suoi calcoli di convenienza, lasciarsi a quel fiume dell’esistenza solitaria, “tranquilla”, “vulcanica”. La sua opera è stata una lettera di “semplici notizie” dettate dalla natura, una lettera d’amore che tuttavia pochi sono stati in grado di recepire, ricambiando solo in parte quella “compassione” tanto invocata: “per amore di lei – dolci – compatrioti – / giudicate – me – teneramente”.

di Marco Nicosia

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