Rischiavano l’ergastolo per un bacio in pubblico, ma sono finalmente tornate libere.

Le accuse contro Wendy Faith e Alesi Diana Denise, due donne accusate di essersi baciate in pubblico in Uganda, sono state ritirate.

Ad annunciarlo l’attivista Frank Mugisha, secondo cui il Direttore della Procura Generale dell’Uganda ha “archiviato definitivamente” il procedimento penale. “Il caso aveva attirato l’attenzione internazionale dopo l’arresto delle due donne con l’accusa di essersi baciate in pubblico e in base alla legge ugandese contro l’omosessualità”. “Finalmente, Wendy e Diana sono libere. Grazie a tutti coloro che sono stati al loro fianco e le hanno sostenute durante questo percorso”.

Wendy e Diana, a processo per un bacio

Il caso riguardava le accuse di essersi baciate in pubblico nella città di Arua, nel nord-ovest dell’Uganda. Wendy e Diana erano state accusate ai sensi della legge contro l’omosessualità (AHA) del 2023, in particolare dell’articolo 2(1)(2), che prevede la pena massima dell’ergastolo. Alcuni vicini le avevano fotografate mentre si baciavano, allertando la polizia. L’archiviazione del caso è stata annunciata il giorno in cui le donne avrebbero dovuto comparire in tribunale, come riportato da Erasing 76 Crimes.

L’associazione Sexual Minorities Uganda ha accolto con favore la notizia della loro liberazione: “Oggi celebriamo un’importante vittoria: Wendy e Diana sono finalmente libere. Esprimiamo la nostra più profonda gratitudine a tutti coloro che si sono schierati dalla loro parte, hanno fatto sentire la propria voce, hanno difeso e sostenuto Wendy e Diana durante tutto questo percorso. Il vostro incrollabile supporto ha fatto la differenza

Wendy Faith e Alesi Diana Denise erano state arrestate il 18 febbraio 2026, trascorrendo più di una settimana in detenzione prima di comparire in tribunale il 27 febbraio, quando venne loro concessa la libertà su cauzione per poi essere nuovamente arrestate poche ore dopo. Il 16 marzo la richiesta di libertà su cauzione era stata respinta, con le due donne nuovamente spedite in carcere, prima di essere rilasciate l’8 aprile.

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Il caso aveva attirato l’attenzione internazionale a causa dei timori che le due donne potessero rischiare l’ergastolo per un bacio. In Uganda, le accuse pubbliche legate all’omosessualità possono scatenare stigmatizzazione, molestie e rischi per la sicurezza, indipendentemente dall’esito del processo. Il Lesbophobia Archive ha infatti chiesto a tutti di non abbassare la guardia: “Questa vittoria farà infuriare gli ugandesi conservatori e potrebbe scatenare minacce di morte o violenze di massa“.

Richard Job Matua, politico legale, ha minacciato ulteriori interventi futuri nei confronti delle due donne: “Vi avverto che stiamo monitorando tutto e NON esiteremo ad arrestare quelle ragazze se dovessero continuare con questa abitudine. Credetemi, nella comunità di Lugbara rifiutiamo fermamente l’omosessualità“.

Da oltre 3 anni in Uganda esiste l’Anti-Homosexuality Act firmato dal presidente Yoweri Museveni, nonostante le pressioni di governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani. La legge è considerata tra le più severe del pianeta: prevede l’ergastolo per i rapporti omosessuali consensuali tra adulti e la pena di morte nei casi di “omosessualità aggravata“, categoria che include la recidiva, la trasmissione di malattie terminali o i rapporti con minori, anziani e persone con disabilità. Chiunque “promuova l’omosessualità” rischia fino a vent’anni di carcere, clausola che di fatto criminalizza anche avvocati, attivisti e operatori sanitari.

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