Grasso (e gay) è bello!

Nessun applauso per la poco riuscita commedia spagnola “Gordos” sull’obesità in cui un imbonitore gay non accetta la propria omosessualità né i chili in più. Intriga il fantasy d’animazione “Metropia”

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Mentre nel resto d’Italia infuria una recrudescente tempesta omofoba di proporzioni inaudite, la 66a Mostra del Cinema iniziata con qualche tensione – una decina di precari della Biennale al grido “Noi la crisi non la paghiamo” sono stati placati dalla Polizia durante la passerella del film italiano d’apertura, “Baaria” di Giuseppe Tornatore che è arrivato baldanzoso su un’auto d’epoca – affronta la tematica gay da varie prospettive e c’è anche spazio per la leggerezza attraverso il genere rassicurante della commedia. Leggerezza, sì, ma nella poco riuscita commedia spagnola “Gordos” (“Grassi”) di Daniel Sanchez Arévalo, autore dell’intrigante “Azuloscurocasinegro”, il problema è invece la massa eccedente, l’adipe sformato, il ventre obeso che causano disagio, mancata accettazione di sé stessi, frustrazione. Cinque personaggi vivono sulla propria pelle, con esiti differenti, questo problema così sentito nella società contemporanea dell’apparire: tra di essi spicca Enrique (Antonio de la Torre), l’ex presentatore di un programma televisivo che pubblicizza pillole dimagranti, testimoniando con cartonati a figura intera l’effetto sorprendente sul proprio corpo dimagrito notevolmente. Peccato che adesso abbia nuovamente acquistato un’ingombrante taglia XXL e i suoi rapporti fugaci con ragazzi prezzolati siano quanto mai insoddisfacenti. Dopo aver mandato in coma il proprio socio in affari, si lega alla moglie di quest’ultimo scoprendo inediti impulsi eterosessuali ma non sarà facile andare contro la sua vera natura di gay.

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Pur essendo di fatto un classico ‘orso’, Enrique non scopre quella dimensione di mutua comprensione che di fatto rappresenta la comunità dei bear, uno dei sottogruppi sociali queer che meglio ha elaborato la questione dei chili in più creando una rete di ammiratori, appassionati e anche feticisti della pancia abbondante, sovente molto più in pace con sé stessi di altri omosessuali magari dai fisici statuari. È un peccato, infatti, che non si affronti questo microcosmo omo descritto invece in un film simile, “Cachorro” di Miguel Albaladejo – si intravede solo un anonimo cruising bar gay – mentre si approfondisce soprattutto la sua ‘conversione’ etero (ah ridaje, rieccoci in zona “Diverso da chi?”) senza però approfondire adeguatamente i dilemmi psicologici del disorientamento bisex, con esiti anche farseschi: lei a un certo punto sperimenta una mutandella di pelle nera con appariscente dildo rosso per soddisfare i desideri anali di lui.

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Com’è consuetudine nel nuovo cinema spagnolo, c’è molto sesso ruspante, qualche nudità anche maschile – lo psicologo che organizza le sedute collettive fa subito spogliare i suoi clienti – ma l’unica scena azzeccata e davvero trasgressiva è il montaggio alternato del parto della compagna del terapeuta mentre lui penetra un’altra donna. La confezione è professionale, la recitazione adeguata, il contenuto alla fine è leggero come una piuma ma il film è oversize anche come durata (due ore e un minuto): doveva essere sforbiciato di almeno mezz’oretta visto che la sceneggiatura ha diversi problemi (la sottotrama della figliola che filma i genitori panzuti mentre copulano e mette su Internet il filmato ottenendo un’impennata di contatti è banalotta). Nessun applauso in sala.

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Intriga invece, l’innovativo fantasy d’animazione svedese “Metropia” di Tarik Saleh presentato come evento speciale della Settimana della Critica. Utilizzando i volti di attori veri ma deformati e fatti muovere con tecniche digitali (occhi dilatati, profili accentuati, espressività resa cupa artificialmente), è un curioso esperimento che anticipa il cinema del futuro: non ci sarà più bisogno di persone reali davanti alla macchina da presa una volta che si potranno fare interagire i corpi pixelati con ambienti ricostruiti al computer ma indistinguibili da quelli reali. Ambientato nel 2024, ipotizza una società orwelliana sull’orlo della catastrofe dove non esistono più le stagioni, travolta da un crisi energetica mondiale e controllata da un Sistema che gestisce una velocissima rete metropolitana ma è anche in grado di controllare il pensiero della gente attraverso un banale shampoo che si insinua nel cervello attraverso sofisticati pico-chip. Un telefonista depresso inizia a sentire le voci dal proprio Super-Io che gli ordina come comportarsi e teme di impazzire. Ma una donna fatale lo coinvolgerà in un piano diabolico per sovvertire il Sistema facendogli scoprire la forza della propria mente. “Metropia” è una sorta di Blade Runner morphizzato, affascinante e insolito, con una notevole fotografia grigio-ocra, arricchito dalle bellissime voci di Vincent Gallo, Udo Kier, Juliette Lewis e Stellan Skarsgård. Abbastanza applaudito, meriterebbe di essere distribuito in Italia.

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