“DIAGRAMS”, la mostra ideata da AMO/OMA per la Fondazione Prada a Venezia (dal 10 maggio al 24 novembre 2025), è un atlante di una bellezza subdola, necessaria, che attiene alla nostra stessa sopravvivenza: linee, curve, frecce, flussi, mappe, grafiche, liste. È una bellezza che non consola, non accarezza, non seduce. Un incanto severo, che incide, che ordina, che impone. Eppure cattura. Un’estetica asciutta e inesorabile, che si eleva a linguaggio dominante in un’epoca vessata dalla necessità urgente, e impossibile, di contenere il mondo in una sintesi.
È un’iconoclastia silenziosa: non abbatte le immagini sacre, ma mostra che il sacro oggi passa anche (solo?) da una curva, da una linea, da un flusso di dati. E quindi, implicitamente, ci chiede di rivedere cosa consideriamo autorevole, emozionante, vero. Per conoscere questa grammatica senza parole, ma potentissima. E, proprio per questo, pervasiva, invisibile e impossibile da evitare.

Entrare a Ca’ Corner della Regina in questi giorni di apertura della Biennale Architettura è come accedere a un cervellotico bulbo globale, paradosso a tratti casuale, ma anche ferocemente preciso, della nostra costernata inadeguatezza. Oltre 300 oggetti, dal XII secolo all’intelligenza artificiale, tracciano la storia visiva del disperato tentativo imano di comprendere il mondo e controllare lo scibile. Mappe della migrazione, anatomie del corpo umano, curve economiche, strategie di guerra, cosmologie religiose, apocalissi discriminatorie. Ogni vetrina è una finestra su come l’umanità ha cercato di governare il caos. Una sequela di patetici tentativi di governare azione e reazione, slegati da ambizioni di completezza, e scelti da AMO/OMA con una logica agnostica, non normativa, che sorprende nella sua potenza rivelatrice. È un sussulto oltre qualsiasi binarismo cognitivo.

Il diagramma, ci ricorda Rem Koolhaas (fondatore di AMO/OMA), esiste da sempre. Antico quanto il mito, ma più flessibile. Neolitico e postumano allo stesso tempo. È il mezzo che ci sopravvive perché non ha bisogno di lingua, al riparo da reazionarie forze anti-schwa o da ossessive accelerazioni delle presunte auto-determinazioni. È sintesi e seduzione. È verità e inganno. Può mostrare la segregazione razziale con la precisione di William Du Bois, o distorcere il volto della criminalità con la pseudoscienza lombrosiana. È neutro solo in apparenza: ogni scelta grafica è una decisione politica. Spesso sbagliata, a volte catastrofica.
Nella mostra, nove temi: Ambiente costruito, Salute, Disuguaglianza, Migrazione, Ambiente naturale, Risorse, Guerra, Verità e Valore. Pilastri che mettono in scena una narrazione multipla e trasversale. La sezione dedicata alla Migrazione, per esempio, mette in dialogo cartografie poetiche come quelle di Philippe Rekacewicz con le logiche astratte del controllo (la sua cartina sulla santuarizzazione dell’Occidente capitalista è un pugno in faccia). Le mappe – come quella dei flussi migratori del 1858, o quella delle principali destinazioni degli studenti fuori sede cinesi e statunitensi nel 2008 – diventano qui strumento di resistenza: contro la retorica della minaccia, contro l’oblio delle origini. Una contro-geografia che sposta l’asse del potere e mette a nudo l’imperialismo del controllo normativo.

Sul tema dell’Ambiente naturale, la Carta del Vesuvio che illustra la direzione delle colate laviche nelle eruzioni avvenute tra il 1631 e il 1831, è affiancata ai flussi di movimento dell’uragano Milton in Florida nel 2024 e poco più in là un grafico mostra la modellazione della densità delle microplastiche presenti nella grande isola di spazzatura dell’Oceano Pacifico nel 2018: un volo d’uccello sulle mappature apocalittiche che descrivono il grido di dolore – e di inesorabile potenza – del pianeta. Poi, sul tema dell’Ambiente costruito, ecco messi in fila, uno accanto all’altro, i grafici che divulgano le informazioni essenziali sulle barriere giapponesi issate contro gli tsunami, e i dati esplicati in grafica sui muri alzati dagli USA contro i migranti proveniente dal Messico, in un raggelante parallelismo della paura come agente di difesa e separazione.
Nel comparto tematico dedicato alle Risorse, ecco una diagrammazione sulla produzione mondiale di petrolio nel 1938 (con gli USA che la facevano da padroni e imponevano così un certo modello energetico), subito incalzata da una del 2010 sui vantaggi dell’energia solare nel Nord Africa dalla sua introduzione nella rete energetica europea.

Sul tema della Guerra la cartografia che mostra il percorso di Annibale dall’Iberia all’Italia passando per la Gallia e le Alpi nel III sec. a.C. viene comparata alla carta figurativa che mostra le perdite delle truppe francesi durante la campagna di Russia del 1812-13 voluta da Napoleone.
Ma il cuore di “DIAGRAMS” non è solo documentario. È architettonico. Da sempre OMA lavora con i diagrammi come strumenti di progettazione: non tanto per rappresentare lo spazio, ma per pensarlo. Costruire significa infatti organizzare forze, flussi, corpi. Il diagramma diventa allora una forma di coreografia sociale. Spesso funzionale. A volte tossica. Sempre ideologica.

Oggi, nell’era dei Big Data e dei dashboard, il diagramma è ovunque. Semplifica, guida, governa. I corpi, le scelte, i desideri. Rende leggibile l’illeggibile. Ma può anche anestetizzare. Normalizzare. La sua estetica – pulita, astratta, algoritmica – è diventata il linguaggio della burocrazia digitale. Un linguaggio che va smascherato. Perché dietro ogni curva c’è una storia. Dietro ogni mappa, una visione del mondo.
“DIAGRAMS” di AMO/OMA è un atto di consapevolezza. Un invito a vedere ciò che regola il nostro vedere. A politicizzare lo sguardo. A comprendere che la forma della conoscenza è già una forma di potere. E che persino l’amore, il sesso, le nostre identità e intimità queer, entrano – volenti o nolenti – dentro le griglie invisibili dei dati. I diagrammi, le infografiche, le sintesi seduttive che cavalcano le accelerazioni della disattenzione, non sono soltanto strumenti per capire il mondo. Ma un nuovo modo per disegnarlo. E per decidere chi ci può stare dentro.
