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Storia di una madre lesbica: intervista a Claire Lynch, autrice di “Una questione di famiglia”

Abbiamo intervistato Claire Lynch, autrice di “Una questione di famiglia”, romanzo che accende una luce su cosa significava essere madre e lesbica negli anni Ottanta, nel Regno Unito.

Storia di una madre lesbica: intervista a Claire Lynch, autrice di “Una questione di famiglia” - Matteo B Bianchi79 - Gay.it
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Una questione di famiglia, Claire Lynch

Una storia che comincia nel luglio del 1982, nel Regno Unito. Dawn ha solo ventitré anni, un marito, una figlia e una vita come tante, serena variabile, apparentemente già scritta. Un giorno, però, per caso, a un mercato di quartiere, Dawn incontra Hazel e quasi senza accorgersene se ne innamora di un amore nuovo, pieno, così fermo e inconfutabile da cancellare ogni paura.

Dawn si confida a Heron, il marito, certa del suo affetto e della sua benevolenza, eppure Heron si affida agli avvocati e ottiene la custodia esclusiva della piccola Maggie. Una questione di famiglia (Fazi Editore) è il romanzo di Claire Lynch, che racconta cosa succede a una famiglia quando una donna, una madre, decide di esistere oltre le aspettative, di cercarsi oltre i confini domestici. Soprattutto, quella di Lynch, è una storia che ci dice come siamo arrivatə fino a qui, da dove siamo partitə, cosa significa e cosa significava essere genitori gay – madri lesbiche – una generazione fa.

Negli anni Ottanta, infatti, nel Regno Unito, il 90% delle madri omosessuali, divorziate dai mariti, persero la custodia dei figli. Molte altre, per questo motivo, decisero di non rivolgersi ad avvocati e tribunali o, addirittura, di non divorziare, sopravvivendo all’ombra di vite parziali e infelici.

Claire Lynch parte da queste storie inascoltate per tessere i fili di un romanzo incredibilmente elegante, scritto con una lingua che vibra come trema la luce sull’acqua. Una questione di famiglia, diretto erede dei migliori racconti di Patricia Highsmith, Sarah Waters e Jeanette Winterson, usa gli stilemi tipici del family novel e di una certa letteratura middle-brow, tradizionalmente britannica, per accendere una luce su un triste capitolo della storia queer e celebrare una generazione di donne che ha perso tante, spesso tutto, per provare a essere felice. 

Abbiamo intervistato Claire Lynch.

Nel 2021 hai pubblicato Small: On motherhoods, un memoir sull’esperienza dell’omogenitorialità. Ora torni in libreria con un romanzo che affronta, pur non raccontando la tua storia, un tema simile. Cosa è successo in questi anni?

Sì, come dicevi, in Small raccontavo la storia della mia famiglia, del rapporto con mia moglie, di nostra figlia. Durante la promozione del libro, mi sono resa conto di quanto poco però sapessi della storia collettiva, di come vivevano le donne lesbiche solo una generazione prima di me. Mi sono sentita molto in colpa per questo e ho deciso di guardarmi indietro. Ho fatto delle ricerche e utilizzato quel materiale per scrivere Una questione di famiglia. 

Credi che la narrativa riesca a comunicare una verità diversa da quella che ci viene consegnata dalla non fiction?

Se avessi scritto un altro memoir o un saggio storico avrei raggiunto molte meno persone. La narrativa chiama a sé in modo più potente: permette, sì, di raggiungere un altro tipo di verità, meno fattuale e più emotiva.

Cosa hai scoperto durante le ricerche che hai fatto prima di scrivere il romanzo?

Sono rimasta scioccata dalla brutalità del linguaggio con cui i giudici e gli assistenti sociali si rivolgevano alle donne coinvolte. Era segno di un atteggiamento sprezzante nei loro confronti. Dagli atti processuali che ho letto emergeva chiara una cosa: nessuno credeva possibile che una donna potesse essere lesbica e madre. Ho avuto modo anche di leggere testimonianze di donne che hanno fallito nel tentativo di riottenere la custodia dei propri figli: è stato estremamente doloroso e commovente. Più che lettere erano vere e proprie linee guida da condividere con altre donne nella stessa situazione, contenevano consigli e avvertenze. Queste donne facevano rete, creavano comunità. Se la legge non ti protegge, se l’istituzione è una minaccia, allora la cura deve diffondersi dal basso, essere vicendevole.

In una scena del romanzo, a questo proposito, vediamo la protagonista a processo, durante l’interrogatorio. L’attenzione della corte è tutta diretta verso la sua vita sessuale, verso le sue abitudini intime. 

È la prima cosa che veniva chiesta alle donne, le domande erano subito molto invasive. C’era un’idea della sessualità molto distorta: l’opinione pubblica così come giudici, avvocati e assistenti sociali, era ossessionata da questa paura che i bambini potessero assistere a quell’intimità per loro incomprensibile e terrificante.

È un atteggiamento un po’ paradossale, non trovi? Mi pare che la sessualità delle donne lesbiche sia o annullata o, appunto, esposta al pubblico ludibrio?

Alle donne non si perdona il fatto di avere una sessualità. Possono essere madri, sì, anzi devono, ma senza sesso. È umiliante quell’attenzione pruriginosa.

E nel tuo romanzo il sesso non c’è, non descrivi scene intime tra le tue protagoniste.

È stata una scelta, non volevo essere anche io intrusiva. Non volevo occupare uno spazio già invaso. Ho spostato il mio sguardo altrove.

Le famiglie che descrivi in Una questione di famiglia se non sono infelici sono certamente costruite a partire dalle rinunce di chi le compone: i desideri personali sono castrati, le inclinazioni dimenticate. Chi, come Dawn, decide di voler comunque essere felice, deve farlo lontano dalla famiglia. È possibile costruire una famiglia senza rinunciare a sé stessə?

Tuttə sacrificano qualcosa per la famiglia in questo romanzo. Volevo dimostrare che tutte le famiglie, anche quelle che sembrano perfette, sono abitate da tensioni, pressioni e dubbi. Le famiglie sono instabili, sempre, non esistono costanti. Dovremmo considerare le famiglie come flussi, non come punti fermi.

A proposito di instabilità, il tuo romanzo è attraversato da un senso costante di fragilità. Ce lo dice anche la tazza sulla copertina. È lì lì per cadere. Cosa è fragile in questa storia: la famiglia, la vita tutta, le certezze?

Tutto è fragile, come è sempre tutto fragile per le persone queer. Siamo consapevoli da sempre che i diritti conquistati non vanno dati per scontati, siamo consapevoli di dover sempre rinegoziare le nostre esistenze, di potere immaginare alternative. Tutto è fragile, tutto è relativo: dipende dal tempo e dal luogo in cui siamo natə, per esempio. Altrove potrebbe essere tutto diverso.

Un affare di famiglia è anche un libro femminista, secondo me. Dawn viene punita, perché madre che si scopre lesbica, ma anche – credo – viene punita in quanto donna che si ribella ai dettami della famiglia per cercare sé stessa.

È un libro femminista, perché le donne di questo libro sono sempre consapevoli delle strutture che le limitano. E anche del loro potere, sanno quando possono premere il grilletto.

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Ne abbiamo già parlato, ma solo lateralmente: questo romanzo è un romanzo sulle madri. Una domanda che mi ossessiona: cos’è una madre?

Uh! (ride)

Perché ridi? 

Poco prima di aprire la cam per fare questa intervista stavo correndo da una parte all’altra della casa per raccogliere i giochi di mia figlia, gli occhialini da nuoto, gli asciugamani. Una madre è un’assistente personale, forse. No, scherzo, ovviamente.

Ridiamo, ndr.

Una madre è un fallimento inevitabile. Abbiamo la responsabilità di far capire ai nostri figli che siamo fallibili, che sbagliamo, che non sappiamo tutto.

Come Dawn, d’altronde. 

Dawn ha sbagliato tanto, ma ha fatto quello che poteva fare.

***

Claire Lynch ha scritto per i lettori e le lettrici italiane una lettera che contestualizza il libro, offrendo qualche informazione in più sulle ricerche preliminari e sulle backstory che l’hanno ispirata. La condividiamo qui: 

Una delle grandi gioie che mi ha portato l’aver scritto il memoir Small: On Motherhoods è stata quella di poter condividere la storia di una famiglia omogenitoriale ai festival letterari, sui podcast o con i gruppi di lettura. Le sessioni di domande e risposte sono state un’opportunità preziosa per trascorrere del tempo con le persone che avevano stabilito un legame speciale con il mio libro. I lettori e le lettrici che incontravano una famiglia come la mia per la prima volta scoprivano, talvolta persino con stupore, che eravamo uguali. Legati dall’esperienza comune di essere genitori. Ciononostante, in quasi ogni occasione, c’era una donna che aspettava di raccontarmi un’altra versione della stessa storia. Alcune di quelle donne attendevano quasi sino alla fine dell’evento, venendomi a cercare appena prima che me ne andassi. Altre invece alzavano coraggiosamente la mano e raccontavano la loro esperienza a tutto il pubblico presente. Donne che avevano forse dieci o venti anni più di me ed erano spinte dal bisogno di puntualizzare che, sebbene Small fosse un libro sulla speranza, era anche un libro sul rimpianto. Per loro, la vita che descrivevo era una vita di cui erano state private. La mia felicità, il risultato di un tempismo perfetto.

Per gran parte, ciò che credevo e provavo riguardo al mio posto nel mondo non teneva conto del privilegio di un tale tempismo. Ignoravo la fortunata coincidenza di vivere in un periodo storico in cui chi sono e chi mi è concesso di essere (legalmente e culturalmente) combaciano. Ipotizzando che Small fosse un romanzo sul mio ruolo di genitore queer, ero curiosa di scoprire quanto la storia sarebbe stata diversa se solo fossi tornata indietro, anche di poco, sulla linea del tempo. Una madre come me avrebbe trovato il suo posto nel mondo negli anni in cui io ero solo una bambina?

Ho cercato le risposte alle mie domande, e le ho trovate. Negli archivi, negli articoli di giornale, nelle tesi di dottorato e nelle sentenze di tribunale. Le ho trovate nei manuali dei gruppi di autoaiuto e nelle riviste specialistiche. Ho letto tutto e l’ho interiorizzato, versando un mare di lacrime. Un documento in particolare, la copertina della rivista OUT del 1977, mi ha toccato nel profondo, tant’è che l’ho stampata e l’ho appesa sopra la scrivania. L’immagine mostra una madre che tiene in braccio la figlia piccola mentre il padre, la polizia e un giudice uniscono le forze per cercare di separarle. Nell’articolo relativo, una madre omosessuale raccontava di aver preparato la valigia alla figlia di tre anni. Mentre lo faceva, fingeva che fosse parte del solito rituale della buonanotte, ben sapendo che l’indomani mattina la bambina sarebbe andata a vivere con il padre e i nonni sotto la loro custodia legale. Quell’articolo era un appello a essere ascoltata, a essere vista.
Più conducevo ricerche sulla storia di quei casi, più scoprivo che rappresentavano la stragrande maggioranza. Negli anni Ottanta, nel Regno Unito, il 90% delle donne di cui era stata rivelata l’omosessualità perdeva la custodia legale dei figli nei casi di divorzio. Pochissime erano quelle che riuscivano a mantenerla, e comunque solo “in estrema ratio e in alternativa a un ordine di affido”. Il numero esatto delle famiglie che sono state smembrate con questo sistema è impossibile da calcolare. Conoscendo l’esito più probabile, molte madri sceglievano di non rivolgersi alla giustizia. Innumerevoli altre decidevano di rimanere all’interno di matrimoni che trovavano “intollerabili e da cui, non fosse stato per la paura di perdere i figli, sarebbero sicuramente fuggite”.

Da fonti come OUT Magazine ho scoperto come venivano trattate le famiglie come la mia nel nostro passato più recente. Ho appreso cosa dicevano i politici, i giornalisti, i giudici e gli avvocati in tribunale. Ignoravo, però, quello che le persone si dicevano intorno al tavolo della cucina, cosa pensavano, provavano o speravano quando andavano a letto ogni sera. Questo romanzo raccoglie le esperienze di persone reali e le reimmagina attraverso la storia di una famiglia in particolare, rivelando i sacrifici personali e l’immenso lascito delle nostre esperienze più intime.

Io non sono nessuno dei personaggi del romanzo, ma ho vissuto entrambi i periodi storici in cui si svolge la storia, il 2022 e il 1982, il primo come madre e il secondo come figlia. La storia di Dawn non è la mia, né lo è quella di Maggie, ma l’averle scritte nasce dal legame profondo con quel passato dimenticato e dal cambiamento radicale che è avvenuto in me in seguito alla sua scoperta.
Sopra la mia scrivania, appena sotto l’immagine del padre, del poliziotto e del giudice che cercano di strappare la bambina dalle braccia della madre, c’è un poster disegnato da mia figlia, che ha sette anni. Il poster è decorato con cuoricini rossi e arcobaleni. Dubito di essere “La mamma migliore del mondo”, ma è così che mi sento quando, anche solo per un istante, alzo la testa e leggo la sua calligrafia. Ho tenuto queste due immagini davanti agli occhi mentre scrivevo questo libro perché l’una agisce da campo di forza contro l’altra. La copertina della rivista è la visione di come avrebbe potuto essere la mia vita. Il poster, invece, mi ricorda che non lo è.

© Riproduzione riservata.

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