Blackout di Justin Torres
Chiunque si sia approcciatə alla storia della comunità e della sessualità queer sarà di certo incappatə in un testo in due volumi audace per il suo tempo e, a suo modo, pionieristico: Sex Variants. A Study of Homosexual Patterns. Si tratta del risultato di una lunga ricerca pubblicato nel 1941 con la firma di George W. Henry, psichiatra statunitense noto per i suoi studi legati alla storia dei comportamenti sessuali. Dietro a questa ricerca – non tuttə lo sanno – si nasconde, però, il lavoro fondamentale di Jan Gay, all’anagrafe Helen Reitman. Lesbica dichiarata, nel corso degli anni Trenta, Gay ha intervistato circa trecento persone – uomini e donne gay o queer – nel tentativo di ampliare la conoscenza intorno a corpi e soggettività considerate non conformi. Non avendo esperienza diretta in campo scientifico, per legittimare la sua ricerca e pubblicare il libro, Jan Gay si affida a un gruppo di medici e studiosi – tutti maschi, ça va sans dire – guidato, appunto, da George W. Henry, ma il suo lavoro viene presto snaturato e i suoi tentativi di de-esotizzazione e de-patologizzazione dei corpi queer infranti per sempre. Lei viene allontana e si allontana da quel progetto che non riconosce più come suo e il suo nome viene poi cancellato dalla lista delle persone che hanno contribuito allo studio.
Lo scrittore Justin Torres, già autore dell’ottimo Noi, gli animali, edito da Bompiani, riparte da qui, da quel libro, da quel nome – Jan Gay – per costruire un romanzo, Blackout – vincitore del National Book Award e ora pubblicato in Italia grazie a Einaudi nella felice traduzione di Gianni Pannofino – che a sua volta tenta di re-immaginare la storia queer.
Tutto inizia così: un giovane ragazzo si mette in cammino, attraversa il deserto e raggiunge il Palazzo, un edificio kafkiano, a metà strada tra un hotel e un sanatorio. Lì vive, aspettando la sua morte, Juan Gay, un uomo di circa ottant’anni, stanco ed emaciato. I due, entrambi omosessuali, si sono conosciuti dieci anni prima, in un istituto psichiatrico e poi si son persi di vista, rimanendo in qualche modo legati, vicini l’uno all’altro, benché agli antipodi, come un nonno e suo nipote. Quando si re-incontrano e, insieme, aspettano la fine, Gay strappa all’amico, che chiama affettuosamente nene, una promessa: dopo la sua morte, sarà lui a dover raccontare, a farsi portavoce della storia di Jan Gay, alla quale tuttə noi, persone queer, dovremmo prestare gratitudine.
La struttura, vista così, sembra esile, ma Blackout è un romanzo complesso e composito, costruito a partire da inscatolamenti e salti temporali e imperniato attorno a un’ossatura poliedrica: Torres utilizza le tecniche del racconto postmoderno per mescolare alle pagine del romanzo, fotografie d’epoca, referti medici, documenti storiografici ed estratti da Sex Variants. Su questi ultimi applica la tecnica dell’erasure poetry, cioè pratica delle cesure nette, cancella ciò che non vuole salvare, lascia emergere ciò che invece vuole sia tramandato. Ogni testo è una menzogna, il precipitato di un punto di vista, una manomissione. Dalle pagine di George W. Henry, Torres cancella gli snodi più patologizzanti, ma trova il modo per rendere evidente la cancellatura, fa di quella cancellatura un oggetto del suo racconto. È così che riflette sui limiti della scrittura storiografica e sul vuoto che costella e, anzi, identifica la storia dei corpi LGBT+. Se non possiamo ricostruirla, forse dobbiamo re-immaginarla.

Abbiamo intervistato Justin Torres.
Dodici anni separano Blackout dal tuo precedente romanzo, Noi, gli animali: cos’è successo in questo periodo?
La mia vita è cambiata molto, all’improvviso. Ero sempre stato al verde, poi ho ottenuto molte opportunità. Sono diventato professore, per esempio. Ho preso tempo per sviluppare la mia voce e ampliare i miei interessi. Ho letto molto, anche.
Tra le altre cose hai letto anche Sex Variants: a study of Homosexual Patterns, che sta alla base di Blackout.
Tutto è iniziato da lì: lavoravo in una libreria dell’usato e ho scoperto questo testo, che risale agli anni Trenta.
Qual è la cosa più sorprendente che hai scoperto leggendo questo libro?
La tenerezza che trapelava dai racconti in prima persona delle soggettività queer intervistate. Era il segno del loro coinvolgimento nel progetto. Raccontandosi offrivano una contro-narrazione a quella patologizzante, eugenista ed eteronormativa della medicina.
Blackout, però, non è una ricostruzione storica tout court e neanche pura immaginazione. Come lo descriveresti?
È difficile! Come sai, nel romanzo, un uomo giovanissimo e un uomo anziano cercano di ricostruire la storia intorno a Sex Variants. Si chiedono come sia nato quel testo, provano a immaginare la storia che sta dietro le persone che lo hanno scritto. La materia è reale, ma filtrata dall’immaginazione dei due personaggi fittizi.
A questo proposito, i due protagonisti cercano di ricostruire la storia di Jan Gay, pioniera degli studi queer nonché mente di Sex Variants, il cui contributo è stato a lungo censurato. Come è possibile riscrivere una storia in modo coerente quando le fonti sono parziali e il loro linguaggio è piuttosto distorto?
Non è possibile essere coerenti: mi sono affidato a quella narrazione distorta e imparziale. Il mio obiettivo non era cercare una coerenza interna.
E qual era?
Sottolineare le distorsioni, illuminare i vuoti, i blackout che costellano la storia della comunità queer. L’attenzione è su quello che manca, non sui vuoti da riempire. Non mi interessano. Blackout è un romanzo che vuole raccontare come il passato – e le nostre fantasie sul passato – infesta il presente.
Juan and nene, i due protagonisti, sono scissi tra il desiderio di dirsi parte di una storia collettiva – una storia queer – e la frustrazione legata all’impossibilità di accedere a una moltitudine di fonti adeguate. Il desiderio e la frustrazione sono le direttrici di questo romanzo, no?
Sì, soprattutto la frustrazione. È nene, il più giovane, a essere più frustrato. Juan, invece, che è prossimo alla morte, lo spinge a guardare la frustrazione da un altro punto di vista. Come opportunità, come spazio di vuoto e di creazione.
Nei momenti che trascorrono insieme, i due continuano a raccontarsi storie, aneddoti. Mischiano le loro vite alla letteratura, in un certo senso. Il gesto di leggere, di raccontare, ha specificità queer?
Sono stato un ragazzino queer tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, in un contesto di provincia, di classe operaia. Non conoscevo altre persone queer. Le poche volte che sentivo parlare di queernes era in senso dispregiativo: erano gli anni della tragedia dell’AIDS, lo sguardo nei confronti degli uomini gay era particolarmente incattivito. Non riuscivo a immaginare un futuro, non avevo fantasie concilianti, riuscivo solo a proiettarmi in un contesto di sofferenza, di malattia. È molto difficile immaginare una vita queer che sia soddisfacente, piena d’amore e di arte, com’è la mia vita oggi, quando non hai esempi né modelli né un’idea su come fare comunità. Le persone queer sono abituate a immaginare alternative, a sperimentare nuovi modi di stare insieme, di trovarsi. È una storia incredibile.
Juan e nene mettono in scena un dialogo tra generazioni queer differenti, che mi sembra mancare nella realtà.
È vero, è difficile da trovare. Ho sempre cercato dei mentori queer e ho sempre fatto fatica a trovarli. Quando l’incontro è avvenuto, è stato bellissimo, molto arricchente. Ora sono un uomo di mezza età, un professore, e sono in costante dialogo con le generazioni più giovani, che abitano un mondo completamente diverso e percepiscono la queerness in un modo completamente diverso. Sono un’ispirazione quotidiana per me. Che viaggio, invecchiare!

