LA NIÑA e la libertà di essere arrabbiatə

La cantautrice ha parlato a Gay.it di un nuovo album alle porte, di una nuova libertà artistica e di come ha imparato a non essere diplomatica a tutti i costi.

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LA NINA
LA NINA (Gesualdo Lanza)
4 min. di lettura

LA NIÑA si rifiuta di essere una cosa sola. Dall’esordio nel 2019, all’arrivo del primo ep Eden l’anno scorso, e un album in arrivo nel 2023, l’artista – all’anagrafe Carola Moccia, ha continuato ad espandere una personalità artistica incatalogabile sotto una sola etichetta. Un viaggio di esplorazione e constante (ri) scoperta, a partire da un nome che ha radici antiche ma guarda al futuro: nasce come nenna, nenné, vezzeggiativo che in dialetto napoletano significa “bambina, ragazza”, una parola che sa di nostalgia, ma che incontrando lo spagnolo, ha uno sguardo internazionale, che va oltre la regione. Il perfetto compromesso tra il desiderio di restare una ragazzina e la voglia di aprirsi al mondo.

 

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Oggi LA NIÑA si prepara ad una nuova era alle porte, capitanata dal singolo Nunn ‘o voglio sape’ – uscito lo scorso 9 Settembre per Columbia Records/ Sony Music. Il brano – accompagnato da un visual video con abiti della designer DI PETSA –reinterpreta il celebre ‘O surdato ‘nnamurato (Staje luntana da stu core) attraverso una nuova lente: l’assenza sofferta e tormentata di un soldato alla sua amata nel 1915, nei suoi versi LA NIÑA esprime tutta a vulnerabilità e potenza di una donna che vuole smettere di soffrire. Iconografia, tradizione napoletana, pop contemporaneo, e sperimentale sono solo alcune delle parole che ribollono nella sua visione artistica.

Durante la nostra chiacchierata ci ha parlato delle sue ispirazioni più grandi, dell’importanza di arrabbiarci e non piegarci costantemente agli abusi di un sistema machistico e predominante, e il bello di mutare insieme al tempo, con musica e una libertà che si rifiuta di restare “coerente” a tutti i costi.


Com’è cambiato il tuo percorso da cantautrice da Eden ad oggi?

Oltre a buttare fuori emozioni e sublimare stati d’animo complessi, nel momento in cui scrivi stai provando anche a ricercare te stesso. Da Eden a questo nuovo disco che sto ultimando – ancora senza nome ma in arrivo nel 2023 – mi riconosco ancora di più. Mi guardo da fuori e vedo davvero LA NIÑA. Sento una cifra stilistica molto forte, nonostante l’enorme diversità dei brani. È una sorta di estremizzazione di Eden, il doppio di quell’EP. La mia crescita è stata un percorso verso il coraggio, anche nell’osare: chiamatelo pop, sperimentazioone, poco conta. Sto osando, e me ne frego sempre di meno di quello che secondo un ipotetico super io, dovrei essere musicalmente. 

Nella tua musica ho sempre percepito una forte unione tra iconografia, dialetto napoletano e musica pop contemporanea? È uno stile molto riconoscibile ed estremamente visivo. Ci sono dei film, libri, o anche opere d’arte che tu ricollegheresti o assoceresti alla tua musica?

C’è un film che mi ha scioccata e influenzato moltissimo che è stato Under The Skin. Io poi lavoro insieme a Alfredo Maddaluno in arte KWSK NINJA e spesso visualizziamo le stesse cose. È successo proprio con uno dei pezzi che uscirà quest’anno dove abbiamo avuto una totale connessione completamente identica. Inoltre, leggo moltissima poesia e penso che questo si riflette parecchio in questo nuovo album. Mi sono innamorata di Michele Mari e di Chandra Livia Candian. Leggendo La Bambina Pugile, ho capito come a volte anche il suono dele parole può restituire un concetto non sempre comprensibile a tutti. Io che sono sempre molto chiara nei miei testi, in questo disco ho sperimentato anche un po’ di locura, follia.

la nina intervista
@laninadelsud (Gesualdo Lanza)

La musica è di tutt*, ma io noto che il pubblico queer in particolare ama moltissimo le artiste emancipate e al contempo vulnerabili, e diventano quasi dei punti di riferimento. E nella musica italiana, dal passato ad oggi, abbiamo sempre avuto donne molto forti e libero. Ti chiedo, stando alla tua esperienza, quali passi in avanti sono stati fatti in questi anni nell’industria musicale per l’emancipazione femminile e quali miglioramenti dobbiamo ancora fare?

Sicuramente i passi in avanti li hanno fatti le artiste stesse. Io vedo nelle mie colleghe di tutto il mondo una grande strafottenza: c’è forza, presa di coscienza, anche violenza, dopo tutta quella che abbiamo subito – noi minoranze, perché chiunque non è uomo etero è una minoranza, è inutile che ci raccontiamo bugie. Vedo anche in tante  attrici, attiviste, e artiste in qualunque campo, più violenza nelle loro esternazioni, e secondo me un po’ ci vuole. Perché non si può non parlare di certe cose senza incazzarsi, invece di essere sempre calmi e diplomatici. Penso sia arrivato il momento di rispondere male anche nella quotidianità. È qualcosa che io ho visto anche in me stessa: recentemente mi sono ritrovata a confrontarmi con un mio collega insopportabile e gli ho proprio detto che ha rotto le palle. Questa strafottenza la vedo anche nelle immagini, che sono anche più pornografiche, ma in senso positivo. Per il resto, da qui a dire che abbiamo risolto la cosa ce ne vuole: la gente ancora ti chiede se hai intenzione di restare incinta sul posto di lavoro e in classifica la maggior parte ci sono solo uomini. C’è ancora gente che discrimina, che spara a persone di diverso orientamento sessuale o identità, o persone di cinquant’anni che non farebbero crescere il figlio ad un baby sitter gay. Secondo me siamo a pezzi, ma nonostante tutto, dei passi in avanti li stiamo facendo.

Cosa possiamo aspettarci da questo nuovo album? 

E cosa speri di trasmettere alle persone che lo ascolteranno?

Io vorrei che arrivasse tutta la mia mutevolezza, il mio essere assolutamente incostante e incoerente nelle mie esternazioni artistiche, sperando che questa cosa faccia sentire a proprio agio anche quelle persone che si sentono pazze e incoerenti: se cambi idea tutti i giorni, se ieri ti piaceva il giallo e oggi il blu, qual è il problema? Non puoi cambiare? Devi restare monolitico? È il messaggio di un album super vario,  pieno di chicche, dove mi lascio tanto andare, passando dal pop alla musica più strumentale. Ma io sono così, mi annoierei a fare una cosa tutta uguale. Vorrei che le persone si emozionino soprattutto nella descrizione di stati d’animo così poco piacevoli. Ma quando le rendi musica, ti rendi conto della bellezza dell’ansia, del dolore, dopo che l’hai raccontati in maniera poetica. Nell’arte riesci a sublimare queste emozioni e renderle magiche.

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