La tesi choc di Matteo Vecchio: “Antonia Pozzi non era lesbica”

Inedite rivelazioni sulla grande poetessa ermetica milanese riscoperta dal film Antonia.

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“Il mistero che non è nella legge che perpetua le specie” scriveva la grande poetessa Sibilla ‘Rina’ Aleramo. Mistero, più che mai mistero, tutto ciò che riguarda l’orientamento sessuale dei poeti che furono? Soprattutto se non si è Pasolini, Bellezza o Penna? Sì, perché l’argomento tocca le corde vibranti dell’intimo, invade l’ambito sacro del ‘giaciglio sentimentale’ e poi, se si tratta di artisti sensibili e noti, ergo personaggi pubblici, il confine tra privacy e condivisione di sé, nell’era massificata IperSociale, è sottile come una pagina scritta.

La questione è quanto mai complessa e densa di sfumature nel caso di una straordinaria poetessa ermetica, la milanese Antonia Pozzi (1912-1938), autrice di lirici capolavori sul disincanto esistenziale, grande amante della montagna (paragonava le cime a “immense donne che occupano la sera”), riscoperta recentemente anche grazie a un austero e raffinato film che abbiamo visto in anteprima al Torino Film Festival, il biografico Antonia. L’ha diretto un giovane, promettente regista scoperto al Festival di Locarno dal cortometraggio Diarchia, Ferdinando Cito Filomarino, ed è stato prodotto da Luca Guadagnino, a cui è legato da un sodalizio non solo artistico (di quest’ultimo è uscito in sala il deludente thriller privo di tensione A Bigger Splash, clamoroso flop al botteghino, pur essendo ben interpretato da Tilda Swinton, Ralph Fiennes, Matthias Schoenaerts e Dakota Johnson). Antonia dovrebbe arrivare in sala nel 2016 ma non ha ancora una distribuzione italiana.

La tesi choc di Matteo Vecchio: “Antonia Pozzi non era lesbica" - Matteo Mario Vecchio - Gay.it

L’interessante opera di Cito Filomarino, vagamente viscontiana nella non banale ricostruzione d’epoca (non a caso il regista è un discendente dei Visconti di Modrone e imparentato alla lontana proprio con Luchino), sposa parzialmente la tesi della studiosa Alessandra Cenni, secondo cui Antonia era lesbica e innamorata dell’amica Teresita Foschi: nel film un bacio appassionato in primo piano suggellerebbe l’ipotesi. A questo proposito abbiamo intervistato il professore Matteo Mario Vecchio, in uscita con un’approfondita biografia di Antonia Pozzi, della quale è uno dei massimi esperti italiani:

In merito all’orientamento sessuale di Antonia Pozzi, quale tesi sposa? Quella di Alessandra Cenni che ipotizza una tendenza lesbica della Pozzi o quella di Gabriella Bernabò che al contrario la nega?

Io non concordo né con l’una né con l’altra, pur rispettando entrambe. Perché, secondo me, da un lato in Alessandra Cenni c’è uno scandalismo del tutto gratuito e tutt’altro che documentato, dall’altro in Graziella Bernabò agisce una tendenza moralistica e levigatrice.

Quali sono le principali fonti del presunto lesbismo della Pozzi?

Non ci sono documenti che lo attestino, a parte una lettera piuttosto sibillina del 1936 a Vittorio Sereni. Mi sembra del tutto pubblicitario affermarlo come fa Alessandra Cenni.

Ci sono riferimenti all’omosessualità nell’opera di Antonia Pozzi?

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Non esistono fonti accreditate per attestare la tesi della Cenni, né l’opera della Pozzi presenta elementi che le suffraghino. La poesia Distacco è una poesia molto piana, priva di appigli che possano permettere di accreditare l’interpretazione proposta dalla Cenni.

Quindi, secondo lei, qual era la relazione tra Antonia e Teresita?

Non abbiamo fonti sufficienti per capire di che natura fosse. Teresita è una compagna di liceo, un’amica che esce subito dalla sua vita.

Alessandra Cenni sostiene che nel ’37 Antonia si sarebbe innamorata di Isa, amica di Vittorio Sereni, dopo averla vista giocare a tennis…

Altra mitologia. La stessa Buzzoni l’ha smentito pubblicamente, sebbene in modo che non condivido. Si può parlare di forte infatuazione, da parte peraltro di una donna, come la Pozzi, molto sensibile, spronata verso gli altri, alla ricerca di una sorta di supporto emotivo nel suo amore con Remo Cantoni, non corrisposto e unilaterale. Ma è l’estate del ’36, non del ’37. Un’estate un po’ vuota, di transizione, seguita alla laurea, ottenuta nel novembre ’35.

Oltre alla poesia Distacco, c’è qualcos’altro di saffico nei versi di Antonia?

No. Anche se non è una poetessa spiccatamente eterosessuale come Piera Badoni o Cristina Campo, non mi sento di accreditare una forma di omosessualità in Antonia Pozzi. C’è una ambiguità di fondo, un’irresolutezza emotiva, ma non certo una forma di saffismo.

Nel documentario Poesia che mi guardi di Marina Spada c’è qualche accenno a proposito?

È un docu-film intelligente ma opera una mitopoiesi della figura di Antonia. L’argomento del film non è Antonia Pozzi bensì Marina Spada e il suo rapporto con la poetessa e, in generale, con la vita.

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Ci sono altre donne importanti che hanno rappresentato per Antonia una destinazione di presunti innamoramenti?

No, ma grandi amicizie sì: Elvira e Lucia, oppure la signora Olga Treves, che Antonia ammirava molto. Figure disciplinatrici, estremamente importanti per lei ma da un punto di vista emotivo e non soltanto affettivo.

Nella breve vita di Antonia ci sono amici omosessuali?

Non ne abbiamo attestazione. Tuttavia l’omosessualità, come cercherò di dimostrare nella mia biografia, non è estranea al suo contesto.

Qual è la sua ipotesi sul suicidio di Antonia Pozzi davanti all’Abbazia di Chiaravalle tramite barbiturici?

Antonia Pozzi non ha voluto intenzionalmente uccidersi. Diverso è il caso dell’amico Gian Antonio Manzi, che assume barbiturici e si getta da una finestra, suicidandosi con modalità decisamente esplicite. Il suicidio di Antonia è per me un atto dimostrativo, privo di una volontà netta di uccidersi. È una lettura, condivisa con altri giovani studiosi, che vaglierò nella biografia.

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