Le 3 grandi persecuzioni LGBT del Novecento

Sono 3 i momenti del '900 più bui per la comunità LGBT. Ecco quali sono.

persecuzioni lgbt
Angehörige der Hitlerjugend sortieren Material für die Bücherverbrennung aus
Aufnahmedatum: 1933
Aufnahmeort: Berlin
Systematik:
Geschichte / Deutschland / 20. Jh. / NS-Zeit / Kunst und Kultur / Literatur / Bücherverbrennung
3 min. di lettura

Nella storia del ‘900, si possono contare tre grandi  persecuzioni verso gli omosessuali. Mentre i primi due avvengono negli anni antecedenti la Seconda Guerra Mondiale, la terza persecuzione succedeva a un decennio di grande apertura e riformismo. Stiamo parlando delle persecuzioni LGBT nell’epoca fascista, nazista e comunista.

In tutti e 3 i casi, la persecuzione prevedeva discriminazioni, intolleranze, isolamenti e l’invio nei campi di concentramento, o di “correzione”.

Le persecuzioni LGBT negli anni del nazismo

Difficile non conoscere la sorte di una persona omosessuale nella Germania nazista. Una persona gay era vista come sterile, poiché non poteva riprodursi. Quindi, inutile dal punto di vista della sopravvivenza del popolo tedesco. Identificati con il triangolo rosa, venivano inviati nei campi di concentramento, doveva venivano “utilizzati” per spaventosi esperimenti, che quasi sempre finivano con la morte della cavia umana. Poco importava, poiché si trattava di esseri inferiori, secondo le SS e i medici nazisti. Quelli più fortunati, venivano inviati a lavorare all’interno dei campi, almeno fino a quando ne erano in forze.

La persecuzione nazista iniziò attorno al 1933 e si concluse con la caduta della dittatura. Dalle testimonianze raccolte dopo la fine della guerra mondiale e la caduta del nazismo, si è stimato che le vittime LGBT delle persecuzioni siano tra le 10.000 e le 30.000.

La persecuzione in Italia durante il fascismo

La seconda persecuzione LGBT è quella che ci riguarda più da vicino, causata dalla dittatura fascista. L’orrore durò solamente 3 anni, dal 1936 al 1939, ma questo non la rende meno grave o importante.

Già dai primi anni delle persecuzioni LGBT, si nota una certa incoerenza. Il regime fascista puntava a escludere completamente la comunità LGBT; ignorare che esistessero delle persone omosessuali, lesbiche, transessuali, bisex o queer semplificava il problema, in un certo senso, poiché venivano esclusi dalla società. Negare la visibilità alla comunità LGBT era la strategia utilizzata fino a quel momento. Ma dovendoli indicare come pericolo per la difesa della razza, costringeva il regime a identificarlo e riconoscerli come comunità, come era accaduto per ebrei, rom.

Allo stesso tempo, identificare la comunità LGBT sarebbe significato ammettere che anche in Italia quella stessa comunità esisteva. E che l’Italia non ne era “immune” come si pensava. Per questo motivo, nei 3 anni della persecuzione, gli omosessuali inviati al confino furono “solo” una novantina, classificati per lo più come dissidenti politici. Non per questo, gli italiani LGBT hanno patito meno la loro persecuzione. Se non c’era una valida motivazione per procedere con l’invio al confino, partiva la spedizione punitiva, solitamente con pestaggi, la costrizione a bere olio di ricino, il licenziamento (per un lavoratore statale) o una sorta di arresti domiciliari.

Dalla struttura persecutoria nazista e fascista nei due paesi si può intuire anche un fatto importante sulle violenze odierne. La comunità LGBT tedesca, prima delle persecuzioni, era comunque molto visibile, poiché viveva alla luce del sole. Lo stesso non capitava in Italia, dove era rimasta sempre nascosta, invisibile alla società, organizzando eventi privati. Quindi, se la persecuzione LGBT nazista era riconosciuta (anche per il gran numero di morti che provocò), in Italia la stessa era molto meno marcata. Questa mentalità del “gay che deve rimanere nascosto” è presente ancora oggi nel Belpaese, e potrebbe essere la causa delle continue violenze, in particolare in un preciso momento storico dove il sentimento antisemita, negazionista e fascista sembra riaffiorare sotto la veste di un clima sovranista.

La persecuzione comunista

Come ultima persecuzione LGBT del Novecento, troviamo quella avvenuta in Unione Sovietica e a Cuba, culle del comunismo. Con la nascita dell’Unione Sovietica, il partito comunista al potere eliminò molte delle leggi omofobe esistenti, dando il via a una grande riforma che legalizzava l’omosessualità. Ci furono libri, informazione, visibilità, l’autorizzazione a lavorare in enti pubblici per persone della comunità LGBT.

Questo continuò fino al 1933, con l’arrivo di Stalin. Il termine “omosessuale” diventa un’offesa, dato agli avversari politici per denigrarlo e dipingerlo come un essere da sconfiggere. Torna a essere illegale, e sembra che 10.000 LGBT finirono nei gulag. L’omosessualità, secondo il pensiero staliniano, era il risultato di una classe borghese corrotta e decadente. Una classe da eliminare. E con lei, anche l’omosessualità. La repressione durò fino al decadimento del regime staliniano. Il problema era che a seguito della fine dell’Unione Sovietica, la chiesa ortodossa divenne sempre più potente, dando una minore visibilità alla comunità, che negli anni era tornata a essere visibile e accettata. I campi di concentramento erano la destinazione per gli omosessuali cubani degli anni ’60 e ’70.

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Franzc Dereck 6.2.20 - 9:45

Grazie di cuore per averci ricordate queste orride pagine di storia evidenziando come i regimi totalitari , vogliono "tutta " la società uniforme ad un unico pensiero e modello , pena la soppressione di ogni dissidenza.

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