Il più delle volte non mi trovo d’accordo con Selvaggia Lucarelli e soprattutto con certe sue modalità, ma condivido in pieno il modo in cui chiama le tante persone che la insultano nascosti dietro ad uno schermo: “leoni da tastiera“.
In queste settimane il dibattito sulle unioni civili (e in particolare sulla stepchild adoption e – senza che vi sia un senso e un nesso – anche sulla gestazione per altri) si è acceso sempre di più fino a diventare infuocato. Si sono accesi i riflettori ed è iniziato il circo mediatico a cui tante famiglie, fra cui la mia, si sono trovate loro malgrado costrette a partecipare per far comprendere meglio la nostra realtà, i nostri bisogni, le discriminazioni vissute quotidianamente.

Il fatto che io abbia scelto di essere visibile, però, non può e non deve giustificare tutta una serie di attacchi beceri. Non intendo tollerarlo e, dunque, ho fatto e farò tutto quello che è nelle mie possibilità per difendere me stesso e la mia famiglia, dal bloccare le persone sui social network al querelare chi oltrepassa il limite. Dopo l’intervista di martedì sera al Le Iene e una sequela di offese che mi hanno tolto energie, sono arrivato a disattivare il mio profilo Facebook per qualche giorno anche soltanto per ricordarmi che la vita reale è un’altra ed è l’unica che merita davvero i miei sforzi, il mio impegno e le mie attenzioni.
Non mi sento una vittima, per carità, ma il livore che ho vissuto sulla mia pelle in questi giorni e che in generale vedo quotidianamente sulla pelle di tante e tanti altri mi spaventa: perché è figlio di ignoranza e frustrazione. Oppure figlio di quella che Hannah Arendt chiamava “banalità del male”. Le critiche sono sempre valide, ma penso che davvero l’uso di certi mezzi tecnologici ci abbia fatto perdere di vista quella che in gergo giornalistico chiamerei “continenza formale”.

Preferisco immaginarmi gazzella che corre più veloce, verso la libertà.

