“Razzi Umani”, storia di un antieroe non binary: intervista all’autorə Vitto Pascale

Una storia di formazione che mette a nudo stereotipi etero-cis e ci regala la forza benefica e liberatoria del caos.

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Razzi Umani - Vitto Pascale Intervista Gay.it
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Abbiamo intervistato Vitto Pascale, l’autorə del romanzo “Razzi Umani” e content creator non binary, già conosciutə su Gay.it per la sua rubrica “Non binary Faq” sul nostro canale Instagram.

Senza offrire soluzioni preconfezionate, con il suo lavoro narrativo, auto-pubblicato su Amazon (qui), Pascale apre porte su mondi possibili, invitando a superare confini invisibili con spirito critico e curiosità. Nel le identità scorrono libere da definizioni rigide: attraverso il dialogo fra Vì – persona non binary – e il misterioso Levansi, comprendiamo che interrogarsi su amore, morte e senso dell’esistenza non è un lusso per poche persone, ma una necessità vitale.

Ironico, sagace e pungente, Vitto fa emergere i contorni reali della non binarietà, ma anche il peso di norme sociali e religiose, mostrandoci come i cosiddetti “Razzi Umani” ci spingano a rivedere pregiudizi e certezze. Al centro della discussione il legame tra potere, corpi e mascolinità tossica. Un’opportunità per approfondire la matrice “scomoda” del suo romanzo, la sua dimensione di opera di formazione, e il ruolo che i “Razzi Umani” – persone che con il loro passaggio sconvolgono equilibri precari, ma spingono verso un’evoluzione interiore – giocano nella narrazione.

Un romanzo dove dubbi, contraddizioni e dissonanze equivalgono alla libertà di essere ciò che siamo, e che esorta a non rifuggire il disordine creativo, ma a esplorarlo con mente aperta e sguardo critico. In contrasto con la visione “al contrario” di Vannacci.

INTERVISTA A VITTO PASCALE, AUTORƏ DEL ROMANZO “RAZZI UMANI”

 

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Perché consideri questo romanzo l’”anti-Vannacci” della situazione?

Razzi Umani non cerca di imporre visioni monolitiche o pregiudizi, ma abbraccia la complessità dell’esistenza umana e delle identità. È un romanzo che scardina le etichette, celebra la diversità e si nutre di ironia per smontare le rigidità delle norme sociali. Dove il “mondo di Vannacci” vede confini e categorie, Razzi Umani vede possibilità, contraddizioni e un terreno fertile per la libertà di essere chi siamo davvero, senza paura di non rientrare negli schemi.

Non c’è spazio per le “verità assolute” o i giudizi, ma solo per domande, riflessioni e un dialogo aperto, che invita chi legge a esplorarsi. È un libro che prende le retoriche escludenti e le ribalta con un sorriso, dimostrando che non c’è niente di più rivoluzionario dell’accettare la complessità del vivere.

Nonostante il protagonista Vì non sia più ragazzinə, potremmo dire che questo è un romanzo di formazione? Come valuti l’evoluzione di Vì attraverso il romanzo?

Assolutamente sì, Razzi Umani può essere visto come un romanzo di formazione, anche se atipico. Confermo. Vì non è più un fiore di campo, ma chi l’ha detto che si smette mai di crescere?

L’evoluzione di Vì nel romanzo è un viaggio profondo e dissacrante attraverso le contraddizioni dell’esistenza, un percorso di scoperta di sé che non segue le tappe tradizionali, ma si snoda tra dialoghi provocatori e momenti di cruda vulnerabilità.

Vì non trova “risposte definitive”, ma si libera dei dogmi e degli schemi imposti per accettarsi.

È un romanzo di formazione per chi capisce che crescere non è arrivare a una meta, ma imparare a camminare con le proprie domande. In questo senso, l’evoluzione di Vì è la dimostrazione che la maturità non è mai una questione di età, ma di consapevolezza.

Chi è Levansi?

Il mio uomo ideale.

Scherzi a parte.

Levansi è l’interlocutore enigmatico che guida Vì nel suo viaggio oltre la morte, una figura che unisce provocazione, saggezza e mistero. Nel romanzo, ho scelto deliberatamente di non fornire dettagli sulla sua origine o sulla sua storia, per lasciare a chi legge la libertà di immaginare la sua narrazione. Questa scelta si riflette in molte altre parti del libro: dopotutto, parliamo di libertà, giusto? Perché non dare spazio alla fantasia di chi legge, lasciando arricchire la storia con la propria immaginazione e interpretazione?

Levansi non è solo una “guida”, ma una presenza che sfida continuamente Vì, mettendo in discussione tutto ciò che credeva di sapere su di sé e sul mondo. Rappresenta, in un certo senso, il confronto con la propria coscienza e con le grandi domande dell’esistenza: chi siamo davvero, cosa ci definisce, e cosa lasciamo dietro di noi.

Non dà risposte semplici, ma costringe Vì (e chi legge) a guardare oltre le apparenze e ad affrontare le proprie contraddizioni. È un personaggio che incarna il dialogo, il dubbio e, soprattutto, la possibilità di trasformazione.

Non Binary non è solo una parola. È una porta aperta su un mondo dove i confini di genere si dissolvono. È una festa, un inno alla libertà, dove puoi prendere ciò che vuoi e lasciare il resto”. Che difficoltà abbiamo oggi, ancora, sulla percezione del non binarismo di genere?

Al mondo piace tutto tranne che rivoluzionarsi. Le identità Non Binary stanno portando, lentamente, a far intravedere un mondo in cui è possibile scegliere di non incasellarsi necessariamente in solo due generi. C’è ancora una grande mancanza di educazione e consapevolezza: spesso le identità non binary vengono ignorate, banalizzate o ridotte a una moda, invece di essere riconosciute come delle esperienze reali e valide. Le persone non binarie affrontano la sfida quotidiana di spiegarsi, di dover “giustificare” la propria identità, e questo può essere estenuante. In Razzi Umani, il mio intento, era quello di raccontare con naturalezza una persona non binary per renderla accessibile e comprensibile in modo tale di smettere di scambiare una “innocua corda” per un “serpente pericoloso”. Alle volte, basta accendere una luce per smettere di aver paura.

intervista a vitto pascale, autor di Razzi Umani

Confrontandoti con la morte nel romanzo, cosa pensi di aver scoperto su te stessə e sul mondo che ti circonda?

Mi confronto molto spesso con il pensiero della morte.

Ci tenevo particolarmente a comunicare, nel mio libro, che essa è una fase della vita. Implacabile, inesorabile e dannatamente equa: se ci facciamo caso è uno dei fenomeni più democratici del mondo. Non fa distinzione di sesso, razza, identità di genere, e chi più ne ha più ne metta. Trovo tutto ciò estremamente affascinante.

E sul mondo che mi circonda? Ho scoperto che è pieno di persone che cercano di vivere al meglio, pur senza avere un libretto di istruzioni. Forse è proprio questo il bello: sbagliare, ridere, piangere e, alla fine, accettare che nessuna persona ne uscirà viva: ma almeno possiamo fare un grande spettacolo già che siamo qui!

I “Razzi Umani”, che danno il titolo al tuo libro, sono quelle persone che vengono paragonate dal protagonista a delle “meteoriti” che “portano con sé una scia di caos, scompiglio e rotture di ovaie o palle, o qualcosa, che quando vengono rotte fa male“. Una bellissima metafora che rappresenta l’apparente distruzione che queste persone possono avere sulla vita di chi le incontra. Tuttavia, portano con sé un risvolto positivo, una rinascita. Perché questi “Razzi Umani” possono effettivamente spingere le persone verso una maggiore introspezione e crescita personale?

Queste persone portano caos, è vero, ma un caos che ti costringe a guardarti dentro, ad affrontare le tue fragilità e a distruggere quelle pareti di comfort che spesso ci costruisci attorno. Sono come una palestra emotiva: dolorosa, faticosa, ma alla fine ti rendono più forte e consapevole. Tuttavia, è un po’ come un abbonamento in palestra che abbiamo già pagato: pur sapendo che dovremmo allenarci, spesso e volentieri, la motivazione ci manca.

I Razzi Umani sono distruttivi come un meteorite, sì, ma portano con sé un’energia che ti spinge a evolverti, a uscire dall’orbita e a trovare una nuova traiettoria. Certo, fanno male… ma chi l’ha detto che crescere sia indolore?

In “Razzi Umani” c’è tanta ironia. Perché? (durante una conversazione con Levansi, Vì osserva ironicamente: “Mamma, che posizione di merda per morire … ma … un momento… come ho fatto questa fine?”

L’ironia in Razzi Umani è un po’ il modo in cui Vì affronta la vita e la morte, come se fosse l’unica forma di resistenza possibile a un mondo che spesso sembra non avere alcun senso. La morte, che dovrebbe essere il momento più serio e drammatico, diventa l’occasione perfetta per fare una battuta o smontare quello stereotipo tale per cui ci si debba per forza disperare. Perché, in fondo, se non possiamo ridere di noi, di come ci troviamo spesso in trappola nelle situazioni più assurde, che altro ci resta?

L’ironia serve a sdrammatizzare, a prendere le cose meno sul personale, a farci vedere che la vita, nonostante le sue tragedie e contraddizioni, è un mix di caos e bellezza che vale la pena.

In fondo, se la morte può essere una “posizione di merda”, almeno possiamo affrontarla con un sorriso… anche se stiamo morendo nel posto sbagliato.

Nel libro Vì discute in merito alla percezione della penetrazione nella comunità gay-cisgender e come questa rifletta dinamiche di potere e, soprattutto, di mascolinità tossica, quella dell’uomo “virile”, “bianco”, “moderato” e, “così maschio da sembrare etero”. Quante difficoltà e stereotipi ci sono ancora in questo senso secondo te?

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L’idea del “gay ideale” come un uomo “virile”, “bianco” e “così maschio da sembrare etero” è un concetto che limita non solo chi siamo, ma anche come ci vediamo gli uni con gli altri. La penetrazione, come discussa nel libro, diventa una sorta di test di mascolinità: se non ti adatti a questa visione, sei più “debole”, “passivo”.

Questi stereotipi sono un freno incredibile alla libertà di espressione sessuale e di identità. La pressione di conformarsi a determinati ruoli – dove il potere è sempre associato a una versione distorta della virilità – crea esclusione, vergogna e un’incessante ricerca di validazione. Non solo, ma questo perpetua l’idea che ci sia un solo modo di essere un uomo “vero” nel contesto gay, e chi non si allinea a questa visione finisce per sentirsi inadeguato o invisibile.

Oggi, nonostante alcuni passi avanti, siamo ancora in una società che privilegia e premia questa versione distorta della mascolinità, e non si rende conto che la vera libertà sessuale e relazionale arriva solo quando smettiamo di misurare il valore di una persona con questi standard da “camera da letto”. Per fortuna, c’è un movimento crescente per abbattere questi stereotipi, ma la strada è ancora lunga.

 

 

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Nel tuo racconto, soprattutto quando descrivi il personaggio di I., emergono posizioni critiche circa gli standard estetici maschili imposti dalla società. Come pensi che piattaforme come Instagram amplifichino le insicurezze legate al corpo?

Faccio una premessa. Come ogni cosa, strumento o medicinaledipende da come lo usi. Non voglio che passi il messaggio di una “caccia alle streghe 2.0” perché i social sono anche un luogo in cui poter aver accesso a informazioni e ad altri modi di vivere la propria vita. Oggi, questa, è una risorsa impareggiabile!

Tuttavia, piattaforme come Instagram, non sono solo un “luogo” dove condividere foto, ma una vera e propria fabbrica di insicurezze, alimentata dagli standard estetici spesso irrealistici e perfezionati al massimo. Immagina di navigare tra corpi scolpiti, visi perfetti, e stile di vita da influencer, e vederti costantemente in competizione con immagini che sono, nella maggior parte dei casi, il risultato di filtri, luci perfette e Photoshop. Questo crea una pressione enorme, soprattutto per chi non si sente “adatto” a quegli standard.

Nel caso del personaggio di I., vediamo come la bellezza imposta dalla società diventa una gabbia, un peso che, invece di liberarlo, lo costringe a un ideale che non ha nulla a che fare con chi è veramente. Le immagini di Instagram amplificano questa dinamica, facendo sembrare che il valore di una persona sia misurato dalla sua apparenza fisica e non dalle sue esperienze.

Il problema non è Instagram in sé, ma l’uso distorto che se ne fa per proiettare un’immagine di perfezione che non solo è irraggiungibile, ma anche dannosa per la salute mentale. Instagram diventa quindi un palcoscenico dove il “corpo perfetto” è la norma, e chi non si conforma finisce per sentirsi fuori posto, alimentando insicurezze che, invece di essere abbattute, vengono rafforzate ogni giorno.

Il protagonista Vì descrive nel romanzo le dinamiche dei piccoli paesi italiani come una scacchiera strategica di apparenze e giudizi. Davvero la provincia è un luogo nefasto per una persona queer?

In un piccolo paese, dove tutti sanno tutto di tutti, ogni diversità viene percepita come una minaccia all’ordine perfetto di una realtà costruita su convenzioni e facciate. Essere queer in un ambiente così significa navigare tra occhi curiosi e bocche pronte a giudicare.

Ahimé, accade ancora oggi, nella maggior parte dei casi (maggiore non vuol dire tutti i casi).

Tuttavia, la provincia non è solo un luogo di sofferenza per chi non si adatta agli standard imposti. Può essere anche un terreno fertile per la resistenza, la lotta e, talvolta, la sorpresa. Dietro l’apparenza di una comunità chiusa, ci sono sempre quelle piccole crepe da cui può filtrare la libertà. La provincia non è solo un “luogo” di discriminazione, ma anche un “luogo” di crescita personale e di confronto, dove chi osa essere differente può riscrivere le regole del gioco. Quindi sì, è difficile, ma non impossibile.

Conosco due amici, marito e marito, felicemente sposati nonché parte integrante di una comunità sull’Appennino bolognese.

Nel romanzo, il dialogo tra Vì e Levansi si addentra nelle tensioni tra religione cattolica e persone LGBTIQ+. In una riflessione piuttosto amara, Vì esprime il suo dissenso verso le interpretazioni tradizionali della religione riguardo le persone LGBTIQ+, dicendo: “Come vuoi che reagiscano le persone, cattoliche o presunte tali, che sentono di una persona omosessuale o transgender o bisessuale o non binaria quando ti viene detto, fin dall’infanzia, che tutto ciò è abominio?”. Un indottrinamento, quello cattolico, che nel corso del romanzo avrà un impatto devastante su alcuni personaggi. Che influenza ha avuto la religione nella tua vita? Secondo te le recenti dichiarazioni di apertura porteranno ad una “rivoluzione copernicana” nei confronti della comunità LGBTIQ+ o rimarranno confinate a gesti superficiali senza effetti pratici?

L’influenza della religione nella mia vita è stata… come un filtro Instagram applicato senza pietà. Tentava di “correggere” tutto ciò che non si adattava all’immagine perfetta che voleva mostrare. E la parte ironica? Mentre mi parlavano di amore incondizionato, mi insegnavano ad amare solo se rientravo in quel cerchio ben stretto della “norma”. Così, tra una preghiera e l’altra, cercavano di farmi dimenticare che l’amore, per definizione, non è un monologo, ma un dialogo aperto, senza formule a senso unico. C’è molto della mia rabbia nelle idee di Vì: è come quando paghi 80€ di internet e poi scopri che avresti potuto pagarne 40 se solo te l’avessero detto. Sto esagerando, certo, ma spero che renda l’idea della delusione e della rabbia che senti quando scopri che il mondo offre molte più possibilità di quelle che ti avevano insegnato.

Le recenti dichiarazioni di apertura? Sì, sicuramente sono un passo avanti. Ma la vera domanda è: saranno davvero una “rivoluzione copernicana” o resteranno un bel discorso da predica domenicale, adatto a riscaldare i cuori nei saloni delle parrocchie, ma senza lasciare traccia nella vita reale?

La mia previsione? Molto probabilmente si limiteranno a gesti superficiali, come il lavarsi le mani con acqua santa, mentre sotto il tappeto continueremo a nascondere le polveri della discriminazione. Forse dovremmo smettere di sperare in miracoli e iniziare a vedere la vera rivoluzione nel comportamento quotidiano.

Nel romanzo affronti il tema del coming out in famiglia, del difficile coming out del protagonista con la madre, una vera e propria “marcia a piedi nudi su un campo minato”, e di come molte persone queer aspettino di avere tutte le garanzie (economiche, lavorative) prima di compiere questo passaggio. Il protagonista Vì afferma, in particolare: “Non è affatto giusto vivere in un mondo nel quale non si ha la libertà di raccontare chi si è, senza prima dover calcolare ogni rischio, preparare piani di fuga A-B-C”. Non starai scoraggiando le persone a fare coming out? 

Grazie per la domanda.

Non sto assolutamente scoraggiando le persone a fare coming out… credo fermamente che ogni percorso debba essere vissuto con la massima libertà, rispettando i propri tempi, modi e circostanze. In Razzi Umani, ho semplicemente esplorato una delle tante sfaccettature di questa scelta. È un atto che può essere tanto liberatorio quanto complesso, e ogni persona ha il diritto di decidere quando e come affrontarlo, senza pressioni esterne. L’importante è che quel momento arrivi solo quando ci si sente pronti e al sicuro.

La verità è che in un mondo ideale, fare coming out sarebbe come dire “buongiorno” al bar, ma nella vita vera è più simile a una “marcia a piedi nudi su un campo minato”, come lo descrive Vì.

Non è scoraggiare, ma è una riflessione su cosa potrebbe costarti quel passo.

In molte famiglie, dire “sono gay” o “sono non binary” non è un’apertura al dialogo, ma un gesto che può cambiare radicalmente le dinamiche. E quando la propria sicurezza economica, lavorativa e affettiva dipende ancora da altre persone, la scelta diventa un calcolo a somma zero. La realtà è che dovremmo vivere in un mondo in cui non è necessario preparare piani di fuga A-B-C per dire chi siamo. Ma non possiamo ignorare che molte persone, oggi, si trovano costrette a farlo per proteggersi.

Il mio augurio, per quanto riguarda il coming out, è che non ci sia più nessuna persona costretta ad agire o pensare come Vì nella comunità LGBTQIA+ tutta.

© Riproduzione riservata.

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