Lolita e la libertà di andare oltre gli stereotipi: “Chiunque di noi può essere tutto ciò che vuole”

La cantante lanciata nel 2019 da "The Voice" ha pubblicato un nuovo singolo dal titolo "Popstar" e sogna il salto a livello internazionale. La nostra intervista.

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Lolita intervista
Lolita, "Popstar" è il suo nuovo singolo
5 min. di lettura

Il coraggio di accogliere le proprie sfaccettature e imparare a liberarsi da rigide gabbie mentali dovute a retaggi culturali. Ma anche l’istinto a tendere una mano a chi, per motivi diversi, fatica ad accettarsi e trovare la propria serenità. Questo e molto altro è Lolita, nome d’arte di Ilenia Filippo, cantante lanciata nel 2019 da The Voice e già ribattezzata da più parti come “la Lana Del Rey italiana”.

Il 14 giugno ha pubblicato il nuovo singolo Popstar (Island Records/Universal Music Italia) e Gay.it l’ha incontrata a Milano per parlare del progetto e di come oggi Ilenia e Lolita non siano più così distanti tra loro.

Hai descritto Popstar come una tappa inedita e significativa nel tuo percorso, perché?

Ha un’attitudine a livello di scrittura, di suoni e del modo in cui l’ho cantata che fino ad ora nella mia musica non era venuta tanto fuori. È stato un esperimento e la mia percezione è che sono uscita dalla zona di comfort; è una canzone a tratti più dance ma nelle strofe è più urban delle precedenti. Penso abbia aggiunto un pezzetto alle cose che ho fatto fino a qui.

La popstar di cui canti però non sei tu.

No, infatti temevo che all’inizio si potesse pensare fosse un’autocelebrazione. L’effetto sorpresa che invece si crea è divertente perché parlo dell’altra persona, del modo di fare un po’ da popstar di qualcun altro.

È una storia autobiografica?

Potrei aver vissuto qualcosa del genere…

Il video è firmato da Edgar Esteves e Blank Square Productions, team di videomaker che ha lavorato con The Weeknd, Nicki Minaj, Travis Scott. Come li hai conosciuti?

Il link è Richard, il mio manager, perché lui ha avuto la possibilità di lavorare per tanto tempo con Kanye West e pure il team di Blank Square era al lavoro su un documentario per Kanye. Diverse persone del mio team hanno collaborato con lui e sono arrivata a conoscerli. C’è stata una sintonia da subito, perché è una persona che ha sempre scommesso su progetti da zero ed è stato per me motivo di grande orgoglio che abbia sposato spontaneamente il mio.

Vivi tra Milano e Los Angeles, come ci sei finita?

Tutta una serie di collaborazioni iniziate quest’anno hanno sede lì, e siccome coinvolge il lavoro delle persone con cui lavoro a 360° siamo finiti per stare spesso a L.A.

Come ti trovi?

Molto bene, musicalmente c’è una contaminazione diversa, è stimolante. Il mercato italiano è abbastanza chiuso se parliamo di scommettere su un artista da zero, invece lì è quasi il contrario, è un vanto beccare il talento quando non è nessuno e aiutarlo a crescere. E poi io sono nata al Sud Italia, quindi il sole e il mare mi danno una tranquillità mentale non da poco.

Viste le premesse punti a una carriera internazionale?

Sì, in realtà abbiamo già pensato a delle collaborazioni su cui stiamo lavorando e speriamo che vedano la luce.

In inglese o in italiano?

Metà e metà, perché comunque la natura italiana del progetto penso sia un valore e anche all’estero viene vista in maniera positiva.

Nei precedenti singoli hai spesso campionato pezzi della storia della musica italiana. Hai gusti rétro?

In questo devo dire che Island (la sua etichetta, ndr) è stata fondamentale, perché avendo sottoposto un ventaglio molto ampio di pezzi sono stati loro a individuare questo modo di portare la musica italiana più rétro in un ambiente un po’ più contemporaneo. Sono tutte canzoni che ho ascoltato tanto, che magari piacevano ai miei genitori.

Lolita nuovo singolo
L’anno scorso Lolita si è esibita nell’ambito del Milano Pride

Perché hai creato Lolita?

Ho partecipato a The Voice nel 2019 e il mio coach era Guè con cui poi ho collaborato l’anno scorso (nel singolo “Daddy italiano”, ndr). Durante il programma c’erano le sedute di ascolto dei brani, io ne avevo scritto uno che si chiamava Lolita e lui nell’ascoltarlo ha detto di vedere un match non da poco tra il nome, quello che gli rimandava, le sonorità, la mia voce e il mio modo di vestire. Ho raccolto questa idea e mi è rimasta in testa per mesi; quando sono uscita dal programma nel decidere come proseguire il mio percorso ho pensato che scindere la mia persona dal personaggio che faceva musica mi desse una libertà che prima non pensavo di riuscire a reggere. Adesso invece credo che le due personalità si siano uniformate.

In che cosa Lolita era più libera di te?

In tutto: nel linguaggio, nell’estetica che erano più accentuati di adesso. C’era una fase di ribellione adolescenziale un po’ tardiva che dipende anche dal fatto che provengo da un piccolo paesino del Sud Italia, dove pregiudizi e stereotipi sulla donna sono ancora molto sentiti. Io quegli stereotipi li ho aggrediti ma rimanendo Ilenia non era facile, invece Lolita, che nell’immaginario comune porta con sé l’idea di ribellione e quindi la possibilità di dire tutta una serie di cose, mi ha dato modo di dare sfogo anche a una sensualità che prima era rimasta da parte.

Hai detto: “Lolita è accettare me stessa”. Che cosa dovevi accettare?

Per tantissimo tempo mi sono inquadrata in schemi che mi rendevano sicura di me non per la mia essenza ma per attributi che mi venivano dati: impeccabile a scuola, a casa, leale con gli amici… Cosa che sono, ma questo non rispecchiava la mia personalità e la mia femminilità ne ha subito all’inizio una limitazione importante, non ero così padrona di me stessa. Per un lungo periodo dopo The Voice ho fatto terapia per accettare queste due parti di me, prima di capire che non ce n’erano due ma si trattava della stessa persona: ognuno di noi è uno spettro variegato di tante cose.

Il brano Regina è stato un atto liberatorio in questo senso?

Mi fa piacere che tu l’abbia individuato. Quel brano era denso, se riguardo indietro vedo tanta rabbia e la volontà di dire e fare determinate cose senza curarmi di chi andavo a scomodare. Era un’esigenza di espressione importante.

Lì si parla di amore libero…

Sono eterosessuale ma, essendo stata adolescente più di una decina di anni fa, non era così semplice per i miei amici che si scoprivano omosessuali essere liberi e accettarsi, quindi la loro sofferenza è sempre stata anche la mia. Ho vissuto questa cosa da amica. Ho sempre supportato la comunità e loro hanno supportato me, perciò volevo metterci la faccia. Volevo dire: “Anche se mi sento eterosessuale quale sarebbe il problema se non lo fossi o volessi sperimentare dell’altro o se semplicemente posso dare voce a quella libertà?”.

L’anno scorso infatti ci hai messo la faccia al Milano Pride, che ricordo hai?

Bellissimo, è stata una giornata in cui ho visto tutti molto sereni e liberi. Ho anche conosciuto tanti creativi e artisti che non avevo mai avuto il piacere di incontrare prima. Una giornata che ricordo come luminosa.

Che significato ha per te questa manifestazione?

È una battaglia che riguarda la felicità e l’appagamento di un grande numero di persone, ma in realtà ci riguarda tutti: ognuno di noi può incarnare tutto ciò che vuole senza dover decidere se accettare o meno una parte di sé.

Frequenti il mondo queer?

Qui a Milano un po’ meno, invece conosco da tempo quello da Napoli in giù e ho partecipato anche ad altri eventi. L’anno scorso mi erano stati proposti il Pride di Reggio e di Roma: non sono riuscita a partecipare per altri impegni ma per me è stato un grande onore comunque.

Questa estate che cosa farai?

Dedicheremo l’estate a scrivere il disco, ma farò anche qualche live che verrà confermato a breve.

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