Lana Del Rey può fare tutto: resoconto del concerto a Milano

Vi diranno che è una cantante di altri tempi, e qualunque cosa significhi, oggi ne abbiamo sempre più bisogno.

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Lana Del Rey non cambia mai.

L’ho vista per la prima volta nel 2013, alla Palalottomatica di Roma per il Paradise Tour: indossava un pareo e una cofana di capelli degna di Priscilla Presley. L’ho rivista nel 2018 quando aggiunse un’altalena di fiori su cui dondolarsi mentre cantava Videogames, e di fianco a me c’era un ragazzino  riuscito ad entrare dentro al palazzetto con una bottiglia di prosecco. L’altalena l’ha riproposta anche al Coachella di quest’anno, dove è arrivata scorrazzata sulle motociclette come nel video musicale di Ride, che puntualmente ogni volta trasmette sugli schermi insieme al monologo del video musicale. Un monologo che se frequentavate Tumblr e quant’altro nel 2014, avrete visto recitare, citare, e trascrivere con la mano sul cuore da qualunque post-millennial come l’ave maria. Ieri sera in concerto agli I-Days di Milano, ha rispettato la tradizione: c’è ancora il monologo di Ride, c’è ancora la stessa coreografia di Cherry che ripete col pilota automatico dal Lust For Life Tour, c’è la cofana di capelli.

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La differenza è che stavolta all’Ippodromo La Maura siamo in 67mila, mentre dodici anni fa non eravamo nemmeno la metà. Lei gira per il palco come una che ha appena aperto gli occhi davanti a quasi settantamila persone e sceglie di intrattenerle con tutta la calma del mondo. La sua presenza scenica è timida, tenera, lenta, squisitamente svogliata, e si permette tutto:

riadattare i brani come pare a lei, sussurrarli al microfono o lasciarli alle coriste, riproporli in una versione ancora più bella di quella originale o prendere il sole con i pannelli riflettenti.

Se siete qui e vi lamentate che sembra moscia, che vi annoia e non sa ballare, mi dispiace: non è il posto per voi. Il miglior modo per godersi un concerto di Lana Del Rey, per chi scrive, è assorbirne l’energia: arrivare paciosə e senza preoccuparsi troppo di stare sotto il palco. Oscillare e cantare chiudendo un po’ gli occhi,  se accompagnatə da una cannetta ancora meglio. Se vi scende una lacrima durante Did You There Was a Tunnel Under Ocean Boulevard, niente paura, il minuto dopo twerkerete sull’outro di A&W, perfettamente consapevoli di non andare a tempo (sia voi che lei).

Se siete qui perché oggi Lana Del Rey è mainstream e virale su TikTok, e non sapete minimamente cosa aspettarvi ad un suo concerto, potreste andarvene via prima:

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

1) se non siete sotto il palco non vedete nulla, se non attraverso i maxi schermi (ma questa non è colpa di Lana, al massimo l’organizzazione degli I-Days che mette sempre a dura prova)

2) perché è un concerto fin troppo intimo per 67mila persone. Questa è musica che ascolti a notte fonda, mentre ti prepari in solitaria per uscire, quando cammini al tramonto sul bagnasciuga contemplando l’inevitabile fine del mondo e ti corrodi per la relazione più disfunzionale di sempre. Lei lo sa, e non si preoccupa di renderli cori da stadio: non c’è spettacolo, non c’è verve, non c’è adrenalina, c’è solo Lana Del Rey che quando canta sembra perdersi nei suoi pensieri, bisbigliare qualcosa tra sé e sé, e sorriderci come se fossimo in quattro a guardarla, e quello non fosse l’Ippodromo La Maura ma il giardino di casa sua.

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Lo scenario è sempre lo stesso: i videotape d’epoca, le spiagge, le onde del mare, il piano bar, il Chelsea Hotel, le curve del Mullholand Drive, e un’America che non abbiamo mai vissuto se non dentro i versi di Walt Whitman o nelle pagine di Truman Capote. La setlist è composta principalmente da quelle canzoni che conosci anche se non conosci Lana Del Rey, da Summertime Sadness a Born to Die a Young and Beautiful per un’ora e un quarto di concerto che vola via. Un peccato perché il suo repertorio è molto più interessante, variegato, e stratificato di quelle canzoni lì. Ma poco importa, io a Lana Del Rey glielo perdono: non è l’ennesima popstar che ti ricorda altre trecento popstar, ma un involucro di suggestioni, ripetizioni, e cliché che se la segui da cent’anni hai imparato a riconoscere con la sicurezza di un grande classico che non tramonta mai. Se l’hai appena scoperta non ha nessun intenzione di compiacerti. In un’epoca dove anche la musica diventa consumabile in quindici secondi, Lana Del Rey apre le porte a tuttə – fan veteranə, nuovə arrivatə, e local curiosə– rimanendo sé stessa. Vi diranno che è una cantante di altri tempi, e qualunque cosa significhi, oggi ne abbiamo sempre più bisogno: rievoca il passato guardando in faccia il presente con un timbro, uno sguardo, e un immaginario che non sparisce dentro una storia di Instagram, ma resta insieme a te all’alba di un futuro sempre più incerto.

Sì, Lana Del Rey non cambia mai; e menomale.

Leggi anche: Apologia di Lana Del Rey, tra genio e antidiva

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