VOLTERRA (Pi) – L’anno scorso Armando Punzo, il regista che da anni lavora con i detenuti del carcere di Volterra, aveva proposto un lavoro che cadeva spesso nella vana ricerca di una logica, di un senso, dimenandosi nell’incapacità di afferrarla. Quest’anno, nel nuovo “Appunti per un film” presentato al festival VolterraTeatro che si è svolto nella cittadina toscana dal 18 al 31 luglio 2005, Punzo getta la spugna: la “caccia al senso” è disperata, e alla compagnia non resta che ammettere di brancolare nel buio più totale.
Lo dichiara subito lo stesso regista che appare nell’afa incombente nel piccolo cortile del carcere dove un paio di centinaia di spettatori attendono l’inizio di quello che credono essere uno spettacolo. Il codino di Punzo si manifesta dopo un’oretta di attesa, comunica che il pubblico è previsto negli appunti che l’autore ha tracciato per la realizzazione di questo film, e che quindi il lavoro, per essere portato avanti, necessita della presenza e della collaborazione di quanti, varcando i cancelli della Fortezza, hanno deciso di partecipare all’evento. Non aspettatevi niente di definito, avverte il regista: ciò che l’autore è riuscito a partorire sono solo appunti buttati giù nel tentativo poco convinto di trovare un nuovo modo di raccontare la realtà.

Possiamo entrare: breve sosta nel cortile centrale, dove alcuni uomini in nero sembrano accompagnare al camposanto un feretro inesistente, e poi avanti lungo il corridoio delle celle fino al piccolo cortile diviso tra sole e ombra dove è stato allestita una sorta di agorà circolare al centro della quale giace un clown. La troupe è al lavoro, il regista impartisce indicazioni agli attori e alle comparse (gli spettatori medesimi) che lentamente prendono posto sulle gradinate. Quindi si parte con la ricerca dell’autore e con il tentativo di costringere l’autore a fare il suo mestiere, dando indicazioni ad attori e comparse su cosa fare, come muoversi, come agire. Che spieghi la realtà, insomma.

La parola passa ai personaggi seduti sugli spalti (attori? spettatori?). Il clima è da Living Theatre, la compagnia americana che ha portato il sociale nel teatro negli anni ’70 imponendo al pubblico di prendere la parola e intervenire sugli argomenti proposti in scena. Ma i tempi sono cambiati, e piuttosto che al fermento politico auspicato sembra di assistere a un talk-show della Maria De Filippi: battibecchi, disquisizione sulla superiorità dell’uomo sulla donna, sconfortanti interventi sulla situazione politica internazionale, tentativi infruttuosi di definire i compiti dell’autore… E il senso? “Siamo a un punto morto” dichiara nient’affatto sorpreso Armando Punzo.

Meglio abbandonare il reality e passare alla rappresentazione: una signora (la vera mamma del regista) stira, un giovane le si avvicina, è il momento dell’addio, lui – il figlio – ha deciso di partire, lei non riesce a trattenerlo, il viaggio del ragazzo per il mondo è l’avventura di chi sa che restare non ha senso. Cambio scena: il ritorno, il figlio non è più lo stesso, è un immigrato, oppure un artista del circo che lavora in Sud America, e la madre ascolta senza entusiasmi gli incontri del figlio, le mille difficoltà affrontate; e sembra che anche tutto questo non abbia portato ad alcun vero risultato.

Si passa a “realismo 1”, la scena in cui le comparse-spettatori provano l’ebbrezza di essere rinchiusi per qualche minuto in una cella con un’altra dozzina di uomini, le donne disposte lungo le pareti del corridoio all’esterno. Si urla – in napoletano, naturalmente – si batte contro le porte metalliche della cella, si allunga il collo per cercare di capire cosa accade fuori. Non c’è altro da fare che aspettare. Qualcosa accadrà?
“Appunti per un film” è un lavoro che irrita, che annoia, ma che è anche capace di creare in alcuni momenti tensioni partecipative nello spettatore, obbligandolo a non accontentarsi di nutrirsi di ciò che la compagnia ha preparato per lui, e a cercare da sé le risposte o le soluzioni sceniche, inventandosi personaggio. In questo il lavoro di Punzo e dei detenuti attori della Compagnia della Fortezza costituisce un raro esempio di teatro che ammettendo di essere morto si sforza di rendersi vivo. Se questo abbia senso o no, non sappiamo dirlo.
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