Entrare nella cameretta di qualcunə è sempre un grande atto di coraggio. Tra quelle mura si nascondono gioie, dolori, emozioni di una vita che è impossibile nascondere. Bisogna entrarci in punta di piedi, rispettando le fotografie appese alle pareti, gli oggetti che la rendono unica e le sensazioni che quel posto sa suscitare in chi lo vive da sempre e in chi, come me, ci entra per la prima volta.
Così, quando qualche giorno fa sono entrato – virtualmente – nella cameretta di Michelangelo Vizzini, mi sono ritrovato di fronte a quello che ho percepito essere il suo posto sicuro.
Lì ha cantato le prime canzoni, ha mosso i primi passi nella recitazione, ha studiato i primi copioni. Lì si è fatto le ossa. Ed è sempre lì che torna quando cerca la pace, posando i panni da artista e indossando quelli da figlio e nipote: quelli che davvero lo fanno sentire realizzato nella vita di tutti i giorni.
La nonna, con la quale convive nella sua casa di Ostia dall’età di nove anni, gli ha insegnato a restare con i piedi per terra e ad apprezzare le piccole cose. I grandi set – ci ha raccontato – ti danno modo di metterti in gioco. Ma frasi come “com’è andata la giornata?”, “cosa hai fatto?”, “cosa mangi?” pronunciati dalle persone che più ami, sono ciò che davvero ci rende vivi. E se l’arte fa da sempre parte della sua vita, è proprio grazie a quell’amore incommisurato della sua famiglia che sin da piccolo gli ha permesso di inseguire i propri sogni non come un’aspettativa lavorativa, ma come una necessità.
Ed è proprio da lì, da quella cameretta, che Michelangelo Vizzini – ex concorrente di “Amici 19” e protagonista della serie “Love Me Love Me” – ci ha raccontato in questa intervista su Gay.it il suo viaggio tra arte, libertà e il bisogno profondo di essere sé stesso, senza etichette.
Buona lettura!

Michelangelo Vizzini a Gay.it: «Mia nonna mi ha insegnato a restare attaccato alle cose che contano davvero»
Che bambino sei stato e quanto ha influito crescere a pochi passi dalla Capitale?
«Ostia ha circa 100mila abitanti, quindi l’ho sempre considerata come un grande Paesone. Vivere lì è stato strano, perché quando fai arte in un contesto in cui le persone fanno altro, ti senti un po’ osservato. Non tutti vedono l’arte come qualcosa di concreto. Però io sono sempre stato molto deciso su quello che volevo fare: l’arte è sempre stata la mia forma di espressione».
C’è un oggetto o una persona di questa cameretta dove ti trovi ora a cui sei particolarmente legato e che porteresti sempre con te?
«La mia nonnina, bellissima. Mi porterei sicuramente una sua fotografia. Adesso non sta troppo bene, però per me lei è casa. Vive con me da quando ho nove anni e crescere con lei è stata un’esperienza stupenda: è come avere un altro genitore. So che c’è sempre per me, mi mette a mio agio e mi riporta con i piedi per terra».
Qual è l’insegnamento più grande che ti ha dato?
«Mi ha insegnato che non esiste obiettivo lavorativo più importante del tornare a casa e trovare qualcuno che ti chiede “com’è andata la giornata?”, “cosa hai fatto?”, “cosa mangi?” e soprattutto mi ha insegnato a restare attaccato alle cose che contano davvero. Tutto il resto è bello, ma queste sono le cose più importanti».
Quando hai capito che l’arte sarebbe stata la tua strada?
«Ho iniziato a otto/nove anni. A una festa con amici di mia madre cantai “A te” di Jovanotti e la dedicai a mamma. Poi mia sorella cantava sempre in casa, quindi un po’ per copiarla, un po’ per prenderla in giro, ho iniziato anche io. Mi piaceva la mia voce, piaceva anche ai miei genitori. A un certo punto è diventata una necessità: cantavo ogni giorno. Finché mia madre mi ha iscritto a “Io Canto”. Nel 2011 saltò, poi nel 2012 mi richiamarono e partecipai. È nato tutto in modo naturale e poi solo dopo mi sono detto “voglio che questo diventi il mio lavoro”».
Che ricordo hai dell’esperienza a Io Canto?
«È stata un’esperienza bellissima perché andavo a fare quello che mi piaceva. Era un po’ una bolla. Poi essendo minorenne andavo lì con mia madre, quindi mi sentivo protetto dalla mia famiglia, ma allo stesso tempo ero contento di andare in televisione. Per me era tutto “wow!”. Ricordo che lo vivevo come un sogno. A quell’età, però, non pensi al dopo e non hai pretese – almeno io non lo facevo: non volevo diventare famoso, mi interessava semplicemente prendere lezioni di canto e non avevo pretese».
Come reagirono le persone intorno a te, amici e compagni di scuola?
«Ricordo che alcuni erano contenti, altri criticavano. Addirittura degli amici mi scrissero una lettera dicendo che ero cambiato, che me la tiravo. Magari era pure vero. Però io avevo la testa altrove: volevo solo cantare. Non mi interessava altro».
Hai cercato di recuperare quei rapporti o hai preso un’altra strada?
«Ho cambiato gruppo di amici. A quanto pare me la tiravo».

Michelangelo Vizzini a Gay.it: «Il mio sogno era entrare ad “Amici”»
Dopo un po’ di anni è arrivata l’esperienza ad “Amici 19”: cosa ha rappresentato per te quel momento?
«Prima di Amici ho studiato tanto e ho lavorato con un’etichetta, producendo tanti pezzi. Il mio sogno dopo “Io Canto” era entrare ad “Amici”. Ho fatto i casting per tre anni e per questo il giorno in cui sono entrato è stato incredibile. Lo studio è più piccolo di come si vede in tv, ma quando sei lì ti sembra un’arena e gli applausi del pubblico ti fanno venire i brividi. Poi ricordo quando ho preso la maglia e l’abbraccio con Maria… sono emozioni che non ho più provato così forti. Sarà che ero anche più piccolo, ma quello studio mi ha fatto provare emozioni potentissime».
Ricollegandoci un po’ a quanto detto dai tuoi amici dopo l’esperienza “Io Canto”, quanto è stato difficile restare fedele a te stesso in un contesto così esposto come “Amici”?
«Sono sempre stato convinto di quello che volevo fare. Prima di tutto c’era una necessità: fare musica, fare arte. Sapevo e so che il percorso passa anche da cose diverse da quello che immagini. L’importante è sapere dove stai andando. Ho sempre creduto nel processo, e ancora oggi ci credo. Poi la gente parla sempre, ma fa parte del lavoro».
Se dovessi pensare ad una canzone che ti ha segnato particolarmente, quale sarebbe?
«Ti direi “Always” di Daniel Caesar… quella canzone mi dà ancora oggi i brividi».
Perché ti emoziona così tanto?
«Mi emoziona perché l’ho ascoltata in un periodo di grande confusione. Ero indeciso sul mio futuro, tra musica e cinema, pensavo dovessi scegliere. In realtà no. Mi ricorda quel momento e oggi, riascoltandola, mi fa pensare a come mi sentivo e di come adesso potrei aiutare quel ragazzo».
Oggi ti dividi per l’appunto tra musica, social, moda e recitazione: come riesci a tenere tutto insieme?
«Fortunatamente ho un manager molto “papà” che mi ha veramente aiutato a organizzare tutto, a dividere le cose in comparti e dedicare il giusto tempo a ogni ambito. Quando ti piacciono tante cose rischi di fare tutto e poi di non portare a termine niente. E lui invece mi ha aiutato a ragionare a compartimenti stagni, aiutandomi a sviluppare ogni mio lato artistico».
Cosa ti spaventava nel dover scegliere tra la musica e la recitazione?
«Venivo dal teatro e dal musical, il cinema non l’avevo mai preso in considerazione. È un linguaggio che mi piace, perché puoi raccontare tutto, ma totalmente diverso dalla musica. La recitazione non era nei miei piani, ma mi piace buttarmi nelle cose nuove, portarle a termine e capire cosa c’è dietro: è stata una bella scoperta».
Ricordi il tuo primo provino?
«Il primo provino per il cinema è stato per una pubblicità OVS. Poi arrivai in finale per “Alex & Co.”, avevo undici/dodici anni».
Se potessi parlare con quel bambino, cosa gli diresti?
«Gli direi: “Vai, bravo, vai!”».

Michelangelo Vizzini su “Love Me Love Me”: «È stato emozionante lavorare con artisti internazionali»
Arriviamo a “Love Me Love Me”: che esperienza è stata lavorare in una produzione internazionale?
«È stato emozionante, proprio tanto. Era tutto nuovo perché è stato il mio primo vero set dopo tanti anni e lavorare con artisti internazionali mi ha accresciuto tanto. Loro vengono da approcci lavorativi diversi. Nonostante questo, abbiamo creato un gruppo stupendo e c’è stata una bella sinergia con tutti. Ora stiamo girando il secondo capitolo e sono davvero felice, è una grande fortuna».
Ci racconti il tuo personaggio?
«Interpreto Blaze Manor, figlio del preside della scuola. Jackson è segretamente innamorato di me, mentre io lo amo apertamente. Sono molto amico di June. Con questo personaggio mi sono ritrovato a vivere tutta una serie di dinamiche scolastiche che ho già vissuto nella mia adolescenza e questo mi ha riportato un po’ indietro nel tempo e mi ha fatto rivivere dei bei ricordi. È stato molto divertente».
Nel film interpreti un ruolo gay: come hai affrontato questo personaggio?
«È un personaggio che vive senza etichette. Non si giudica, è totalmente a suo agio con sé stesso. E io ho fatto altrettanto nell’interpretarlo».
Hai sentito una responsabilità nel ricoprire questo ruolo?
«Non più di tanto. Non siamo più nel Medioevo; siamo in un’epoca molto più avanti. Non ho sentito tutta questa responsabilità addosso perché è tutto normale e non credo ci sia il bisogno di dare spiegazioni».
Quando hai letto per la prima volta la sceneggiatura, che cosa ti ha colpito di lui?
«La sua simpatia. Ci somigliamo in diverse cose, è pungente, diretto. È diverso dal libro, ma mi è piaciuto tantissimo. Infatti, è uno dei pochi provini che mi è davvero piaciuto fare».
Che cosa ti ha lasciato Blaze nella vita di tutti i giorni?
«Mi ha lasciato un po’ di leggerezza in più. Anche se sono già una persona leggera, mi ha riportato a quell’età in cui pensi meno e vivi più libero. Poi pian piano cresciamo, accumuliamo ansie e paure. Alcune riusciamo a gestirle, altre meno. A volte è brutto crescere».
Ti è mai capitato di sentirti incasellato?
«Le persone incasellano sempre. È una cosa naturale. Ti mettono in un cassetto e tu resti lì. Ed è giusto così perché alla fine ognuno di noi sta bene solo se sta bene con sé stesso. Così io sono in un bel cassettino, che è quello che mi hai attribuito e quello mi prendo. E che posso fare io per fa sì che non accada? Niente, le persone lo fanno lo stesso. Ma fortunatamente non me ne frega niente».

Michelangelo Vizzini a Gay.it: «Tutti avranno sempre qualcosa da dire. Io voglio solo fare quello che mi piace»
Che rapporto hai con la tua immagine, tra social e moda?
«Sono cambiato tanto, anche esteticamente. Avevo dei capelli tremendi ad Amici. Però mi piace cambiare, è evoluzione».
Che effetto ti fa stare davanti alla camera?
«Quando ho una camera davanti entro in uno stato di confusione positiva: vado dritto, faccio quello che devo fare, ma poi è come se il cervello si spegnesse. Succede con tutto: musica, recitazione, teatro. Ed è una cosa che amo, perché non penso a niente».
Progetti futuri?
«Sto scrivendo musica. Non ho abbandonato quella parte e mi piacerebbe tornare magari con un album. Voglio reinserire la musica nel mio percorso; vediamo che succede».
Che consiglio ti daresti oggi?
«Continuare a non ascoltare troppo i giudizi esterni. Tutti avranno sempre qualcosa da dire. Io voglio solo fare quello che mi piace. E magari dedicarmi ancora di più alla famiglia».
E invece che consiglio daresti a chi vuole fare arte oggi in Italia?
«Credeteci. È banale, ma è vero. Non pensate a niente se non alla vostra necessità di esprimervi nel modo che sentite più giusto».

Chi è Michelangelo Vizzini?
Michelangelo Vizzini è un cantante e attore italiano, noto al grande pubblico per la sua partecipazione ad Amici 19. Nato e cresciuto a Ostia, si avvicina alla musica fin da bambino, partecipando anche al programma “Io Canto”.
Negli anni sviluppa un percorso artistico tra musica, teatro e recitazione, fino ad approdare al progetto internazionale “Love Me Love Me”, dove interpreta Blaze Manor, un personaggio gay che vive la propria identità senza etichette.
Oggi Michelangelo Vizzini continua a lavorare tra musica e recitazione, portando avanti un percorso artistico personale basato sulla libertà di espressione e sull’autenticità.