È il film più enigmatico e rarefatto di Ferzan Ozpetek, il melò sensuale Rosso Istanbul, ritorno alle radici nella sua amata patria, diciott’anni dopo Harem Suare. Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico del regista, edito da Mondadori, ha un assunto che ricorda L’avventura di Antonioni: il noto regista Deniz (Nejat Isler) scompare improvvisamente mentre il suo editor Orhan (Halit Ergenç), incaricato di mettere mano all’ultimo libro del realizzatore, torna a Istanbul dopo vent’anni e si insedia nella splendida casa rosso melograno proprio di fronte al ponte sul Bosforo che separa l’Europa dall’Asia.

Misterioso e sensuale, Rosso Istanbul di Ozpetek è un grande enigma amoroso - Rosso Istanbul 4 - Gay.itOrhan andrà alla ricerca dell’amico e collega, approfondendo la conoscenza della famiglia ‘allargata’ di Deniz, dalla saggia madre con smalto rosso – Istanbul? – alle zie pimpanti. Ritroverà anche un sospirato amore di gioventù, Neval (la magnetica Tuba Büyüküstün).

Ozpetek è un maestro del melodramma popolare ma qui il suo sguardo d’autore ha un approccio più sofisticato e gioca sul non detto, l’intuizione, l’assenza. La cifra di questo film misterioso, dal fascino occulto, è proprio il senso di mancanza, l’ineffabile e inspiegabile pregnanza dell’amore, l’inadeguatezza disagevole all’elaborazione della morte: è dedicato alla mamma di Ferzan recentemente scomparsa ed è come se il regista, tornando nella sua ‘madre terra’, volesse porre domande, intrigare lo spettatore più che descrivere dimostrativamente, come in tanti biopic convenzionali, la sua vita giovanile turca. Se si guarda al passato, non si vede il presente si sente dire.

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Così, nella Istànbul ozpetekiana, non c’è quasi nulla di turistico né di fiabesco, ma trivelle rumorose, i palazzi ipertecnologici della parte più moderna della città (bellissime le riprese fatte con un drone), quella magica sospensione tra tradizione orientale e progresso occidentale che può comprendere al meglio solo chi è stato nella magnifica, antica Bisanzio. L’unico accenno ‘politico’ sono le Madri del Sabato che da anni protestano e cercano disperatamente i figli scomparsi.

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Misterioso e sensuale, Rosso Istanbul di Ozpetek è un grande enigma amoroso - Rosso Istanbul 5 - Gay.itÈ un piacere ritrovare, cresciuto, l’avvenente Mehmet Günsür dell’esordio Hamam – Il bagno turco, con selvaggia chioma leonina, indomabile. Amore di gioventù del regista Deniz, sa molto più della sua scomparsa di quanto voglia ammettere. Ma vibrano di passione anche gli sguardi tra Deniz e Orhan, come se Deniz volesse lasciare all’amico, con semplici battiti di ciglia, un lascito amoroso prima di scomparire.

Misterioso e sensuale, Rosso Istanbul di Ozpetek è un grande enigma amoroso - Rosso Istanbul 3 - Gay.itFerzan rievoca ricordi di gioventù, come quella sfida ad attraversare il Bosforo come metafora del riuscire nella vita, ma farlo lontano dalla propria casa d’origine, come è successo a lui. È un film di spettri e fantasmi, quei lenzuoli bianchi che coprono la storia di una famiglia come fanno con i mobili della casa da abbandonare, quelle magnifiche presenze che ti restano dentro, spiriti benevoli di avi e tradizioni. Riecco le zie petulanti e sagaci, come quelle vere di Ferzan che facevano anche battute sconce ma erano donne intelligenti di cultura affinata. Riecco le cene abbondanti, cuore sacro di affetti famigliari legati dal cibo sempre presente, sempre eccessivo. Riecco la fedele Serra Yilmaz, qui domestica con la battuta sempre pronta, come la Diamante originale del libro. Ma manca la nonna, “raffinata principessa ottomana”, mancano i sensuali hamam e le splendide moschee, manca una destinazione. È come se i bellissimi occhi di mare del protagonista Halit Ergenç (attore soprattutto teatrale e televisivo, molto noto in Turchia come del resto gran parte del cast), nell’osservare quell’orizzonte così ravvicinato, nel non riuscire a vedere il passato attraverso un vetro nemmeno rompendolo, come se fosse ‘imprigionato’ nel presente, trasmettesse allo spettatore la magica sensazione del ricordo attraverso le splendide musiche turche di Giuliano Taviani e Carmelo Travia.

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È il film meno ‘facile’ di Ozpetek, il più personale, il più criptico, un enigma amoroso di primi piani e segreti non rivelati. Esoticamente ammaliante.

Da vedere.

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