In morte di Giorgio Armani, la rivoluzione essenziale di un genio discreto

Era nato nel 1934, la sua sobrietà divenuta stile è riuscita ad abbattere steccati. Cosa resta oggi dell’uomo che ha inventato un prima e un dopo, tra moda, amori e identità?

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Giorgio Armani omosessualita amori generi
Giorgio Armani: gli amori, l'omosessualità e in generi
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Giorgio Armani è morto a 91 anni oggi 4 settembre 2025. L’annuncio con infinito cordoglio è arrivato dal Gruppo Armani.

Nato a Piacenza l’11 luglio 1934, avrebbe dovuto essere un dottore; Milano lo rapì alla medicina per consegnarlo alle vetrine della Rinascente, poi agli atelier, quindi alla propria impresa. Nel 1975 fondò la casa che porta il suo nome con Sergio Galeotti, compagno nella vita e negli affari.
Da subito la sua grammatica fu la sottrazione: spalle alleggerite, fodere ridotte, una disciplina che sembrava ossessione calvinista in salsa lombardo-emiliana, e che invece sarebbe divenuta immaginario di sobrietà, rigore di forme e in di lì a poco una rivoluzione. Mai strillata, lontana dai manifesti sbandierati della cultura pop che avrebbe fagocitato tutto intorno a lui, mentre il signor Armani tesseva codici di uno stile che dagli abiti mutuò in lifestyle globale. È stato un italiano che ha lavorato per sottrazione, riuscendo a far germogliare il proprio istinto classicista, come un bisogno vitale di ordine e proporzione. Fino ad allestire un’identità aderente al proprio intimo sentire, che ha reso il suo marchio riconoscibile ovunque.
Fu il primo a vestire una star di Hollywood. Prima di Giorgio Armani, le attrici si lasciavano consigliare da sarti o da costumisti. Nel 1978 Diane Keaton ritirò la statuetta degli Oscar in un completo Armani per “Io e Annie” di Woody Allen: fu il primo passo di una lunga egemonia sul red carpet, fino ad allora nessun marchio di pret-a-porter aveva osato tanto.
Nel 1980 American Gigolò legò per sempre il suo nome alla seduzione languida del nuovo maschile, quello di Richard Gere che sfidava i colletti bianchi, inamidati e rigidi, con la giovialità delle sue giacche morbide.
Nel 1981 nacque Emporio Armani, finestra aperta sui giovani e sull’urbanità. Un marchio di moda per la borghesia dei consumi globali guardava allo street-style delle nuove generazioni. Ciò che oggi appare scontato, fu all’epoca un’intuizione di Giorgio Armani, creativo instancabile, ma anche imprenditore mai domo. L’impero si allargò alla bellezza, all’arredo, all’hôtellerie, mantenendo un’indipendenza rara nel lusso contemporaneo assediato dai bluff della finanza. Fino a oggi: una fine serena, privata, coerente con la discrezione di tutta una vita. Milano gli dedicherà il proprio lutto cittadino. La camera ardente sarà aperta nell’Armani/Teatro di via Bergognone 59, da sabato 6 a domenica 7 settembre, con accesso dalle 9 alle 18. I funerali, previsti per lunedì 8 settembre, si terranno invece in forma strettamente privata, secondo la volontà dello stilista.

Amori, realtà e senso del privato

Giorgio Armani ha sempre vissuto i propri amori con discrezione, mai come segreti, mai come vessilli. Per un uomo nato nel 1934, la parola omosessualità è stata ostica per molto tempo. In seguito, grazie alla saggezza legata all’età, ma grazie anche ai cambiamenti politici di lotte di attivisti cui – va ricordato – Armani non manifestò mai il proprio sostegno pubblico, il signor Giorgio si è negli ultimi due decenni aperto con più serenità, sempre nel solco del rigore che ha accompagnato tutta la sua esistenza (Leggi “Giorgio Armani e i suoi amori“).

Il primo colpo di fulmine arrivò da ragazzo, in una colonia estiva a Misano Mare, quando provò un sentimento inaspettato per un giovane responsabile: un’attrazione pura, “priva di etichette“, che egli stesso ha ricordato come la scintilla che cambiò per sempre la sua vita.

Poi l’incontro con Sergio Galeotti, socio e compagno, che lo incoraggiò a fondare la maison nel 1975. Un amore profondo e decisivo, spezzato nel 1985 dalla tragica e dolorosa morte di Galeotti per complicanze legate all’AIDS. Armani ne rimase segnato: «Quando morì Sergio, morì una parte di me», confessò, raccontando di aver trovato la forza nel lavoro per reggere quel dolore immenso e per difendere l’indipendenza della propria azienda.

Negli anni successivi, accanto a lui c’è stato Leo Dell’Orco, storico collaboratore e presenza quotidiana. Armani lo ha definito “la persona a me più vicina”, un affetto profondo più che una storia d’amore in senso convenzionale. Con lucidità Giorgio Armani riconosceva di non aver avuto spazio per vivere grandi passioni sentimentali, ma anche di avere dentro di sé un forte desiderio di paternità: “Sarei stato un ottimo papà”, disse, parlando con tenerezza della bambina di un suo collaboratore che considerava quasi figlia.

In una frase rimasta celebre, Armani sintetizzò la propria identità con disarmante semplicità:

«Ho avuto donne nella mia vita. E a volte uomini».

Una realtà vissuta con dignità e misura, lontana dai clamori, intrecciata al filo invisibile della sua creatività.

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Genere, oltre gli stereotipi

La creatività come leva etica: Armani intuì che la forma è inclusiva quando smette di imitare il cliché. L’osmosi dei guardaroba, la conversazione tra femminile e maschile, nacque dal suo rifiuto del rumore: giacche femminili pensate con il lessico del maschile, e viceversa. Una libertà che non chiedeva permesso, e nuovi stilemi che, pur fuggendo dai proclami di rivoluzione, sgretolavano confini. Senza mai etichettare le proprie scintille creative con intenti politici. Sobrietà non come rinuncia, ma come precisione. Minimalismo non come vuoto, ma come una forma di intensità a togliere, si potrebbe dire ad abbattere i muri degli stereotipi di genere in quella rappresentazione di moda che influenzava costumi e sessualità. La sua lezione resta una bussola: ridurre per vedere meglio. Togliere, per aprire lo sguardo. E forse è questo il suo lascito più profondo — un prima e dopo scritto nel tessuto, ma pensato come una linea nera e sottile su un foglio di carta color burro.

“Il segno che spero di lasciare è fatto di impegno, rispetto e attenzione per le persone e la realtà. È da lì che tutto comincia”
(Giorgio Armani)

Un’altra italianità

La realtà è stata certamente una sua ossessione. Reticente agli stereotipi dell’Italietta da cartolina, eppure fieramente italiano, Armani ha tessuto con la cultura italica un filo ben oltre l’immaginario pop-istrionico recente, per attingere a un’impostazione classica del proprio inconscio creativo. Eppure, proprio grazie alla capacità di cogliere l’essenza del potere, a tratti feroce, della linea tracciata sul foglio, il suo lascito risuona anche come una raccomandazione fortemente politica, suo malgrado. Davanti al fallimento esemplare dei manifesti pop, il grande vecchio ci suggerisce che per abbattere gli steccati, occorre tornare all’essenziale. Un’eredità immensa, e urgente. Grazie.

 

 

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