Amori, realtà e senso del privato
Giorgio Armani ha sempre vissuto i propri amori con discrezione, mai come segreti, mai come vessilli. Per un uomo nato nel 1934, la parola omosessualità è stata ostica per molto tempo. In seguito, grazie alla saggezza legata all’età, ma grazie anche ai cambiamenti politici di lotte di attivisti cui – va ricordato – Armani non manifestò mai il proprio sostegno pubblico, il signor Giorgio si è negli ultimi due decenni aperto con più serenità, sempre nel solco del rigore che ha accompagnato tutta la sua esistenza (Leggi “Giorgio Armani e i suoi amori“).
Il primo colpo di fulmine arrivò da ragazzo, in una colonia estiva a Misano Mare, quando provò un sentimento inaspettato per un giovane responsabile: un’attrazione pura, “priva di etichette“, che egli stesso ha ricordato come la scintilla che cambiò per sempre la sua vita.
Poi l’incontro con Sergio Galeotti, socio e compagno, che lo incoraggiò a fondare la maison nel 1975. Un amore profondo e decisivo, spezzato nel 1985 dalla tragica e dolorosa morte di Galeotti per complicanze legate all’AIDS. Armani ne rimase segnato: «Quando morì Sergio, morì una parte di me», confessò, raccontando di aver trovato la forza nel lavoro per reggere quel dolore immenso e per difendere l’indipendenza della propria azienda.
Negli anni successivi, accanto a lui c’è stato Leo Dell’Orco, storico collaboratore e presenza quotidiana. Armani lo ha definito “la persona a me più vicina”, un affetto profondo più che una storia d’amore in senso convenzionale. Con lucidità Giorgio Armani riconosceva di non aver avuto spazio per vivere grandi passioni sentimentali, ma anche di avere dentro di sé un forte desiderio di paternità: “Sarei stato un ottimo papà”, disse, parlando con tenerezza della bambina di un suo collaboratore che considerava quasi figlia.
In una frase rimasta celebre, Armani sintetizzò la propria identità con disarmante semplicità:
«Ho avuto donne nella mia vita. E a volte uomini».
Una realtà vissuta con dignità e misura, lontana dai clamori, intrecciata al filo invisibile della sua creatività.
Genere, oltre gli stereotipi
La creatività come leva etica: Armani intuì che la forma è inclusiva quando smette di imitare il cliché. L’osmosi dei guardaroba, la conversazione tra femminile e maschile, nacque dal suo rifiuto del rumore: giacche femminili pensate con il lessico del maschile, e viceversa. Una libertà che non chiedeva permesso, e nuovi stilemi che, pur fuggendo dai proclami di rivoluzione, sgretolavano confini. Senza mai etichettare le proprie scintille creative con intenti politici. Sobrietà non come rinuncia, ma come precisione. Minimalismo non come vuoto, ma come una forma di intensità a togliere, si potrebbe dire ad abbattere i muri degli stereotipi di genere in quella rappresentazione di moda che influenzava costumi e sessualità. La sua lezione resta una bussola: ridurre per vedere meglio. Togliere, per aprire lo sguardo. E forse è questo il suo lascito più profondo — un prima e dopo scritto nel tessuto, ma pensato come una linea nera e sottile su un foglio di carta color burro.
“Il segno che spero di lasciare è fatto di impegno, rispetto e attenzione per le persone e la realtà. È da lì che tutto comincia”
(Giorgio Armani)
Un’altra italianità
La realtà è stata certamente una sua ossessione. Reticente agli stereotipi dell’Italietta da cartolina, eppure fieramente italiano, Armani ha tessuto con la cultura italica un filo ben oltre l’immaginario pop-istrionico recente, per attingere a un’impostazione classica del proprio inconscio creativo. Eppure, proprio grazie alla capacità di cogliere l’essenza del potere, a tratti feroce, della linea tracciata sul foglio, il suo lascito risuona anche come una raccomandazione fortemente politica, suo malgrado. Davanti al fallimento esemplare dei manifesti pop, il grande vecchio ci suggerisce che per abbattere gli steccati, occorre tornare all’essenziale. Un’eredità immensa, e urgente. Grazie.
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