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Nicola Gardini e il romanzo ‘Daddy’: “Il sesso è sempre un fatto politico, anche tra gay”

Nicola Gardini – scrittore, latinista, pittore – firma un romanzo rivelatorio sul sesso e sul potere, che evidenzia come la cultura, l’infanzia e i padri influenzano il nostro modo di amare, di desiderare, di stare nel mondo.

Nicola Gardini e il romanzo 'Daddy': "Il sesso è sempre un fatto politico, anche tra gay" - Matteo B Bianchi1 - Gay.it
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Intervista a Nicola Gardini

«Daddy» – spiega Nicola Gardini in una nota all’inizio del suo ultimo romanzo – è il diminutivo di «dad», monosillabo antichissimo dalle origini incerte, nato dai bisogni lallatori degli infanti, dal loro linguaggio primordiale. «Daddy» è un termine, come sappiamo, utilizzato anche in italiano per denotare un uomo maturo, d’esperienza, capace di accogliere i bisogni dei suoi cuccioli, un uomo premuroso e soprattutto attivo sessualmente, dominante, che, per risultare credibile, per piacere davvero alla controparte, dev’essere sempre porco ai limiti dell’insazabiale, rude e appiattito sul suo ruolo. Un daddy, per i suoi figli, è un daddy e basta. E, allo stesso modo, loro, ai suoi occhi, agli occhi del papà sessuale, vogliono autoridursi a buco, mostrarsi in tutta la loro bramosia di sudditanza.

Nel bellissimo romanzo di Gardini, uscito qualche settimana fa per Mondadori, il daddy non ha neanche un nome anagrafico, il suo nome è per tutti daddy; nomen omen. Il soprannome diventa un presagio. Eppure, alle spalle, quest’uomo ha tutta una sua storia, tutto un sentire, una lingua preziosa, una cultura sconfinata. È un traduttore, questo daddyEra, dovremmo dire. Ed era un uomo innamorato, lo è anzi. Solo che l’amore gli è stato portato via: l’uomo con cui ha trascorso molti anni della sua vita muore e lui si chiude in un dolore dal quale apre uno spiraglio all’indomani di una constatazione biologica: «È tornata la voglia di sesso». Si apre così il romanzo: con un’erezione, una pulsione rinnovata e subito castrata. Prima di essere daddy, il protagonista si chiede se sia davvero il caso ributtarsi nella mischia, nel tourbillon del sesso occasionale. È Monica, l’amica di sempre, a convincerlo: «Scopa», gli dice. Ecco, allora, Grindr in tutta la sua volgare bruttezza, ecco la mascherina giallonera, l’interfaccia sciatto, le interazioni poverissime, prive di ogni grammatica: niente ortografia, niente punteggiatura, nessuna cura alla forma e poca, pochissima, attenzione per i contenuti.

«Grindr è uno specchio che non riflette, ma inventa illusioni. Ci si pigia addosso tutti come in un raduno di piazza e si approfitta della situazione per palpare il palpabile, con poche parole mal dette e con immagini pur sempre improvvisate, anche quando meno ripugnanti di altre: immagini che non stanno per il corpo.»

Così, luttuoso e desideroso d’amore, il daddy si infatua di Adrians e degli altri, di tutta questa schiatta di cuccioli, che invece gli si presentano davanti a intermittenza, con poche parole e con i loro corpi traslucidi, scolpiti eppure bidimensionali. Non figli in cerca di cure, ma ragazzi resistenti a ogni premura, ricusanti addirittura. Niente cura, niente attenzioni, solo il sesso, o l’idea che ne rimane. Daddy, allora, resta così, abbandonato come l’innamorato di Barthes, con tutto l’amore per le braccia, tutto il suo amore di papà amorevole in uno scatolone senza approdo; un giogo insopportabile.

È un libro sull’Eros, questo bel romanzo di Nicola Gardini, scrittore, latinista e pittore. Un libro classico nella sua impostazione – il daddy in questione è, a suo modo, un Don Chisciotte in viaggio, una Emma Bovary annoiata – eppure così senza tempo, così affiliato al presente nel suo tornare su interrogativi che sembrano riguardare solo il sesso e i corpi e che, invece, concernono anche il desiderio, dunque la nostalgia, e il potere soprattutto. Quanto il potere extrasessuale condiziona il desiderio? E quali ingerenze culturali si insinuano fin dentro i nostri amplessi? Se lo chiedevano Michel Foucault e Guy Hocquenghem, tra gli altri. Se lo chiede, ora, anche Gardini.

Nicola Gardini: «Dopo la scomparsa di mio marito credevo che non mi sarei più innamorato: senza una relazione la vita non ha senso perché abbiamo bisogno di essere amati. A 60 anni
Nicola Gardini, foto di Leonardo Cendamo

Lo abbiamo intervistato. 

Nel romanzo scrivi «Da che altro nasce la letteratura, se non dalla nostalgia e dall’affetto?»: da cosa nasce Daddy?

Dalla nostalgia, dal desiderium, per dirla con i latini. Dunque dal richiamo di quello che manca, conosciuto o no che sia. Dal desiderio di colmare un vuoto.

Quale?

Quello relativo al mondo del sesso. Con questo romanzo volevo far conoscere il mondo del sesso, non perché io creda di essere l’unico a conoscerlo, ma perché credo di averlo visto in un modo nuovo, almeno in letteratura. Mi serve questa presunzione, altrimenti non mi sento come Ulisse nell’Ade. Ogni scrittore deve raggiungere il regno dei morti e poi tornare a raccontare quello che ha visto.

Cosa volevi raccontare del sesso?

Volevo sottolineare come l’Eros sia sempre un fatto anche politico, collettivo, e mostrare come spesso sia assoggettato a dinamiche sociali e culturali. Il sesso che dovrebbe essere il momento più libertario ed eversivo, a volte è invece solo un gioco d’altri, non di chi lo fa. Nel romanzo descrivo quasi esclusivamente relazioni omosessuali, da cui ci si aspetta l’anticonformismo, l’infrazione definitiva del codice etero. È un’illusione: anche la libertà omosessuale ricade nell’asservimento a mode e cliché.

Daddy. Ediz. italiana - Nicola Gardini - copertina

 

Perché, secondo te?

Forse perché l’assoggettamento è l’unico modo per fare del sesso, della propria sessualità, un fatto sociale. Alla fine tutti vogliamo appartenere a una società e smetterla di sentirci fuori posto. Sin da bambini inseguiamo dei modelli, proviamo a raggiungerli.

Non esiste, allora, un desiderio che sia davvero libero?

Forse la vera libertà sessuale è possibile solo nell’immaginazione, ma anche di questo non sono poi così certo. Da dove viene, da cosa dipende, quello che immaginiamo? A cosa risponde?

Nel Diritto al sesso, Amia Srinivasan scrive: «Come fa la cultura a lasciare un segno su qualcosa di intimo e apparentemente automatico come il desiderio? Come fa il potere a plasmare le nostre relazioni? È possibile riprogrammare il nostro desiderio sessuale?». 

Sono domande molto importanti, questioni complesse, che si rifanno alla necessità di avere dei modelli e al desiderio di essere liberi. I contenuti del sé da dove vengono? Non si sa. Io credo che dobbiamo giungere a una bontà nostra, a una verità privatissima che non dobbiamo usare per perpetrare poi meccaniche dissidenti ed eversive, ma per aiutare gli altri, per rinnovare la società, qualsiasi cosa sia.

Di cosa parli tu quando parli di società?

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Non intendo di certo la società burocratica e catastale, non solo almeno. Mi riferisco anche alle società che creiamo noi in autonomia con gli amici, con i libri, con i morti. Anzi, sento come un dovere quello di riformare la società burocratica dando vita ad aggregazioni a cui credo di più, come quella con gli autori che hanno scritto testi per me fondamentali.

Nel romanzo, il daddy e i suoi cuccioli manifestano un’assimetria netta con i padri che hanno avuto. 

Madri e padri sono la nostra prima società, figli anche loro di altri padri. Vittime, a loro volta. La trasmissione dell’errore, del modello, è inevitabile. Un padre non allineato, per me, è stata in parte una benedizione. Padri così sono uno stimolo alla ribellione, alla rivolta. L’infanzia è un momento da non perdere mai di vista: è lì che subiamo i primi grandi torti, che troviamo le prime soluzioni. Il passato ci offre, sì, i motivi della nostra sofferenza, ma anche le chiavi per uscirne. Ce lo insegna Proust: capiamo la vita solo dopo che l’abbiamo vissuta. Dobbiamo comprendere una cosa, se posso.

Cioè?

Dobbiamo chiederci se c’è qualcosa di assoluto in noi o se invece la nostra vita è solo una risposta a qualcosa che ci viene dato dall’esterno.

C’è qualcosa di assoluto in noi o la nostra vita è una risposta a quello che ci riceviamo? Lo chiedo a te. 

Personalmente credo ci sia qualcosa di assoluto, ma non saprei dirti esattamente cosa. È un’ombra, forse, ma un’ombra buona, che va conosciuta. Dobbiamo adeguare il nostro corpo all’ombra che ha.

A proposito di padri, in Daddy metti in scena il paradosso di un certo paterno: il protagonista, suo malgrado, fuori dal letto, è costretto a rinunciare al ruolo di dominatore che nel sesso gli è invece consegnato. Lui controlla il corpo sessuale dei suoi cuccioli, ma i suoi cuccioli controllano il suo corpo non sessuale, il suo io oltre l’Eros. Cosa ti interessava raccontare della paternità?

Daddy è una casa di specchi, volevo rifrangere il paterno in tante sezioni: ci sono i padri biologici e putativi, i padri presunti e quelli sessuali, i padri uccisi e riconciliati. In questo modo ho voluto mettere in luce come il rapporto padre-figlio non è solo un confronto a due, ma come anzi è fatto di mille fantasmi. È fuorviante pensare che il problema sia il singolo padre. Il problema è la paternità tutta. Padre è quello che ti aiuta, che dovrebbe aiutarti – il mio personaggio lo dice. Dunque, anche la società è il papà.

«Il sesso nella sua forma più assoluta è lo sforzo per diventare altro da sé», scrivi nel romanzo. Eppure, allora, l’Eros che descrivi è un Eros fallito. Solo il daddy vuole fare questo sforzo. 

È così, volevo raccontare una forma di egoismo molto diffusa. I cuccioli vogliono che lui sia daddy, ma poi gli impediscono di farlo. Gli vietano di essere daddy come vorrebbe lui, ossia essere il padre che lui non ha avuto. Mi è piaciuto farli fallire tutti, ma non far fallire l’idea di amore, il sogno che il daddy porta con sé fino alla fine, anche a dispetto della realtà.

Alla base del fallimento dell’Eros nel tuo romanzo c’è la virtualizzazione del desiderio. Grindr non crea relazioni, le cancella. 

La pacificazione del daddy avviene infatti in un luogo remoto, a Creta, a contatto con l’acqua del mare, con le piante, lontano dalla società. Non vorrei essere accusato di nostalgismi e non voglio che il mio protagonista appaia come un conservatore, ma avevo necessità che lui uscisse da un certo meccanismo, gli volevo dare un’occasione nuova per ricominciare.

I cuccioli vivono nel qui e ora, in uno spaziotempo circoscritto, mentre il tuo daddy abita in diversi cronotopi: si rivede nel passato, sogna l’eterno e si proietta nel futuro. Volevi scrivere un romanzo sulle differenze generazionali?

Solo in parte, il campione dei cuccioli è troppo ristretto e viziato dal mezzo da cui emergono, l’app, e non può dunque essere una sineddoche affidabile. Mi interessava soprattutto il confronto tra mentalità diverse. D’altronde, gli esseri umani non amano sempre nello stesso modo. E il concetto di amore è in perenne rielaborazione. Per questo motivo, è folle pensare che qualcuno ci possa spiegare l’amore. Non ce lo spiegano neanche Petrarca e Ariosto: quelle che descrivono i grandi scrittori, sono dinamiche sociali che poi possono andare sotto il nome di amore. In Daddy faccio la stessa cosa, ossia mi chiedo cosa c’è dietro quello che chiamiamo amore; quali altri bisogni, quali pulsioni, quali illusioni, quali fraintendimenti?

In letteratura, il linguaggio del sesso si piega sempre al turpiloquio o alla facezia più infantile. Tu, invece, in questo romanzo, gli restituisci dignità. Come hai lavorato sulla lingua?

Molte delle cosiddette parolacce sono confinare entro il perimetro della satira o dell’invettiva. Volevo non fosse così. Non nominare le parti anatomiche sarebbe stato assurdo, quindi il problema è stato capire come accoglierle in un’architettura – quella letteraria, appunto – che invece è un po’ respingente nei loro confronti. L’unico modo per farlo era renderle necessarie: mi sono convinto che senza di loro non avrei saputo dire quello che volevo dire. Soprattutto, volevo che queste parole agissero. Non ho mai usato la parola cazzo se non in scene di sesso, là dove il cazzo agisce. Ho dato al mio narratore una lingua così consapevole – è un traduttore, inserisce le note a pié di pagina – per convincere i lettori che se lui pronuncia la parola cazzo è perché sa esattamente cosa sta facendo.

È come la pistola di Cechov: se appare, allora prima o poi sparerà. 

Son tutti cazzi che prima o poi qualcosa dovranno fare.

La lingua italiana è più resistente all’integrazione delle parole del sesso, o sbaglio?

Non sbagli! L’italiano è una lingua accademica, poco popolare se vogliamo, certamente meno popolare dell’inglese, che si parla da molto più tempo, che ha maggior fiducia nella nominazione. Noi veniamo dall’eufemistico, dall’aulico, dal metaforico. Aggiungici, poi, che la Chiesa ha gettato una rete inibitoria sul linguaggio. I dialetti italiani fanno molta meno fatica con la corporalità proprio perché sono più popolari.

© Riproduzione riservata.

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