Patrizia Laquidara, il mio album dedicato a chi non ha voce: intervista

Patrizia Laquidara torna con un nuovo album, Flòrula, disponibile ovunque dal 6 febbraio. Flòrula è un progetto ambizioso con cui l‘interprete siculo-vicentina mescola cantautorato e world-music per cantare che nessuna persona deve rimanere esclusa. Un inno di inclusione e di giustizia.

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Intervista a Patrizia Laquidara

Anche se da lontano, attraverso uno schermo, Patrizia Laquidara mi ha accolto nella sua casa di Vicenza con un grande sorriso, un viso aperto. Subito, intorno a lei, si sente qualche abbaio e un continuo cinquettare. «Scusami – mi dice – sono i miei animali. Sono un loro ostaggio, felicemente». Il cane è un cirneco dell’Etna, una razza molto primitiva – mi spiega – che ha bisogno di correre almeno un’ora. I cinquettii, invece, sono di un canarino: abita in gabbia, ma ogni tanto Patrizia lo fa uscire, vola libero per un po’ e poi torna nella sua comoda voliera. Lo ha abituato così. «Ecco, vedi, ognuno qui ha le sue esigenze qui, il suo bisogno di libertà». Giustamente, diciamo all’unisono.

È proprio il bisogno di libertà, umano e artistico, che mi pare guidare da sempre il percorso musicale di Laquidara, un viaggio nel suono del mondo — di tutto il mondo, da casa sino al Brasile – per raccontare di cosa sono fatte le nostre radici comuni, questo nostro cuore umano, la pelle dei viventi. Sembra chiederselo da sempre, sembra chiederselo ancora. Anche Flòrula, il suo nuovo progetto discografico, disponibile ovunque dal 6 febbraio, gira intorno a questi interrogativi inesausti. «Sai – mi dice – lavorare a questo album è stato come tornare a una casa viva».

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Patrizia Laquidara, foto di Astarte Agency.

Una casa viva, bello, cioè?

La musica dev’essere una casa viva: è fatta di live, di incontri, di improvvisazioni. Le mie canzoni, dal vivo, sono sempre diverse proprio perché si nutrono del momento, dell’istante in cui vengono suonate. Voglio tornare a una casa con le porte spalancate, con le finestre aperte. Flòrula è così, nasce da un gesto autobiografico che ora vuole aprirsi al mondo.

Nasce dalla tua autobiografia, Ti ho vista ieri

Nasce proprio da lì, da quel libro a cui devo moltissimo, in cui ho raccontato la mia infanzia. È stato bellissimo scriverlo, ma è stato un lavoro molto intimo, molto personale. A un certo punto, ho sentito l’esigenza di rimanere entro i perimetri del libro, ma aprendo le porte appunto. Ho voluto ampliare il mio sguardo, andare anche un po’ oltre me stessa, oltre la mia storia. Ho tentato di trasformare il percorso personale in un discorso collettivo. Ecco perché Flòrula è un album così corale.

A proposito di casa, anche quest’album, come tutti i tuoi, fa un lavoro archeologico, un lavoro di riscoperta delle radici. Perché è così importante per te?

Il mio rapporto con la musica popolare è antichissimo, è la musica che ho frequentato di più. Nel 2010 ho cantato in altovicentino nel Canto dell’anguana (Premio Tenco nel 2011, ndr), per esempio. Ora torno a cantare in siciliano, torno alle mie radici paterne. Mia madre è veneta, mio padre catanese.

Moltə artistə stanno tornando alla musica popolare, tra l’altro. Da Carmen Consoli a Renzo Rubino, da La Niña a Erica Mou, Daniela Pes, Massimo Silverio. 

La sentiamo più autentica, forse. La musica popolare ci riporta a un senso di comunità, che stiamo perdendo. In un’industria che è guidata dall’algoritmo e che sceglie sempre più spesso la superficialità, torniamo a ciò che ci sembra organico.

Pippo Baudo mi mise le scarpe» | G. di Vicenza
Patrizia Laquidara al Teatro Ariston in occasione del Festival di Sanremo 2003, dove con Lividi e Fiori vince il Premio della Critica Mia Martini.

Nessuno deve restare di fuori, il singolo che ha anticipato l’album, è quasi una dichiarazione di intenti. La tua voce si mescola a quella di altre donne per dire, appunto, che nessuna persona deve rimanere esclusa, ai margini. È un messaggio politico?

Ha una volontà politica, certo. È dedicato a tutti i popoli minori, che vengono silenziati dalla storia. E alle donne, anche, a cui tocca ed è toccata sempre la stessa sorte. Non possiamo più concederci un punto di vista così ingiusto. Le notizie dal mondo ci dicono ogni giorno che ci sono ancora troppi popoli che consideriamo ingiustamente sacrificabili. Ho avuto modo di constatarlo anche in un recente viaggio in Brasile.

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Dove sei stata?

Sono stata negli stessi luoghi che avevo visitato quando avevo diciassette anni. Torno spesso in Brasile e ora conosco anche la lingua, mi muovo con maggiore disinvoltura. Da ragazza ero stata nelle favelas, avevo incontrato quelli che ancora venivano considerati gli schiavi della canna da zucchero e i contadini sem terra, che lottano contro i latifondisti per avere un pezzetto di suolo da coltivare. Sono passati quasi quarant’anni da quel primo viaggio e non è cambiato niente. I problemi sono sempre quelli e ancora consideriamo alcune persone sacrificabili. Durante questo viaggio ho conosciuto due percussionisti che vivono alla periferia di Recife, una città molto violenta. Ho voluto suonassero nel mio disco.

In Cunizza descrivi una processione e segui un codazzo di persone intente a chiedere la grazia, la liberazione dal Male. Da quali mali dobbiamo ancora liberarci?

Dal capitalismo feroce che è la radice di tutti gli altri mali e che ci ha reso vittime, schiavi. È la fonte di ogni ingiustizia. Non può esserci pace senza giustizia. Lo dimentichiamo sempre.

Cunizza è un brano sospeso tra il sacro e il profano. Che rapporto hai con queste parole?

La musica popolare è legata alla ritualità, che, a sua volta, è sempre tesa tra il sacro e il profano, le due istanze della nostra vita. Siamo qui con un corpo, e questo corpo deve vivere, ma per vivere ha anche bisogno di legarsi a qualcosa di più alto, al mistero. Ecco, il sacro è il mistero. Siamo sempre al suo cospetto, perché in fondo dell’universo sappiamo pochissimo, quasi niente. Lo dicono i fisici, lo dicono i matematici. Siamo esseri quantici posti davanti a un mistero costante.

Nella Bambina ti metti in dialogo con la bambina che sei stata: cosa vuoi dire alla piccola Patrizia?

C’è una poesia di Mariangela Gualtieri che dice: La bambina è rimasta con me. Io mi rivolgo alla bambina che è sempre stata con me: parlo a quella che sono stata e quella che sono ancora, soprattutto. È la parte più ostinata di me, quella che mantiene in sé il desiderio e molti futuri, che crede che sia ancora tutto possibile, quella che piange forte, che ride forte. È la parte che mi ricorda sempre chi sono. La canzone è un invito a metterci in contatto con i bambini che abbiamo dentro.

In quel brano canti: «Lei ama più di tutto la libertà». È ancora così?

Certo, è una parola fondante della mia vita. Quello che mi fa soffrire è capire quanto invece spesso non sono libera e che sono io il principale ostacolo della mia libertà.

Nuova luce mi ha molto commosso, è una canzone di grande consapevolezza, di accettazione di un ordine più grande di noi. È una canzone di equilibrio. Anni fa cantavi che l’equilibrio è un miracolo. Si è avverato il miracolo? Sei in equilibrio?

Mi sento sicuramente più in equilibrio di quando ho scritto L’equilibrio è un miracolo, ho accettato molte più cose. Nuova luce è stata una canzone molto difficile da scrivere. Avevo la musica ma non riuscivo a occuparmi del testo. Mi son poi dovuta chiudere due giorni in casa per finirla, perché il tempo era agli sgoccioli, dovevo consegnare l’album. È un brano che racconta il rinnovamento, la fiducia nella vita che sa sempre portarci anche cose felici. Tutto intorno a noi parla di cambiamento, di fotosintesi.

«Foglia che traduce luce in nuova luce / forza che trascina, cambia e poi riluce / tutto si trasforma: l’aria, la pelle. Ogni cosa, poi, cambia in altra forma».

Tutto si traduce in luce. Sembra tutto molto naïf, me ne rendo conto, ma è una consapevolezza che nasce da una tragedia. L’ispirazione per questo brano viene ancora una volta dalla mia biografia, da quello che è successo a una giovane donna del mio albero genealogico, che è stata vinta da una malattia ma che se n’è andata desiderando una certa armonia.

 

 

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