Pierpaolo Mandetta: “Il mio coming out tra botte, sesso, insulti e ossessioni”

"I sentimenti non sono semplici, ma con le parole lo diventano": spopola in libreria il nuovo romanzo (gay) di Pierpaolo Mandetta.

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I sentimenti non sono mai troppo semplici, ma con le parole (forse) lo diventano. O almeno così Pierpaolo Mandetta dice. Da qualche settimana, infatti, è uscito il suo nuovo romanzo dal titolo Dillo tu a mammà (Rizzoli, 313 pagg., €18).

La storia narra le vicende di Samuele che, dopo un’adolescenza al limite del raccontabile, torna da suoi assieme all’inseparabile amica Claudia per rivelargli finalmente la sua omosessualità. Peccato che appena arrivati nel Cilento, ad accoglierli, non ci siano solo i genitori, ma tutto l’albero genealogico. E la sera, alla festa del paese, il papà ha un annuncio da fare: suo figlio e la fidanzata Claudia si sposeranno a breve.

È un vero e proprio shock per Samuele: lui vuole sposare Gilberto, il compagno rimasto a Milano, proprio lo stesso uomo che lo aveva convinto a riavvicinarsi ai suoi. Ma nelle case del Sud è quasi una tradizione che sogni e desideri vengano condivisi in “famiglia”: non solo con mamma e papà, ma anche con quella vecchia zia che si incontra una volta all’anno e persino con la vicina di casa. E così Samuele, per poter essere padrone della propria vita, dovrà fare i conti con un passato che vuole lasciarsi alle spalle. Stavolta, però, non è disposto a scendere a compromessi.

Quanto c’è di autobiografico nel tuo nuovo libro?

Questo libro racconta a grandi linee la mia storia, anche se romanzata per difendere un po’ i parenti e gli amici coinvolti. Capii di essere gay a 11 anni, quando mi innamorai di un ragazzo più grande. Sono stato pestato alle medie e insultato alle superiori. A 16 mi baciò sulle labbra un amico, ma poi si vergognò di se stesso, non mi parlò più e mi scrisse un sms.

E cosa c’era scritto?

“I maschi non si baciano, dobbiamo smettere”. E durante tutta l’adolescenza, quel periodo in cui si impara a essere adulti, non ho mai avuto i miei genitori accanto, né un amico. Solo, contro il peggio che la società può mostrare. Perciò, se ci penso, ho trascorso gran parte della mia vita ad aver paura, a raccontare bugie, a evitare le opportunità, e quegli anni non torneranno più.

Forse non tutti sanno che hai già pubblicato altri tre romanzi: Vagamente Suscettibili, Cuore Satellite e La Legge dei Lupi Nobili. Quant’è cambiata la tua scrittura tra un libro e un altro?

Credo tantissimo. Durante quei due anni, grazie alla pagina Facebook e alla mia posta del cuore, ho fatto esperienze umane che mi hanno scombussolato, stravolto e trasformato. Sono cambiato grazie alle persone per cui scrivevo e che mi scrivevano in privato le loro storie. Mi sono reso conto che avevo sempre pensato di aver sofferto moltissimo, mentre là fuori ci sono madri che perdono figli in un incidente d’auto, giovani donne che affrontano la chemio, ragazzi gay cacciati di casa a 18 anni, padri che da un giorno all’altro non hanno un lavoro e non sanno dove sbattere la testa per sostenere la propria famiglia. Leggere questi drammi ti cambia la visione del tuo mondo. Ti cambia inevitabilmente. 

Partiamo dal titolo del tuo ultimo lavoro: “Dillo tu a mammà.” Da dove nasce quest’idea?

Dall’idea del coming out, non legato semplicemente all’essere gay, ma all’essere diverso o non compreso, che oggi più che mai è una verità. “Dillo tu a mammà” è per tutte quelle persone che prendono decisioni in base ai propri desideri, non conformi alle regole sociali. Quelle persone i cui sogni deludono, ingiustamente, parenti, amici, colleghi di lavoro. Essere se stessi è ancora difficile, nel 2017. Essere gay, lesbica, un figlio che vuole studiare Lettere anziché fare l’avvocato, una persona che lascia l’Italia, che non vuole sposarsi o diventare madre, che rifiuta di lavorare nell’azienda di famiglia, che vuole adottare, che s’innamora di un uomo o di una donna stranieri. “Dillo tu a mammà” chi sei davvero, insomma. Perché solo la libertà di essere crea felicità.

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Pensi davvero, al di là della scrittura, che sia più difficile fare coming out con una mamma, piuttosto che con un papà?

È difficile sempre e comunque. Con una madre, con un padre, con gli amici del liceo, con il proprio capo. È un problema sociale che va affrontato in quest’ottica collettiva. Bisogna sensibilizzare e confortare tutti, dalla famiglia alle istituzioni, per rendere sempre più facile essere gay e accettati. Ciò che fa paura chi ci sta accanto è l’idea di avvicinarsi a una situazione di pericolo, di facile giudizio, di problemi. L’idea nociva che avere una persona gay accanto rivoluzioni la propria vita, e dunque richieda uno sforzo. Sembra assurdo, provinciale, ingiusto, ragionamenti fondati sull’egoismo, ma è da questi luoghi comuni che parte tutto.

Il tuo quant’è stato diverso da quello di Samuele, il protagonista del romanzo?

L’anno scorso, in estate, ero in vacanza con il mio compagno, di cui mia madre e mio padre sono a conoscenza ma facevano finta che non esistesse. Mia madre si arrabbiò con me perché non tornavo a casa e non passavo del tempo con loro. Ho pensato: “Ho 30 anni, mi sono rotto il cazzo”. Le ho scritto una lettera in cui le rivelavo tutto il mio dolore, la rabbia, l’umiliazione che mi avevano fatto passare, e le ho scritto che mi avrebbero perso, se non avessero fatto un passo in avanti. Quella lettera era il mio coming out, divenne virale e il primo capitolo di “Dillo tu a mammà”.

Nel libro giochi, ma non troppo, con i cliché tra nord e sud. Perché uno come te, nato ad Agropoli, decide di trasferirsi a Milano?

Milano mi offre tanto per il lavoro. Voglio fare lo scrittore. I contatti, l’editoria, la cultura, sono qui al Nord. Noi scappati dal Sud siamo tutti uguali, abbiamo tutti gli stessi motivi: siamo costretti ad andarcene per realizzarci, ma sogniamo sempre di tornare a casa, tornare al mare e a mangiare pasta al forno.

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Pensi che ci siano ancora tutte queste differenze tra nord e sud?

In certi posti non è cambiato niente, sembra di stare davvero in un documentario di Pasolini o di rivivere Parenti Serpenti.

Nei ringraziamenti citi mamma, papà, ma anche tua sorella. Quanto è fondamentale la presenza di una sorella a ridosso di un coming out?

Ricordo che a vent’anni incontrai un ragazzo di nascosto, visto che i miei non sapevano niente di me. Ce ne andammo in auto in un posto isolato, facemmo sesso. Quando fu il momento di tornare a casa, l’auto non si mise più in moto! Io nel panico totale. “Dovrò dire ai miei cosa ci faccio qui, sapranno tutto, sarà una tragedia”. Chiamai mia sorella, che studiava a Pisa, e lei chiamò un’amica, che chiamò un amico, che venne a prenderci. Questo episodio è l’emblema di quanto siano importante una sorella, o un fratello. 

Scrivi: “Grazie alla vita per avermi fatto male in buona fede.”

Sì. Me ne ha fatte passare tante, ma davvero tante. Certe volte penso “questa poteva risparmiarsela, che cazzo!”. Ma oggi mi rendo conto che ogni sfiga e ogni dramma mi ha dato qualcosa di incredibile. Mi ha fortificato e reso empatico.

Samuele, nel libro, sogna un matrimonio con Gilberto. Tu hai un Gilberto da qualche parte del mondo?

Il mio compagno è il mio Gilberto, sì. Un uomo, un amico, un padre, una casa, una scopata, un aiuto, una risata. È tutto.

L’omosessualità è una condizione che non manca (quasi) mai in tutte le tue opere. Non hai paura di restare intrappolato nello stereotipo dello scrittore gay?

Si chiede mai a uno scrittore etero se ha paura di restare intrappolato nello stereotipo dello scrittore etero?

Voltiamo pagina. Le recensioni della tua ultima fatica letteraria sono tutte positive. Come affronti, invece, le recensioni al vetriolo?

Mangiando un panino con hamburger, cipolle arrostite, salse varie e patatine. 

Per non farti mancare nulla curi anche una rubrica femminile dove rispondi alle domande su sesso, tradimento e amore. Strana come cosa, no?

Credo sia la mia passione più grande. Sono sempre stato affascinato dai problemi di coppia, dalle dinamiche di cui si parla pochissimo, dai tabù dell’amore. 

Che poi, al di là della sessualità, si dice che chi ne parla tanto, ne fa anche molto poco. Tu come stai messo a fornicazioni varie?

Adoro flirtare, ma in generale, da single, faccio poco sesso. Vivo nel mio mondo. Ho il cellulare pieno di foto di “provole”, ovviamente, ma alla fine mi piace stare sul divano, mi piace cucinare, giocare a Pokemon Go. Sono una rottura di cazzo, insomma.

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Ho appena appreso che preferisci un piatto di pasta, ad un uomo. Fai mica sul serio?

Non mettermi in difficoltà. Un uomo non contiene ragù e provola affumicata.

Visto che sei un esperto di cuori rotti (e non), secondo te è giusto guardare il cellulare del proprio partner?

No, è sbagliatissimo. Anche se dovesse nascondere qualcosa, l’invasione della privacy non la giustificherei in nessun caso. Cerchi di scoprire le malefatte in qualche altro modo, se proprio devi.

Le tue precedenti fatiche erano tutte auto prodotte, mentre adesso sei con la Rizzoli. Com’è nata questa collaborazione?

È stato un lavoro lungo ma molto formativo. Scrivevo lunghi pezzi sul mio blog, trattando i temi dei tradimento, dell’amore a tre, della solitudine, appunto. Scrivevo anche sulla mia pagina Facebook, che col tempo ha raggiunto i 100mila fan. E mi sono pubblicato da solo “Cuore Satellite”, che l’editore ha scoperto, letto e apprezzato. Grazie a questa combinazione è nata l’opportunità di scrivere e pubblicare la mia ultima fatica.

Il fatto che in giro ci siano più scrittori, che lettori, come ti fa sentire?

Questo è un luogo comune che non sta più in piedi. Con Facebook, Instagram e Twitter siamo tutti scrittori, ed è praticamente ridicolo pensare di potersi astenere da questa nuova vita social. Perciò stanno solo cambiando i tempi, ovunque, non solo in Italia. Tutti vogliono comunicare e condividere la propria esperienza. Certo, la conseguenza dannosa è che stiamo diventando tutti egocentrici, e quindi poco inclini a interessarci alla vita altrui, ma ossessionati dal voler vendere la nostra.

Photo Credits: Elena Datrino

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