Referendum sulla giustizia, stop del governo al voto dei fuorisede: esclusi 5 milioni di cittadini. Nasce l’iniziativa dal basso

Il governo boccia il voto dei fuorisede al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, escludendo circa 5 milioni di cittadini. Le proteste e l’iniziativa dal basso per garantire il diritto di voto.

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Referendum giustizia, no al voto voto fuorisede
Referendum giustizia, no al voto voto fuorisede
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C’è un confine sottile tra una scelta politica e una ferita democratica. Quel confine, nelle passate ore, è stato superato nell’Aula della Camera, dove la maggioranza ha bocciato tutti gli emendamenti al Decreto Elezioni presentati dalle opposizioni per consentire il voto ai cittadini e alle cittadine fuorisede in occasione del referendum sulla riforma della giustizia, in programma il 22 e 23 marzo.

La decisione riguarda numeri enormi – si parla di cinque milioni di persone – e ha inevitabilmente provocato una reazione durissima da parte delle opposizioni, dei comitati referendari e di ampi settori della società civile, perché qui è in gioco l’accesso effettivo al diritto di voto.

Stop al voto ai fuorisede
Stop al voto ai fuorisede

Referendum giustizia, cosa è successo alla Camera: emendamenti bocciati

L’Aula ha respinto gli emendamenti presentati da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva, Azione e +Europa. Su tutti, commissione e governo avevano espresso parere negativo, rendendo l’esito di fatto scontato.

Tra i testi respinti anche l’emendamento di Avs, a prima firma Filiberto Zaratti, che chiedeva almeno agevolazioni per gli studenti fuorisede – sconti su treni e trasporti pubblici – per permettere l’esercizio del voto non solo al referendum, ma anche alle elezioni previste nel 2026.

Il risultato politico è netto: chi vive, studia o lavora lontano dal Comune di residenza dovrà tornare fisicamente a casa per votare. Chi non potrà permetterselo, resterà escluso dal voto.

Oltre 5 milioni di fuorisede esclusi dal voto: le reazioni politiche

La reazione delle opposizioni è stata immediata e durissima. Come riporta AdnKronos, secondo Riccardo Magi (+Eu), non esistono ostacoli oggettivi: “Non ci sono motivi tecnici per dire di no alla sperimentazione, è già avvenuta in passato e ha funzionato. Il punto è la volontà politica del governo: questo diritto che è stato già riconosciuto oggi viene ingiustamente negato”.

Ancora più esplicito Alfonso Colucci (M5s) che ha parlato di un Paese che arretra: “Con il governo Meloni questo Paese invece di fare passi avanti fa passi indietro. Ritorniamo a “Bianco, Rosso e Verdone” del 1981”.

Il dato più citato in Aula è quello delle oltre cinque milioni di persone che vivono fuori dal proprio Comune di residenza per motivi di studio, lavoro o salute. Filippo Zaratti (Avs) lo ha detto senza giri di parole: “C’è un bisogno forte di cinque milioni di persone che vivono fuori dalla loro comunità. Dovremmo garantire loro i diritti”.

Ancora più dura Rachele Scarpa (PD): “A mancare è la volontà politica di far votare 4,5 milioni di persone, una ingiustizia grande come una casa. Grazie alla destra che ha escluso un pezzo di Italia dalla democrazia: vergognatevi”.

Parole che fotografano un sentimento diffuso, ovvero l’idea che il diritto di voto venga trattato come una concessione, non come un pilastro della democrazia, e che sintetizzano, al tempo stesso, la rabbia di chi vede in questa scelta una precisa opzione politica.

Il precedente ignorato: il voto fuorisede era già stato sperimentato

Il punto più controverso della vicenda è che il voto fuori sede non è una novità. È stato sperimentato alle Europee del 2024, seppur limitatamente agli studenti, e successivamente ai referendum su cittadinanza e lavoro del 2025. Esperienze che, secondo le opposizioni, hanno dimostrato la fattibilità della procedura.

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Eppure il governo ha chiuso la porta. La sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro (Fratelli d’Italia) ha motivato il no parlando di “problemi tecnici dovuti ai tempi”. Una spiegazione che non convince né le opposizioni né i comitati referendari, soprattutto considerando che il referendum sulla riforma della giustizia è una scelta fortemente voluta dalla maggioranza.

L’appello dei comitati per il No: “Un vulnus democratico”

Nei giorni precedenti al voto in Aula, tutti i comitati per il No avevano inviato una lettera a parlamentari e parlamentari chiedendo un intervento legislativo urgente. A firmarla, tra gli altri, il costituzionalista Enrico Grosso e il giudice Antonio Diella, insieme ai rappresentanti di Avvocati per il No e della società civile.

Il passaggio centrale della lettera è netto: “Oltre cinque milioni e mezzo di persone – studenti, lavoratori precari, malati costretti a curarsi lontano dalla propria residenza – rischiano di essere di fatto esclusi dalla partecipazione democratica. Non per disinteresse, non per scelta, ma per ostacoli economici e logistici”.

E ancora: “Escludere milioni di persone dal voto non è solo un problema tecnico, ma un vulnus democratico. Il diritto di voto non può diventare un privilegio riservato a chi ha tempo e risorse”.

Una lettera rimasta, nei fatti, senza risposta.

Di fronte al muro del governo, alcune forze politiche hanno provato ad aggirare l’ostacolo. Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno annunciato che metteranno a disposizione i posti da rappresentante di lista per consentire ai fuorisede di votare nel Comune in cui si trovano.

L’alternativa “dal basso”: viaggi condivisi

In parallelo è nata un’iniziativa spontanea ad opera di alcuni attivisti, raccontata anche sui social, che punta a organizzare viaggi low cost o passaggi condivisi per permettere ai fuorisede di tornare a casa a votare. Una chat Telegram per scambiarsi passaggi, consigli, soluzioni: “Noi abbiamo pensato questa cosa, una semplice chat Telegram, dove chi non può o chi non vuole spendere una fortuna per tornare a casa a votare, può condividere il viaggio con altri”, spiegano gli attivisti, mettendo a disposizione il link per unirsi al gruppo Telegram.

“Sia chiaro, noi abbiamo le nostre opinioni personali, però speriamo che con questa iniziativa possano votare quante più persone possibili, al di là poi della singola scelta”, chiariscono. “Votare è un diritto. Il governo dovrebbe incentivarlo, non impedirlo”.

 

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C’è chi ha accusato l’iniziativa di essere illegale, sostenendo che si tratterebbe di un modo per “pagare” le persone affinché vadano a votare. Una ricostruzione che viene respinta con nettezza: nessun compenso, nessun incentivo economico. La chat è nata esclusivamente per scambiarsi passaggi, consigli e soluzioni pratiche per rientrare a casa in modo meno oneroso.

Non c’è nulla di illecito, viene ribadito. Al contrario, l’obiettivo è permettere a ragazze e ragazzi fuori sede di esercitare il diritto di voto, qualunque sia poi la loro scelta alle urne, perché partecipare al voto significa essere cittadini a pieno titolo.

 

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