Il report Zan affossato in Europa: il PPE vota con l’estrema destra contro i diritti LGBTQI+

Il report aspirava ad un'Europa dove spostarsi, amare e crescere figli abbia lo stesso valore ovunque.

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Alessandro Zan Ursula Von der Leyen
Alessandro Zan non ha votato contro la sfiducia a Ursula Von der Leyen presentata dall'estrema destra: ci spiega perché.
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Oggi in commissione Affari Costituzionali del Parlamento europeo, il Partito Popolare Europeo ha votato insieme a destra ed estrema destra contro il report dell’eurodeputato Alessandro Zan dei Socialisti e Democratici (S&D). Con la sua relazione, Zan chiedeva che la Carta dei diritti fondamentali UE smettesse di essere un simbolo e diventasse uno strumento reale: stesse tutele per le famiglie omogenitoriali in ogni Stato membro, direttiva antidiscriminazione, sanzioni per i criminid’odio, fondi europei condizionati al rispetto dei diritti. Un’Europa dove spostarsi, amare e crescere figli abbia lo stesso valore ovunque. La Relazione Zan delineava anche contorni esecutivi grazie ai quali si prevedeva l’attivazione di sanzioni – o diminuzione di fondi – ai paesi membri che avessero violato le disposizioni. E chissà se proprio questo aspetto sanzionatorio non sia stato il dettaglio che ha condotto i Popolari a votare, come accade sempre più frequentemente, contro la maggioranza Von der Leyen e l’alleanza con S&D e Verdi, insieme alle destra: quella moderata di ECR (Meloni) e quella estrema dei Patriots (Salvini-Vannaci-AfD).

Per mesi, durante i lavori nella commissione AFCO il PPE, aveva sempre concordato sul contenuto della Relazione Zan, chiedendo e ottenendo anche modifiche accettate per spirito di mediazione dai relatori. Poi, come un fulmine a ciel sereno, il PPE ha ribaltato le iniziali intenzioni e bocciato definitivamente l’intera Relazione Zan. Di fatto svuotando anche il lavoro svolto dall’istituzione stessa.

 

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Oggi il PPE ha dimostrato di non essere più un partito europeista – spiega Zan – dopo aver votato con l’estrema destra su asilo e Green Deal, e dopo aver instaurato di fatto un asse Weber-sovranisti, ha bloccato il rafforzamento dei diritti in Europa. Non paliamo di un documento qualsiasi, ma di una relazione sulla Carta dei diritti dell’Unione europea negoziata per mesi, condivisa a livello politico e per la quale si era spesa anche la Presidente Metsola e tutta la compagine europeista del Parlamento europeo. Le parole di Friedrich Merz (cancelliere tedesco ndr) sulla difesa dei valori europei suonano oggi completamente svuotate: nei fatti, il PPE sceglie di festeggiare i suoi 50 anni alleandosi con chi quei valori li mette in discussione ogni giorno. La relazione conteneva misure essenziali: rafforzamento delle politiche antidiscriminatorie, contrasto ai crimini d’odio, lotta alla disinformazione, legame fra fondi europei e rispetto dello Stato di diritto. Di fronte a questa deriva, anche Ursula von der Leyen non può restare in silenzio: è il momento di chiarire da che parte sta il PPE. Far saltare un accordo costruito in mesi di lavoro mina la fiducia fra gruppi europei e apre una frattura politica evidente. Noi continueremo a batterci perché la Carta sia effettivamente applicata in tutta l’Ue. I diritti fondamentali non sono negoziabili e non possono diventare terreno di giochi politici”.

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Dello stesso tenore le accuse di Sandro Gozi, segretario generale di EDP (European and Democrats Party) Partito Democratico Europeo, che ha attaccato direttamente Weber: «Non si può dirsi europeisti mentre si smantellano i diritti fondamentali al fianco di chi li avversa. Giorno dopo giorno, il PPE di Manfred Weber si allinea con il peggio dell’estrema destra europea».

 

L’affossamento della Relazione Zan in commissione segue un pattern ormai consolidato a Strasburgo: quello di un PPE sempre più disponibile ad allearsi con Patrioti di AfD, Vannacci e Salvini ed ECR (conservatori di Meloni) quando si tratta di bloccare avanzamenti sui diritti civili.

Non è la prima volta. A inizio marzo, la stessa coalizione aveva già votato insieme sul regolamento rimpatri (che in Italia riguarda i famosi centri in Albania voluti dal Governo Meloni), con il gruppo di Weber che coordinava le mosse con l’estrema destra, AfD inclusa, nonostante le dichiarazioni pubbliche contrarie.

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