Merito soprattutto di Geppi Cucciari, che come Puck ha sparigliato tutte le carte, la quarta serata di Sanremo 2025 (vinta dalla coppia Giorgia-Annalisa, qui la cronaca) ha preso una china un filo più movimentata, o quantomeno sciolta, ironica, presabene. Quando Carlo Conti la annuncia, lei arriva e subito lo prende in giro, lo incalza, gli segnala errori e strafalcioni, ma al contempo gli fa da spalla mentre lui sembra rendersi conto, come noi, che Cucciari, in quanto a spontaneità e savoir faire, gestirebbe benissimo cinque giornate da sola. In un festival istituzionalizzato, privo di ogni creatività e di scrittura – musicale o televisiva che sia – Geppi è l’inventiva e l’estrosità, l’immaginifico inatteso, che mette in secondo piano i bambini prodigio, la conduzione incerta di Mahmood, la retorica di Conti grazie a quel modo caustico, suo e solo suo, di fare spettacolo.
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Se lo show ne risente positivamente, le performance emergono ancora in tutto il loro piattume e in una sostanziale inconsistenza: anche nella serata delle cover sono poche, anzi pochissime, le esibizioni che sono riuscite a fare leva su un’idea (anche solo una) creativa, su un senso preciso della scrittura o del fare arte, su un pensiero immaginativo chiaro.
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Ecco le nostre pagelle della serata delle cover
Rose Villain con Chiello, Fiori rosa fiori di pesco
Rose Villain ama questo brano di Battisti. Si vede proprio come se lo sente addosso, come gli sorride sopra mentre canta. È che non può piacere a chi ascolta, questo brano, se cantato così, all’arrembaggio, con foga e disattenzione. Questo duetto con Chiello è caotico al punto da risultare sciatto e dozzinale. Voto: 4
Modà con Francesco Renga, Angelo
A vent’anni dalla vittoria di Angelo al Festival di Sanremo, Francesco Renga torna all’Ariston, ospite dei Modà, per una cover della sua stessa canzone, a cui non viene neanche tolta la polvere o, che so, data una rinfrescata. Niente. È uguale a vent’anni fa, ma più gridata. Voto: 4
Clara con Il Volo, The sound of silence
Clara si conferma un grande mistero in questo Sanremo, e in generale, nella nostra discografia, nella nostra vita. Costruisce davanti a sé un percorso fresco, elettropop, certamente contemporaneo pur nel suo scialbore, eppure nella serata delle cover porta brani di tutt’altra natura, re-interpretati senza guizzi o immaginazione: l’anno scorso Il cerchio della vita con Spagna, quest’anno The Sound of Silence (pezzone!) con Il Volo. Il risultato è una roba da concerto di Natale. Voto: 5
Noemi con Tony Effe, Tutto il resto è noia
Messo davvero di fronte a Califano, Tony Effe appare inadeguato e ancora più fastidioso, lontano dalla canzone e dall’artista che dice di voler omaggiare. Noemi, più brava e graffiante, non ha neanche lo spazio per provare a far decollare un’esibizione stortissima. Peccato, avrebbe fatto meglio da sola. Voto: 3
Francesca Michielin con Rkomi, La nuova stella di Broadway
Sul brano di Cesare Cremonini, Michielin e Rkomi appaiono affiatati e sereni. Lei al piano, centratissima; lui, più sfocato, accanto a lei. Senza infamia e senza lode. Non c’è neanche molto da dire, ma, visto il livello generale, non è detto che sia un male. Voto: 6
Lucio Corsi con Topo Gigio, Nel blu dipinto di blu
Il più classico tra i classici della nostra canzone interpretato in chiave lunare da un Lucio Corsi Pierrot e da Topo Gigio. Creature, entrambe, senza tempo, che uniscono con disinvoltura passato e futuro in un’esibizione che è inscalfibile pur essendo fragile come una bolla. Nel blu dipinto di blu, trattata con i guanti e impreziosita da un tocco di blues (è un’armonica), tra le mani di Lucio Corsi, diventa un’elogio del sogno: «Anche i topi possono volare». L’unica idea in un festival senza idee. Voto: 9
Serena Brancale con Alessandra Amoroso, If I Ain’t Got You
Nel soul Serena Brancale ci abita con disinvoltura e lo dimostra, questa sera, con un brano-killer, If I Ain’t Got You, cantato insieme ad Alessandra Amoroso. Brancale comincia al piano, da sola. Suona e canta: tu che ascolti sei rapitə. La scelta è inattuale e fuori contesto, ma le loro voci, insieme, funzionano. Voto: 6,5
Irama con Arisa, Say something
Incredibile a dirsi, ma Irama, in questa canzone, riesce a starci con grande misura, senza esagerare. Sarà anche che al suo fianco ha una voce – quella di Arisa – davanti alla quale ogni esagerazione sarebbe inutile e controproducente. Insieme, lei Morticia e lui Pegasus, cantano molto bene (ma pronunciandole malissimo) le parole di una canzone che, all’Ariston, è decisamente fuori dal quadro. Voto: 6,5
Gaia con Toquihno, La voglia e la pazzia
Quella di Gaia con Toquihno era un’esibizione attesissima. La voglia e la pazzia è un brano incredibile e, se un po’ la conosci, ti aspetti che Gaia lo esegui magistralmente. In effetti, è brava anche se un po’ fuoritempo. Se la prima parte è piuttosto riuscita, la seconda viene invece cannibalizzata dallo spirito di Elettra Lamborghini: Gaia incita il pubblico e accenna una sorta di flamenchino. Tutto rovinato. Voto: 6
The Kolors con Sal Da Vinci, Rossetto e Caffè
Momento trenino di Buona Domenica. Una roba da sentirsi offesə. Voto: 4
Marcella Bella con I Twins Violin, L’emozione non ha voce
Marcella Bella arriva sul palco con la collana di Tony Effe e su L’emozione non ha voce, scritta dal fratello Gianni insieme a Mogol, promette di marcellabellare, e lo fa. La canzone è ingombrantissima; lei è elegante senza essere eccessiva, ma è tutto un po’ sfocato. Voto: 6
Rocco Hunt con Clementino, Yes I know my way
Hunt e Clementino omaggiano uno tra i più bravə di tuttə, Pino Daniele, duettando sul finale con la sua stessa voce. Quella rimane, rimarrà, il resto è solo caciara e groove. Voto: 5 (10 a Pino)
Francesco Gabbani con Tricarico, Io sono Francesco
Tricarico è un meraviglioso imprevisto della nostra musica, una mina vagante, un cantautore mai addomesticato a cui non abbiamo prestato la giusta attenzione. La sua Io sono Francesco, che ha un cuore bambino pur essendo una canzone gigante, è letale perché fraintendibile, facilmente mistificabile: puoi massacrarla o può massacrarti. Gabbani l’ha eviscirata di tutta quella rabbia che è anche spina dorsale del brano e l’ha impiastricciata con un coro di bambini assolutamente fuoriluogo. Voto: 4
Giorgia con Annalisa, Skyfall
Quanta luce, in questa esibizione di Giorgia e Annalisa: centratissime e piene di voce. Nel campionato dell’ugola sono un livello sopra a tuttə lə altrə. Su Skyfall – qui alleggerita del suo manto classicheggiante – ci danno quello che ci aspettiamo – la voce, appunto – e non può non piacere. La scelta del brano è, invece, un grande mah. Voto: 8
Simone Cristicchi con Amara, La cura
Mentre Quando sarai piccola perde intensità a ogni ascolto, Cristicchi accompagnato dalla brava Amara, mette tutto il pathos che ha in questa cover che non rende troppa giustizia all’originale. Là dove Battiato indietreggiava, qui si baroccheggia. Un filo troppo enfatico e, come sempre, retorico. Voto: 5
Sarah Toscano con Ofenbach: Overdrive
Diciotto anni – è vero – son molti pochi per credere di sapere dove si vuol andare, almeno artisticamente, ma questa esibizione di Sarah Toscano, diciamocelo, sarebbe passata inosservata persino in quel circo che è il serale di Amici. Non perché lei non sia brava, al contrario, ma perché la performance non ha alcuno spessore creativo. Voto: 5
Coma_Cose con Johnson Righeira, L’estate sta finendo
Scelta azzeccatissima con cui i Coma_Cosa rimangono nel solco che hanno scelto per questo Sanremo, quello ironico di stampo anni Ottanta. La cover di L’estate sta finendo, brano del 1985, nato dal quel tormentificio che erano i Righeira, parte piano per poi farsi trascinante. Sorridenti e irresistibili. Voto: 7,5
Olly con Goran Bregović e La Wedding & Funeral Band, Il pescatore
Sulla carta, la versione balcanica de Il pescatore, il manifesto emblematico di De Andrè, è una chicca potenziale. Sulla carta, però, perché la resa effettiva, invece, è solo un brutto pasticcio. Non bastano le sonorità trascinanti di Bregović a salvare un’esibizione a cui manca tutto il resto. Lavorare a una cover è un gioco di strani equilibri e Olly sembra stia cantando un brano che non è quello di Faber. Forse non sempre è possibile portare il proprio mondo nella canzone e la canzone nel proprio mondo. Voto: 4
Joan Thiele con Frah Quintale, Che cosa c’è
A proposito di equilibrismi, questa è un’esibizione, invece, particolarmente puntuale ed elegante. Che cosa c’è è un brano inavvicinabile, una sorta di mostro. Se non vuoi farti vincere, devi scenderci a compromessi. Joan Thiele e Frah Quintale sono entratə nella canzone, mano nella mano, in punta di piedi. Con rispetto e con carisma, trovando l’equilibrio di cui sopra e uscendone alla grande. Due voci, un’arpa, poi l’orchestra. Tutto elegantissimo, sospeso. Una cometa. Voto: 8,5
Elodie e Achille Lauro, A mano a mano e Folle città
Prima teneri su A mano a mano di Cocciante/Gaetano, poi smandrappati su quel capolavoro che è Folle città di Loredana Berté. In ogni caso, tamarri come l’Ivano e la Jessica di Carlo Verdone. In questo medley, Lauro ed Elodie si divertono come ragazzinə davanti all’armadio dei genitori: giocano a fare Renato Zero e Loredana Bertè, giocano agli anni Settanta e alla trasgressione. Se nella prima parte risultano misurati, nella seconda, invece, presi dal divertissement, sembrano un po’ perdere il senso dell’esibizione e della canzone. Voto: 6
Massimo Ranieri con Neri Per Caso, Quando
Prima voce del coro a cappella, Ranieri porta a casa, da grande professionista qual è, un’esibizione che certamente è più che dignitosa, ma che appare stanca, lenta, loffia loffia. Quando, di solito, mette i brividi, qui i brividi non arrivano mai. Voto: 5
Willie Peyote con Tiromancino e Ditonellapiaga, Un tempo piccolo
Quello messo in piedi da Willie Peyore con Ditonellapiaga e i Tiromancino è un omaggio particolarmente riuscito. Il brano del 2005 era già stato re-interpretato da Zampaglione, ma qui a fare la differenza è l’interpretazione, particolarmente misurata, di Ditonellapiaga. Bravi, brava. Voto: 7,5
Brunori Sas con Riccardo Sinigallia e Dimartino, L’anno che verrà
Della squadra less is more anche Dario Brunori, accompagnato da Dimartino e Sinigallia (genio!), che per questa serata delle cover sceglie L’anno che verrà, per cantarla come andrebbe cantata: con ironia e con intelligenza. Due cose che non puoi fingere di avere. Era facile, ma bravi. Voto: 8
Fedez con Marco Masini, Bella stronza
Passivo-aggressività più o meno velata, frecciatine, autocompiacimenti, autocondanne e autoassoluzioni: la musica non dovrebbe avere niente a che fare con tutto questo. E invece. Che furbizia, che cattivo gusto. Much Ado About Nothing. Voto: 3
Bresh con Cristiano De André, Crêuza de mä
Questa, sì, è una bella cover di Faber. Insieme a Cristiano De André, Bresh omaggia Genova e il suo cantautore più noto approcciandosi a Crêuza de mä, capolavoro della world-music, con gioia e affetto sincero. Tra un problema e tecnico e l’altro, De Andrè suona il bouzoki e, appena attacca a cantare, con il suo genovese ammalia tuttə. Bresh lo segue con entusiasmo. Un bel momento. Voto: 8
Shablo ft. Guè, Joshua, Tormento con Neffa: Amor de mi vida e Aspettando il sole
Neffa, come un simil-Re Mida, è molto bravo a trasformare quasi tutto quello che tocca in oro. La sua esibizione con Shablo, Joshua, Guè e Tormento ci rispedisce con decisione negli anni Novanta e nasce dalla restaurazione di un certo rap nostalgico, che credevamo sparito per sempre. Non è il mio, ma è tutto godibilissimo. Voto: 7
