Sentenza Ue sul matrimonio egualitario e riforma dei Trattati: perché le coppie LGBTI italiane restano ancora straniere a casa propria

Buone notizie: proprio ieri il Parlamento europeo ha approvato una relazione che chiede di riaprire la Convenzione per riformare i Trattati, superare i veti e rafforzare le competenze dell’Unione.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Sentenza Ue sul matrimonio egualitario e riforma dei Trattati: perché le coppie LGBTI italiane restano ancora straniere a casa propria - Sentenza UE matrimonio egualitario Trattati - Gay.it
3 min. di lettura

È comprensibile la reazione politica di una parte del nostro paese davanti alla sentenza UE che chiede di riconoscere i matrimoni di coppie LGBTI+ contratti all’estero in tutti gli stati membri: “è un messaggio all’Italia di Meloni per approvare il matrimonio egualitario” si è detto. Soprattutto molte persone LGBTI italiane, paese che attua una sistematica persecuzione anti-LGBTIQ+, hanno legittimamente puntato il dito contro la destra che governa il Paese.

Ma il tema è così mal posto. Non possiamo chiedere ai giudici, come avviene già in Italia per tamponare il vuoto politico sui figli delle famiglie omogenitoriali, di fare le leggi europee che dovrebbero essere discusse e approvate dal parlamento europeo. E il parlamento europeo non può imporre ai paesi membri di approvare il matrimonio egualitario perché sono gli stessi trattati UE a impedirlo. E quindi? (qui la sentenza spiegata semplice)

La sentenza della Corte di giustizia Ue è una promessa luminosa, quasi un gesto di riparazione tardiva: dice che nessuno Stato membro può cancellare un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto altrove nell’Unione. È un principio potente, necessario, urgente: se due persone si sono sposate e hanno costruito una vita familiare in Germania, Spagna o Francia, non possono tornare in Polonia, o in Italia, e sentirsi dire che quel matrimonio non esiste. È l’Europa che, per una volta, riconosce che la nostra vita familiare non è un espediente giuridico, ma una forma concreta di esistenza, un contributo al tessuto civile che dà vita alle nostre democrazie liberali.

Ma questo splendore si regge su un equilibrio fragile. La Corte usa principi generali: la vita familiare, la non discriminazione, la libera circolazione, per colmare un vuoto legislativo che gli Stati non hanno mai voluto riempire.

L’UE non può imporre il matrimonio egualitario perché i Trattati lo vietano. L’art. 4(2) TUE impone di rispettare l’identità costituzionale degli Stati, inclusa la disciplina del matrimonio. Gli artt. 5 e 6 TFUE stabiliscono che l’Unione può agire solo nelle materie di competenza attribuita, e il diritto di famiglia non lo è. L’art. 9 della Carta rimanda esplicitamente alle leggi nazionali il diritto di sposarsi.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Brando Benifei (@brandobenifei)

Per superare i limiti dei Trattati, gli stessi che oggi impediscono all’UE di legiferare su matrimonio egualitario, serve una loro riforma. Il Parlamento europeo ha approvato ieri (relatore Brando Benifei del PD), con 330 voti, una relazione che chiede di rafforzare l’architettura istituzionale dell’Unione e riaprire la Convenzione per cambiare i Trattati, superare i veti e ampliare le competenze europee.

Il diritto, quando manca la legge, diventa una specie di bricolage: nobile nelle intenzioni, vulnerabile negli effetti. Il punto debole è questo: la sentenza non crea il matrimonio egualitario dove non c’è. Dice solo che gli Stati devono riconoscere i matrimoni celebrati altrove “quanto basta” per non ostacolare i nostri diritti europei. Ma cosa significa, concretamente, “quanto basta” in paesi come l’Italia che trasformano un matrimonio in un’unione civile, amputando pezzi di vita: la filiazione, i vincoli familiari, la pienezza simbolica dell’istituto?

Le coppie LGBTI italiane leggono questa sentenza e sperano. Ma sanno anche che il riconoscimento europeo potrebbe dissolversi al confine, diventare una versione ridotta, una forma dimezzata della loro famiglia. Non possiamo continuare a vivere di mezze norme e di principi generali tirati per la giacca. Non può essere una Corte, da sola, a ricucire il divario tra diritti proclamati e diritti effettivi. Serve una legge, una norma europea di merito, una regola piena che dica cosa siamo e cosa valiamo quando attraversiamo le frontiere. E per farlo serve riformare i Trattati.

Perché altrimenti resteremo in sospensione: sposati in Spagna, ma “uniti civilmente” in Italia; genitori all’estero, ma solo un nome alla volta nei tribunali italiani; cittadini europei sulla carta, ma stranieri nell’intimità giuridica dei nostri corpi e delle nostre relazioni.

La sentenza è un passo avanti. Ma non basta più. Ci serve un’Unione Europea che non solo ci riconosca quando partiamo, ma che ci protegga davvero quando torniamo a casa. Se è vero, come è vero, che tutta l’Unione Europea è la nostra casa. Sì, anche di noi persone LGBTIAQ+.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.