Ha preso il via ieri il 36. Trieste Film Festival diretto da Nicoletta Romeo, il primo e principale appuntamento italiano dedicato al cinema dell’Europa centro orientale, nato alla vigilia della caduta del Muro di Berlino e ancora oggi osservatorio privilegiato su cinematografie e autori da scoprire, con i nomi più interessanti del cinema europeo.
Tra le novità di quest’anno la sezione Visioni Queer, curata da Giuseppe Gariazzo, per seguire lotte e diritti (ancora) negati alla comunità Lgbtq+ nei Paesi orientali e balcanici.
Spiega la direttrice del festival Nicoletta Romeo: “Il tema della famiglia e dei legami familiari quest’anno sembra un Leitmotiv trasversale che unisce tanti dei film in programma in questa 36ma edizione del Trieste Film Festival: famiglie disfunzionali, queer, fluide, bigotte, famiglie-prigioni, famiglie come rifugio e famiglie allargate. La famiglia viene messa alla berlina come istituzione, con tutti i meccanismi inceppati di una struttura archetipica potente, che tuttavia non sembra rispondere sempre ai bisogni e ai desideri degli individui che ne fanno parte. Ma a volte è anche l’unico luogo di salvezza nelle società disgregate, ed è sempre davanti alla morte che i legami si rinsaldano, e i vecchi rancori passano in secondo piano”.

Nella sezione Visioni Queer ci sono titoli come Beauty and the Lawyer di Hovhannes Ishkhanyan. Carabina, artista gay, travestito e prostituta, è sposata con Hasmik, avvocatessa etero che difende i diritti della comunità LGBTQ+. Diventati genitori, si trovano di fronte a un dilemma: il bambino crescerà o no in Armenia, dove la popolazione si dichiara ostile all’omosessualità?
“Appartengo alla generazione che ha vissuto la transizione dal socialismo al capitalismo … dall’Armenia sovietica all’Armenia indipendente … La mia generazione, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha avuto la possibilità di godere di libertà individuali che si è battuta per mantenere e ampliare. Ha messo in discussione tutti i modelli di relazione e di famiglia tradizionali, infrangendoli. Ma non ha creato alcun modello alternativo, di conseguenza le relazioni si sono trasformate in qualcosa di malsano, senza significato … Quando Hasmik mi ha detto che stava per sposarsi con Garik, mi sono chiesto ‘come fa a durare una coppia la cui relazione non è accettata dalla società?’… E li ho seguiti con una videocamera per trovare la risposta alla domanda ‘Che cos’è l’amore?’ ” (H. Ishkhanyan)

C’è poi Domaḱinstvo za početnici di Goran Stolevski, Queer Lion a Venezia 2023, con Dita che si trova costretta a crescere le due figlie della sua compagna. Mentre le loro volontà individuali si scontrano, si sviluppa una storia commovente sulla lotta di una famiglia improbabile che fa di tutto per rimanere unita.
“Sono sempre stato affascinato dai momenti che sembrano ‘trovati’ o ‘scoperti’, piuttosto che ‘messi in scena’. Molte delle mie esperienze come regista si sono basate per necessità su budget limitati e troupe ridotte. Mi sono adeguato a questa realtà sviluppando uno stile verité che ora è diventato un elemento distintivo del mio lavoro … Sviluppare le storie in questo modo ha contribuito a ‘liberare’ i nostri attori, portando le loro interpretazioni a un livello davvero affascinante. Nella scelta di uno stile verité, con dialoghi sovrapposti, camera a mano, luce naturale, inquadrature strette ma volutamente disordinate e profondità di campo ridotta, lo scopo è sempre stato quello di far vivere allo spettatore la storia come la vivono i personaggi.” (G. Stolevski)

Spazio a “Avant-Drag! Radical Performers Re-Image Athens” del greco Fil Ieropoulos, ritratto di dieci artisti e artiste drag che vivono ad Atene, delle loro performance artistiche, veri gesti politici.
“Nel documentario poetico Avant-Drag! seguiamo dieci drag performer di Atene che s’inventano mondi effimeri come rifugio contro una realtà ostile. Osservando da vicino il loro stile di vita e i loro modi di esprimersi, entriamo in contatto con una nuova tendenza che è nata negli ultimi anni e scopriamo come l’arte e le performance delle drag possano trasformare la realtà e creare spazi sicuri per tutte le persone emarginate dalla società greca … Avant-Drag! rompe le convenzioni dei documentari queer e sull’identità di genere che a volte adottano un approccio giornalistico-cinematografico minimalista e distante, ‘oggettivo’, scegliendo invece di creare un collage surreale in cui narrazione e immagini vengono realizzate assieme alle stesse protagoniste del documentario. Una comunità che parla da sola, senza la mediazione di uno sguardo esterno … Il mondo colorato delle drag si intreccia in un assemblaggio psichedelico di immagini e riferimenti, confondendo i confini tra finzione e documentario, tra letterale e metaforico, tra regista e protagoniste.” (F. Ieropoulos)

The Garden Cadences di Dane Komljen è un’altra anteprima italiana che ruota attorno a Mollies, collettivo queer-femminista che vive in un parco per roulotte vicino a Ostkreuz a Berlino da quasi un decennio. The Garden Cadences documenta la loro ultima estate prima di essere sfrattate.
“Nel 2021, ho raccolto le testimonianze di un momento che altrimenti sarebbe andato inevitabilmente perduto e ho filmato Mollies prima dello sfratto … Per Mollies, la convivenza non era solo la ricerca di un modo diverso di vivere, ma anche la necessità di formare una comunità accogliente e che desse sicurezza. La difficoltà di trovare un nuovo posto abbastanza spazioso da ospitare tutte si è scontrata con i loro attriti personali e il collettivo si è dissolto. Aalo viene dalla Finlandia, Jone dalla Lituania, Aoife è nata a Dubai. Neo non usa pronomi, alcune usano loro, altre sono in fase di transizione… Questo è uno spazio di fluidità in più di un senso. È un film sullo stare assieme, che offre uno scorcio di vita quotidiana queer condotta al di fuori del contesto patriarcale e capitalistico, e allo stesso tempo è una registrazione del tempo trascorso insieme, senza fare nulla, un po’ come gli animali.” (D. Komljen)
As I Was Looking Above, I Could See Myself Underneath di Ilir Hasanaj racconta le storie intime di persone LGBTQ+ del Kosovo, alla ricerca continua di un luogo sicuro che permetta loro di vivere. Il film è stato presentato, tra gli altri, ai Festival Dokufest di Prizren in Kosovo, Solothurner Filmtage in Svizzera, Queer Lisboa in Portogallo.
“Questo film racconta la storia di 7 persone LGBTQ+ che vivono in Kosovo, di generazioni e contesti sociali diversi. Usando i loro veri nomi, le loro voci e i loro volti, Megi, Semi, Edon, Qerkica, Mustafa, Blendi e Linda raccontano come hanno scoperto di essere queer e come vivono in un ambiente così ostile … È il primo documentario in Kosovo a mostrare i protagonisti senza oscurare i loro volti e cambiare i loro nomi … Le differenze tra le storie dei più giovani e dei più anziani mostrano i cambiamenti sociali che il Kosovo ha subìto, in particolare da prima della guerra degli anni ‘90 alla prima Pride Parade del 2017. Questi contrasti diventano ancora più significativi se si considera che il Kosovo ha una popolazione a maggioranza musulmana e che sono diffuse false notizie secondo cui l’essere LGBTQ+ è una ‘ideologia’ importata dall’Occidente… Con questo film, cerco di mostrare a un pubblico più ampio le esperienze e le realtà delle persone LGBTQ+, con la speranza che questo possa dare il via a una maggiore comprensione e compassione verso le lotte che affrontano quotidianamente.” (I. Hasanaj)

“Crossing” di Levan Akin (prossimamente nei cinema italiani con Lucky Red), film di chiusura. Lia, insegnante in pensione, ha promesso di ritrovare la nipote Tekla, scomparsa da tempo. Il giovane Achi, desideroso di un cambiamento, si unirà alla sua ricerca, che porta l’improbabile duo nella labirintica e urbana Istanbul, dove incontrano Evrim, un’avvocata che lotta per i diritti dei trans. Tekla inizia a sentirsi più vicina che mai. Dopo esser stato il film d’apertura della sezione “Panorama” della Berlinale 2024, è stato presentato nella selezione ufficiale del Tribeca Film Festival.
“Con Crossing ho voluto fare un film sulla solidarietà e sui piccoli gesti di gentilezza e comprensione tra estranei e familiari. Volevo anche mostrare ambienti e luoghi che raramente vengono esplorati nelle storie di questa regione. Il film è tratto da una storia vera che mi è stata raccontata durante le ricerche per il mio precedente film, And Then We Danced, riguardo una nonna che andava dalla Georgia alla Turchia alla ricerca della sua nipote trans. E proprio come il mio film precedente, anche Crossing è stato difficile da realizzare. L’esistenza di persone LGBTQ+ in Georgia e in Turchia è fortemente sotto pressione e il presidente turco Erdoğan ha costruito gran parte della sua recente campagna presidenziale attorno a una retorica anti-LGBTQ+… C’è molto delle mie esperienze personali, mi sono chiesto ‘se i miei nonni vivessero oggi, mi accetterebbero per quello che sono?’ Probabilmente no, ma raccontando queste storie di accettazione spero di ispirare nuove possibilità.” (L. Akin)
Il manifesto dell’edizione numero 36 porta la firma di Monika Bulaj, fotografa, reporter e documentarista, che lavora sui confini delle fedi e luoghi sacri condivisi, minoranze e popoli nomadi a rischio, in Eurasia, Africa, nei Caraibi e Sud America, e pubblica con i più importanti magazine europei e internazionali.
Il festival, in scena fino al 24 gennaio, si terrà a Trieste nelle sedi del Politeama Rossetti, del Teatro Miela e del Cinema Ambasciatori.


