“Quel trans che ispirò Battiato”, Valérie Taccarelli condanna il misgendering sul Fatto Quotidiano

La donna evidenza l'errore nell'uso dei pronomi in un articolo dedicato alla genesi di Alexander Platz, nata sull'esperienza di "Valery".

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Alexander Platz Gay.it Battiato Il Fatto Quotidiano
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Se i critici della lingua italiana inclusiva condannano l’uso potenziale della schwa come desinenza che superi i confini dei generi, c’è ancora chi non comprende, tra i professionisti della scrittura, il tradizionale binarismo grammaticale da applicare al termine “transgender“. La indichiamo in apertura, una norma linguistica limpida come l’acqua di montagna: femminile per chi si identifica come donna, maschile per chi si identifica come uomo (se gli individui in questione si riconoscono nello spettro binary). Facile, eh? Ma il misgendering imperversa, con l’ultimo caso sulla carta stampata apparso nelle scorse ore, sulle colonne de Il Fatto Quotidiano. Protagonista Valérie Taccarelli.

“Quel trans che ispirò Battiato”, il titolo scelto dal quotidiano per il lancio di un articolo sulla storia di Alexander Platz, capolavoro della discografia di Milva, frutto della collaborazione con il cantautore siciliano. Firmato da Stefano Mannucci, il Doctor Mann di Radiofreccia, l’articolo ripercorre la genesi del brano, nato nel 1982 dal riadattamento di un’altra canzone. Il titolo del pezzo originario era Válery, scritto da Alfredo Cohen, che dedicò la canzone a una ragazza transessuale con cui conviveva a Roma, Valérie Taccarelli. Poi l’arrivo di Battiato, della neve di Berlino, delle frontiere e di Schubert, che relegò la canzone in disco destinato a un misero successo.



Se nell’articolo si menziona la protagonista del brano anche con il pronome femminile, il titolo e alcuni pronomi nel corpo del testo manifestano una scarsa attenzione all’uso corretto della desinenza, evidenziato con forza polemica anche dalla stessa su Facebook:

Oh mamma mia che brutto articolo! Ancora nel 2021 mi tocca insegnare l’abc ad un giornale e a un giornalista. Eppure le associazioni trans, in collaborazione con UNAR, hanno tenuto specifici corsi sull’argomento. Io sono una transessuale e cioè MtF (da maschio a femmina) quindi l’articolo deve essere al femminile, se si vuole parlare di me. Se si tratta di un transessuale FtM (da femmina a maschio) allora l’articolo è al maschile. […] Stefano Mannucci non solo non ha capito la differenza tra FtM e MtF, ma neanche che sono napoletana e non romana. Eppure oggi siete molto avvantaggiati con le ricerche… Ah no, dimenticavo che vi limitate a fare qualche telefonata. Se non ho concesso un’intervista al signor Stefano un motivo evidentemente c’era. Che triste tutto ciò…

Valérie Taccarelli, oltre a sottolineare il fatto di non aver voluto contribuire con orgoglio alla scrittura dell’articolo, ha espresso un certo sdegno per le parole scelte da Stefano Mannucci per tratteggiare il ritratto di Alfredo Cohen, tra i primi attori e cantanti del panorama italiano dichiaratamente gay, in attività dal 1974 fino agli anni Novanta. “Di Alfredo conservo il pensiero del soggiorno torinese, prima che si stabilisse a Roma per fare il regista e l’attore. Capivo il pericolo che avrebbe corso lì. Esagerava con il bicchiere“, le parole riportate, pronunciate dall’amico e compagno Angelo Pezzana. Che stando alla critica di Valérie, non consegnerebbero ai lettori l’immagine fedele dell’uomo che compose il brano che la vedeva come musa:

È aberrante leggere le parole attribuite a Pezzana da cui sembrerebbe solo un alcolizzato. Arrivò a Torino, dove vivevano le sorelle, a metà anni ’60 per iscriversi all’università facendo l’operaio in fabbrica per mantenersi agli studi. Insegnò a Torino nei primi anni ’70, utilizzando un metodo innovativo che usciva dai soliti schemi antiquati. I suoi allievi lo adoravano. […] Una cosa mi chiedo: ma a voi giornalisti non insegnano come si scrive un articolo?

Se per la rappresentazione fornita di Cohen tocca mettere in campo la sospensione del giudizio, palla al centro fra le due versioni, non si può di certo soprassedere sulla continua mancanza di attenzioni nell’uso dei pronomi corretti. Una triste abitudine, che non deve smettere di generare indignazione. Arriverà il momento dell’auf Wiedersehen per questa forma di vera e propria violenza verbale?

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