I cinque videoclip musicali manifesto del NO all’omofobia

Cinque pezzi storici fieramente contro le discriminazioni con cui celebrare la Giornata Internazionale contro l'Omotransfobia.

sia rainbow lgbt
3 min. di lettura

Dai Bronski Beat a Cyndi Lauper, passando per George Michael, Sia e Hurts, la lotta all’omofobia si combatte anche a colpi di videoclip.

Le immagini e le musiche di cinque music videos, dagli anni ’80 a oggi, universalmente riconosciuti come simboli della lotta alle discriminazioni di genere, ripercorrono le tappe salienti della storia musicale recente in relazione a quella data, il 17 maggio di ogni anno, che noi oggi chiamiamo Giornata Internazionale Contro l’Omofobia, la Bifobia e la Transfobia (o IDAHOBIT, acronimo di International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia).

Bronski Beat – Smalltown Boy (The Age Of Consent, 1984)
La copertina solitamente è la prima cosa che uno guarda quando prende in mano un disco. In questo caso specifico è nera, con alcune figure geometriche colorate nel mezzo. Fra loro spicca un triangolo rosa, che viene riproposto anche sul retro, da solo, quasi a rimarcarne l’importanza. Si tratta di The Age Of Consent, il concept album dei Bronski Beat che ruota attorno al tema della discriminazione nei confronti degli omosessuali. Lo smalltown boy dell’omonimo, celebre, singolo, è un giovane vittima del bullismo omofobo, costretto a trasferirsi in città perché nel piccolo paese in cui vive nessuno accetta la sua omosessualità. Da quando è stato aggredito da un gruppo di teppisti, tutti hanno iniziato a vociferare su di lui e l’unica soluzione è andarsene via, su un treno al mattino portando con sé soltanto una valigetta nera. Siamo nel 1984 e la tematica dell’omofobia, inaspettatamente, vola in cima alle classifiche (primo posto in Italia e Belgio) grazie alla singolare voce in falsetto di Jimmy Somerville. Da non perdere il rework del pezzo realizzato da Arnaud Rebotini per la colonna sonora del film 120 Battiti al Minuto.

Cyndi Lauper – True Colors (True Colors, 1986)
A tre anni dal suo debutto, She’s So Unusual, Cyndi Lauper lancia True Colors che fa in tempo ad arrivare prima nella classifica USA e a spopolare in tutto il mondo, con i suoi colpi di cassa iniziali raddoppiati da un languido tocco di chitarra, preludio a un ritornello che ancora oggi non vuole saperne di abbandonare le radio. “I see your true colors / And that’s why I love you”, con quell’accenno arcobaleno che l’ha fatta diventare un inno delle associazioni LGBT, dell’amore d’ogni genere. La cantante è tuttora impegnata in prima fila nella lotta all’omofobia e in progetti concreti sul territorio a sostegno della comunità LGBT. Per ringraziarla e, al contempo, rispondere al preoccupante aumento di suicidi fra i giovani gay negli Stati Uniti, i Gay Men’s Chorus, un coro di Los Angeles, hanno realizzato una cover del brano per contribuire al progetto “It gets better”.

George Michael – Outside (Ladies & Gentlemen: The Best of George Michael, 1998)
All’epoca in molti la interpretarono solo come una reazione istintiva a un presunto “scandalo”, facendone convergere il senso su una banalizzazione estrema: George, l’artista che si è ridotto a fare pompini nei cessi, contro il resto del mondo. Isolandolo. E invece Outside ha agito come invito a vivere con serenità e sprezzo del pericolo una dimensione “pubblica” del proprio rapporto col sesso. Uniformi, muscoli e orinatoi come fossero mirror balls per invitare l’umanità intera a vivere i propri desideri, qualsiasi essi siano, open air, noncuranti del controllo esterno. Un invito satirico a fare coming out? Certamente si, ma anche un bel vaffanculo, codificato utilizzando sonorità disco-pop, a tutti coloro che misero alla berlina il suo orientamento sessuale. Nel video, diretto da Vaughan Arnell, compaiono anche le porno star Rebecca Lord e Brittany Andrews.

Sia – The Greatest (This Is Acting, 2016)
Il singolo, ideato e cantato in collaborazione con Kendrick Lamar, rapper e paroliere statunitense, vede protagonista nel relativo video, come spesso accade per le clip di Sia, Maddie Ziegler, quattordicenne dalle fantastiche capacità espressive e artistiche, accompagnata da altri 48 ragazzi che ballano e recitano insieme a lei. Un numero nient’affatto casuale, per le coreografie di Ryan Heffington danzano in totale 49 ballerini (inclusa Maggie), lo stesso numero di persone rimaste vittime nell’attacco omofobo al Pulse Club di Orlando. Questa interpretazione è avvalorata da una delle prime immagini del video, quando cioè Maddie compare con il viso colorato dalle sue lacrime che formano delle strisce arcobaleno. Ma The Greatest a ben guardare è un vero e proprio inno contro qualsiasi tipo di disuguaglianza: di genere, sesso, razza o religione.

Hurts – Beautiful Ones (Desire, 2017)
Gli stessi Hurts descrivono il singolo come una celebrazione dell’individualità e un vero e proprio grido provocatorio verso l’odio, l’omofobia, la transfobia, la violenza. Tutto espresso al meglio nel video ufficiale, montato in reverse, ossia inizia dalla fine per poi giungere all’inizio. Un giovane crossdresser che vuole semplicemente divertirsi, godersi la musica in un locale come tanti altri, viene adocchiato dal “bulletto” di turno che tenta un approccio sessuale senza mezzi termini, scagliandosi direttamente sulla bocca del ragazzo per poi finire respinto. L’ego ferito del bullo è la leva che fa scattare la vendetta del branco di cui fa parte: i tre ragazzi in questione iniziano a seguire il protagonista del video fuori dal locale, braccandolo, svestendolo, derubandolo, picchiandolo e lasciandolo a terra umiliato. Ma il finale riserva un ribaltamento di scena…

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