Spallata doveva essere, e spallata non è stata. La tornata elettorale del weekend lungo, che ha abbracciato referendum confermativo e regionali, ha frenato la smania di Matteo Salvini di far cadere l’esecutivo e puntellato il Governo Conte II, paradossalmente uscito rafforzato da una fine settimana fino a pochi giorni fa ai più apparso minato.
L’annunciato trionfo dei “sì” al referendum sul taglio dei parlamentari ha ridato fiato al Movimento 5 Stelle, maggioranza di Governo uscito malconcia dalle urne elettorali regionali, e allontanato definitivamente il voto, perché sarà ora necessario dar vita ad una nuova legge elettorale. Il Pd di Nicola Zingaretti, riuscito a tenere Puglia, Toscana e Campania, ha invece ribadito la sua attuale posizione, in quanto unico argine all’onda sovranista e populista della destra italiana, per quanto costretto a dover convivere con le imposizioni di quegli alleati che fino a 18 mesi fa erano suoi nemici giurati. Salvini, paradossalmente, è il vero grande sconfitto del weekend. Le Marche, strappate al centrosinistra dopo 25 anni, hanno visto vincere un candidato di Giorgia Meloni, mentre in Liguria un ex forzista come Giovanni Toti. Il successo plebiscitario veneto, infine, vede Luca Zaia, leghista pragmatico e certamente meno estremista del Matteo verde, quasi al 45% con una sua lista personale, staccando spaventosamente la Lega nazionale al 16,9%.
L’altro Matteo, ovvero quel Renzi che fa comunque parte della maggioranza di Governo, è uscito quasi snobbato dalle urne, con i candidati di Italia Viva Ivan Scalfarotto in Puglia, Daniela Sbrollini in Veneto e Aristide Massardo in Liguria che hanno raccolto le briciole. Tutto questo va a vantaggio dell’attuale Governo e del Partito Democratico, che dovrà necessariamente chiedere maggior peso nei confronti dell’esecutivo a trazione grillina, a partire non solo dalle modifiche ai decreti sicurezza salviniani ma soprattutto da quella legge contro l’omotransfobia che a metà ottobre tornerà alla camera dei deputati.
Pronti, via e bisognerà votare ben due pregiudiziali di costituzionalità a scrutinio segreto volute da Lega e Fratelli d’Italia. Due potenziali mine che potrebbero subito affondare il DDL Zan, chiamato ad una rapida approvazione alla Camera, dove la maggioranza parrebbe ampia e facilmente gestibile, per poi guardare alla roulette russa del Senato a inizio 2021. Tempo da perdere, vista la spaventosa quantità di denunce di omotransfobia che da nord a sud sono ormai quasi quotidiane, non c’è n’è più. Le urne hanno incredibilmente stabilizzato un Governo che almeno a parole vuole approvare in tempi rapidi una legge che la stragrande maggioranza dei Paesi democratici e occidentali hanno sposato da tempo.
Il segretario Pd ha più e più volte pubblicamente chiesto rapidità nell’approvazione della legge, così come il presidente della Camera Fico e il presidente del Consiglio Conte, senza dimenticare quel presidente della Repubblica che nel maggio scorso, durante la giornata mondiale contro l’omotransfobia, aveva espresso inequivocabili parole. Cataclismi politici permettendo, questo Governo andrà avanti fino al 2023. Poco più di due anni per portare a casa una legge necessaria, doverosa, non più rinviabile. Prima la si approva, meglio è.
