Alcuni dei più grandi nomi del calcio moderno si sono riuniti per condannare l’omotransfobia in un nuovo documentario dal titolo Outraged. Prodotto dall’UEFA, il doc esplora il preoccupante aumento di omofobia, razzismo e sessismo nel calcio, riportando un’ondata di atti di discriminazione tristemente emersi negli ultimi anni.
Tra i volti che ne hanno preso parte, il pallone d’oro femminile Megan Rapinoe, l’ex campione della Juventus Paul Pogba, lo ‘special one’ José Mourinho, l’attaccante della Francia Oliver Giroud, la calciatrice afghana Nadia Nadim e l’ex juventuno Moise Kean, che hanno condiviso le proprie esperienze personali di esclusione e discriminazione nel calcio.
“In generale stiamo assistendo a un aumento di questa sorta di nazionalismo di destra che sta travolgendo il mondo, e penso che questo dia quasi una ventata di nuova linfa vitale a questi tifosi, che sono come, ‘Oh, non sono il solo a pensarla in questo modo’“, ha sottolineato Megan Rapinoe. “Prima di Donald Trump era molto più inaccettabile dire apertamente cose razziste, non che le persone prima non pensassero cose razziste, ma ora si sentono autorizzate ad essere esplicitamente razziste“.
“È molto importante che i giocatori parlino“, ha aggiunto il presidente UEFA Aleksander Čeferin. “A dover parlare sono quelli che subiscono la discriminazione. Dobbiamo parlare con i giocatori che sono in campo e che sentono la discriminazione in prima persona“.
Oliver Giroud si è detto scioccato nel vedere sugli spalti “inaccettabili” striscioni omofobi, nel corso di una partita tra Paris Saint-Germain e Metz, lo scorso anno. E il capitano della nazionale della Georgia, Guram Kashia, ha ricordato con dispiacere l’ondata di omofobia che l’ha travolto solo perché aveva osato indossare una fascia LGBT + nel corso di una partita. Un omofobia ancora talmente sfacciatamente presente da convincere i calciatori a non fare coming out, come precisato da Thomas Hitzlsperger, ex Lazio e attuale CEO del VFB Stuttgart che ha fatto coming out solo una volta appesi gli scarpini al chiodo. “Volevo dichiarare la mia omosessualità quando ero ancora in campo perché sapevo che avrebbe avuto un impatto enorme, ma i miei amici più intimi pensavano che fosse una cattiva idea, quindi mi ci è voluto troppo tempo per trovare abbastanza coraggio. È probabilmente lo spogliatoio il posto più intimidatorio, perché ci sono i tuoi compagni di squadra, è lì che parli della partita. Con un giocatore apertamente gay nello spogliatoio alcuni di loro potrebbero sentirsi a disagio. Secondo me è questo che impedisce ad alcuni giocatori di fare coming out“.
Il doc UEFA ribadisce l’importanza di una collaborazione proattiva tra dirigenti e sportivi, chiamati ad assumersì la responsabilità della denuncia anche quando l’abuso non li colpisce direttamente.
“È responsabilità di tutti sbarazzarsi della discriminazione“, ha concluso Megan Rapinoe. “Se sei un giocatore che dice ‘froc*o’ negli spogliatoi o stai dicendo qualcosa come ‘è gay’, se sai che ci sono cori omofobi sugli spalti e non dici niente, sei anche tu parte del problema“.

