Nella vita di Robin Slater non esiste un ricordo senza musica: cresciuto con papà al contrabbasso e mamma deejay, ha iniziato a suonare quando aveva solo 3 anni e scritto la sua prima canzone a 12: Miss Valentine, dedicato ad una sua compagna di classe. Nella mia irreparabile ingenuità penso ad una cotta tra i banchi di scuola, ma Robin specifica: “Io non la sopportavo. Era sempre esclusa da tutti. Ma nonostante l’antipatia, ho provato ad empatizzare con quello che stava vivendo”.

Oggi Robin ha quindici anni, e durante la nostra chiacchierata non posso fare a meno di fargli notare che non è passata una decade dalla sua prima canzone. Eppure, in quattro anni si può scoprire un mondo ancora più grande. Il suo primo ep Soundtracks 1, uscito lo scorso 15 Settembre, è per lui una prova di maturità: “È tutto scritto e prodotto da me” mi spiega “Il resoconto del duro lavoro di questi ultimi due anni. Ma è solo il primo capitolo“. Il titolo non è casuale, tanto che tra le tante prospettive del futuro, non gli dispiacerebbe anche comporre una colonna sonora. Per Robin la sua musica è un mezzo che si espande e viaggia altrove: “Quando scrivo ho tantissimi stimoli visivi e figurativi. Anche la cover dell’EP è una foto scattata da me“. Si nutre di Neil Young, The Smiths, The Cure, Lana Del Rey, la poesia di William Blake e Yeats, e i libri di Moravia. Per lui la musica è prima di tutto un esercizio di empatia, che oscilla tra le proprie esperienze personali al mondo esterno. Mi dice che qualche vota le persone cercano di indovinare a chi parla nelle sue canzoni, specie se sono canzoni d’amore: “Spesso lo dico direttamente io. Per me non è un problema, anzi è un dono”.

Ma molte volte i testi di Robin diventano un dialogo con sé stesso. Una conversazione per dare spazio a quello che non trova sempre facile spiegazione nella conversazione quotidiana. Quando mi ritrovo a portare la conversazione sulla sua transessualità mi sento l’ultimo degli scemi: perché tirare in mezzo a tutti i costi una caratteristica di contorno? C’entra davvero qualcosa nella nostra intervista? Ma Robin ne parla in totale tranquillità, a dimostrazione che il problema me lo sto facendo solo io: “La musica non è sempre stato il campo più facile per la mia identità di genere” mi spiega “Provando disforia anche con la mia voce, è stato difficile registrare canzoni dove mi piacessi. Magari mi piaceva la canzone, ma non come mi sentivo”.
Durante il suo percorso di formazione, Robin spiega che la musica ha avuto ruolo, seppur non sempre piacevole. Ma la difficoltà dell’inizio ha gradualmente lasciato spazio ad un presente più tranquillo, dove la transizione è solo un altro dettaglio nella quotidianità di un adolescente qualunque: “La scuola dove vado è fantastica. Mi chiamano con il nome che preferisco, e mi sento a mio agio”. Tuttavia, specifica che è un privilegio della scuola privata che frequenta, mentre i suoi amici in scuola pubblica non se la passano meglio. Da millennial ventottenne a gen Z quindicenne, gli chiedo se crede che la sua generazione è più preparata a certe tematiche rispetto a quella precedente: “C’è una parte che è molto progressista, e l’altra più conservatrice e ripete gli ideali già imposti. Però sento che siamo sulla buona strada”.

Soundtracks I è solo un primo piccolo grande capitolo nel percorso di Robin. Una prefazione per mettersi alla prova, testando le sue capacità, che gli ha permesso di conoscere altri musicisti disposti a lavorare con lui, accompagnandolo nei prossimi step futuri: “Nelle persone che mi ascoltano spero di trasmettere nostalgia e speranza” mi dice “In questi tempi si riflette sempre di meno. Se ascoltandomi le persone riescono a pensare di più, io sono felice”.
Puoi ascoltare Soundtracks I qui.
