Si può fare coming out con nonno e nonna? O meglio evitare?

Nonni, nipoti queer, e altre cose che non si dicono.

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Nonni, coming out, e altre cose che non si dicono
Nonni, coming out, e altre cose che non si dicono
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Non ho mai fatto coming out con i miei nonni. Non per paura e nemmeno per vergogna, ma più per pigrizia. Se mettere i puntini sulle i con genitori e amici mi sembrava doveroso, con i nonni non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale. “Lascia perdere”, diceva mia madre, “Ci arriveranno da soli. Tornassi indietro, applicherei quel modus operandi con chiunque: chi vuole capire capisca, non devo spiegarvi niente, arrivateci. Ma per qualche ragione, all’epoca, lo riservai  solo alla generazione più anziana della famiglia: anche quando ormai chiunque avesse ben chiaro il mio orientamento sessuale (molto meno la mia identità di genere, ma ora non si può chiedere troppo), non so ancora dire se i miei nonni ci siano arrivati da soli o no.

Ma la mia è una posizione privilegiata: in trent’anni di cene e pranzi, solo una volta mia nonna ha fatto riferimento alla ‘fidanzatina’. “È morta” ho risposto, e non abbiamo mai più toccato l’argomento.

Piuttosto la prima (e ultima) volta che portai un fidanzato a pranzo, con nonna paterna e materna sedute a tavola, ho lasciato tutto alla libera interpretazione: partner? L’amico che viene a trovarmi dall’Inghilterra? Il compagno di corso? Quel ragazzo a tavola poteva essere chiunque avrebbero voluto, e non avrei smentito né confermato le loro supposizioni. Quando eventualmente ci lasciammo, la nonna materna si limitò a chiedermi se quell’amico se ne fosse tornato ad Oxford. “Sì, bye bye!” e chiusa la faccenda: l’amico era in Inghilterra, la fidanzatina era morta, e per pranzo c’erano i cappelletti. Ma la nonna paterna ebbe un’altra intuizione che oggi conserva nella tomba: un pomeriggio dopo averle portato le cassette dell’acqua al quarto piano, aprì lei la questione in medias res: “Non ti preoccupare”, mi disse, “Capita a chiunque di lasciarsi, prima o poi passerà”, mentre io la guardavo come se non fosse ovvio che avessi passato tutta l’estate a piangere. “Perché non ci sarebbe dovuta arrivare? Guarda che non sono scema: l’avevo capito dal primo minuto che stavate insieme. 

”

Anche al mio amico Stefano è successa una cosa simile. Sua nonna Maria gli telefonò una domenica pomeriggio per dargli la benedizione: “Lo so che un giorno avrai un compagno, e per me va benissimo così, a me basta che sei felice tu”. Parole che non si sarebbe mai aspettato, non di certo da una signora sarda di ottantacinque anni che prega il rosario ogni giorno. Eppure, lui come me, ha sottovalutato lo sguardo di una donna che l’ha praticamente visto crescere. Insieme a lei ha passato tutta l’infanzia tra le zone più rurali della Sardegna, “tra l’odore di terra bagnata e i foulard che indossava come vestiti”. D’adolescente tutto avrebbe voluto, meno che condividere la propria sessualità con lei, o il resto della propria famiglia: “L’amore che mia nonna prova per me è impressionante”, mi spiega, “Temevo la sua forte religiosità e non volevo farla soffrire; per questo ho pensato di non dirglielo mai.” Questa estate Stefano ha presentato per la prima volta a nonna Maria il suo fidanzato e documentato il momento su TikTok: lei parla al partner in dialetto come se lui capisse il sardo, cucinano e mangiano insieme, e gli chiede di chiamarla ‘nonna’ come fosse un nipotino acquisito. “L’ennesima cosa che non mi sarei mai aspettato di fare”, mi dice in un audio su Whatsapp.

@ribster_ Risposta a @Veronica Passarella ♬ suono originale – ribbi

A differenza di Stefano, la mia amica Giulia non ha mai dovuto presentare nessunə alla nonna: quando una sera a cena le ha detto che sarebbe andata a convivere con Sara, la nonna ha capito immediatamente che quell’amica che passava a trovarle un giorno sì e l’altro pure, era la sua fidanzata. “Mi dispiace”, le ha risposto, “Proprio proprio non ti piacciono i ragazzi?”

Giulia– a cui piacciono sia i ragazzi che le ragazze – ha raccontato  la stessa storia che la nonna le raccontava sempre da piccola: di come la prima volta che ha visto suo nonno dentro una sala da ballo si innamorò immediatamente; quando gli altri le venivano a chiedere di ballare, lei rispondeva che era impegnata, ma in realtà aveva solo occhi per lui. Ecco, quella sera Giulia ha spiegato che con Sara provava un po’ le stesse cose. Beh, ha senso, ha convenuto la  nonna dopo una lunga pausa. Nella loro famiglia l’unica persona queer è una cugina che da quando ha fatto coming out come lesbica ancora litiga con il padre. “Un deficiente” lo definisce sua nonna:”Se tua figlia è nata così, che ci puoi fare? Le devi voler bene lo stesso”.

I nonni paterni di Arthur fotografo milanese, al contrario, sono venuti a mancare molto prima del suo coming out come bisessuale e ragazzo transmasc, tanto che nonostante l’innegabile accoglienza che hanno sempre manifestato nei suoi confronti, gli duole ammetterlo: “Non mi hanno mai conosciuto davvero”. I nonni materni, dall’altra parte, fino a qualche anno fa posavano come modelli per i suoi shooting in giardino. Sua nonna, nello specifico, la descrive come una fervente cattolica, ex neocatecumenale, e con una mentalità “fortemente binaria”. Nonostante sia cresciuta negli anni d’oro di figure come David Bowie o Renato Zero, non ha mai visto di buon occhio un’espressione di genere troppo “eccentrica”. Quando a diciannove anni Arthur ha iniziato a presentarsi a casa solo con pantaloni, felpe, e blazer, sua nonna ha cominciato a fargli battutine, prima a cuor leggero, poi con un briciolo d’amarezza. “Non era mai per offendere” mi specifica Arthur, “Quanto per il dispiacere di aver accantonato borsette e vestiti. Alle medie era proprio lei a cucirmeli”. Per Arthur fare coming out con sua nonna è impensabile, ancora di più oggi: suo nonno è affetto da demenza senile, e il tempismo per ‘sganciare la bomba’ non sarebbe proprio dei migliori. Nonostante i nonni lo chiamino ancora con il deadname, Arthur parla di sé stesso al maschile da più di un anno e mezzo, e nessuno a casa ha mai battuto ciglio. Sua nonna si è accorta che ha la voce più bassa del solito. Ma invece che al testosterone, ha pensato ad un colpo di freddo. “Da un punto di vista puramente egoistico, penso cosa gli cambierebbe? Mi hanno sempre adorato, cosa gli frega se ho un nome diverso?” riflette Arthur, “Ma sapendo di questo passato da fervente cattolica, prima di fare una dichiarazione ci penso tremila volte.”

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Arthur preferisce rimandare il coming out con i nonni al 2025, e per adesso, sorbirsi le magagne del presente. Nel frattempo, Giulia si è lasciata da tre anni con Sara, e convive da sola con un gatto di nome Carla. Ma sua nonna si rivolge ancora alla sua ex come “l’amica di Giulia”.

Io sono più di quattro anni che abito lontano da dove sono cresciuto, e i miei nonni li vedo solo alle feste comandate. L’urgenza di aprire l’argomento non è minimamente contemplata: né nonno né nonna mi chiedono mai delle prospettive di matrimonio, di nuovi partner, o se voglio scodellare figli uno dietro all’altro come i cugini. Le conversazioni girano intorno al mio lavoro, a cosa succede nella grande città, e e soprattutto i miei capelli che ogni volta che mi vedono si fanno sempre più lunghi. Un particolare che può darti un’euforia di genere “assurda e indescrivibile”, condivide con me Rowan, 23 anni bisessuale e trans*.Ma perché non li tagli che poi hai caldo? Meglio corti, stanno più ordinati” le dice sempre sua nonna, per poi spazzolarglieli dopo aver fatto lo shampoo, ed esclamare con una risata rauca di sigarette: “Teh, mo’ sembra che ho un’altra nipote femmina”. Le lega i capelli in una coda e le dice: “Come sei bella”. Lapsus che Rowan spera prima o poi diventi la norma.

Come me, nemmeno lei è out con i suoi nonni, ma sta fiorendo piano piano: attraverso il suo guardaroba che la nonna considera “Stravagante, divers’i l’atri” (diverso dagli altri). Attraverso le parole di suo nonno che tra i baffi gialli di fumo, le dice che è una persona gentile, ma senza usare mai un genere specifico: “Sei una persona gentile”, “Sei una persona sensibile”, “Sei una persona permalosa”. Per lui sono sempre ‘una persona’ che è qualcosa, che fa qualcosa, che dice qualcosa” mi racconta Rowan. In quelle parole riesce a sguazzare in una pozza di generico in cui sta  bene: la pozza in cui non è “nu masculu” – un giovanotto – “na fimmina” – una signorina, ma una persona. 



Questa tenerezza qui io con mia nonna non ce l’ho mai avuta: siamo abituatə a farci le pernacchie, a simulare pizzicotti sul braccio, a salutarci con versi strani come fossimo uscitə dal pollaio dietro casa. “Ciao, sono bella figheira!” mi dice ogni volta che risponde al telefono, e solo a vent’anni ho capito che non fosse una frase sua, ma di Anna Marchesini. Si preoccupa che io le faccia sapere in anticipo quando torno a casa, e che non arrivi a pranzo dopo mezzogiorno e mezza. Mi manda messaggi random per ricordarmi di non far scadere la patente: “La mia vicina dice che se aspetti troppo devi rifare l’esame, controlla!” Mi dice che ha visto al TG un servizio su quella cantante bionda americana che mi piace tanto, ma non ricorda bene come fa di cognome: “Swiffer? Come il lavapavimenti?”

L’urgenza di spiegare la mia identità a mia nonna viene sommersa da tutti questi piccoli grandi momenti, che in qualche modo hanno ancora oggi la priorità. “Forse sta tutto, veramente, nei gesti; nell’aspetto e nel linguaggio“, mi dice Rowan, “E se è così, a me per adesso va più che bene“.

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