Quarantotto ore prima del concerto di Taylor Swift ho pensato seriamente di essere impazzita: ho pensato che mi sarebbe venuta un’intossicazione alimentare e non sarei potuta andare. Ho pensato che il qr code dei biglietti non avrebbe funzionato all’ultimo senza motivo. Ho pensato che la mia amica con i biglietti sul telefono avrebbe perso il telefono e non avremmo più avuto i biglietti. Ho pensato che fosse un inganno e che il concerto che aspetto da diciassette anni non ci sarebbe mai stato. È una percentuale di follia difficile da spiegare, ancora di più da condividere, ma un mio amico l’ha definita il peggior esempio di self fullfilling prophecy (una profezia autoalimentata che prima o poi si avvera).
Non è successo niente di tutto questo: sabato 13 Luglio sono stata alla prima tappa italiana dell’Eras Tour presso lo Stadio San Siro di Milano (insieme all’altra questa domenica 14). Seconda volta di Taylor Swift in Italia a 13 anni dal 2011 con lo Speak Now World Tour. All’epoca ad aprirle il concerto c’era Emma Marrone, oggi i Paramore. All’epoca nessun italiano sapeva chi fosse, oggi i media nostrani si scervellano in una valanga di articoli, opinioni, post, inserti speciali per spiegarci e spiegarsi un fenomeno che li ha colti alla sprovvista. Se avessi un euro per tutti i ‘perché Taylor Swift ha così tanto successo?’ avrei forse una stabilità economica per pagarmi l’affitto a Milano; eppure nessuno mi paga e a me non va di spiegarvi più niente. Quello che posso dirvi che ero vestita con un abito bianco e capelli raccolti in ciocche come nella copertina di folklore. La sera prima mi sono preparata all’ultimo un braccialetto dell’amicizia con scritto sopra: folkwhore. Al concerto di Taylor Swift i friendship bracelets si scambiano con gli altri fan, e anche se non ne hai nessuno, le persone vengono e e te li offrono. Quelli che indossi all’inizio, non sono gli stessi che avrai alla fine. Se arrivi con un braccialetto, torni a casa con quindici. Il mio ‘folkwhore’ l’ho regalato ad una ragazza americana che è venuta a chiedermi una foto perché eravamo vestite con lo stesso outfit. Lei –di cui non ricordo il nome e per questo chiameremo Janet – voleva anche il braccialetto della mia amica che invece aveva scritto everwhore (che rifà all’album, evermore). La mia amica ha declinato perché ‘everwhore ce l’ha nel cuore, scusa’. Janet mi diceva che segue Taylor Swift dal 2009, ed è una veterana proprio come me: questo è il suo secondo Eras Tour, perché l’ha già vista a Londra. Io le rispondo che per me, invece, è la prima volta ad un suo concerto. Le dico che porto con me un’emotività strana e ingombrante, perché sono letteralmente cresciuto con quest’artista qui: l’ascolto da quando portavo l’apparecchio ai denti, ha accompagnato ogni step della mia crescita, il suo racconto di formazione è andato di pari passo con il mio. Non riesco a capacitarmi che quel volto, quella voce, e quelle parole che conosco così bene da diciassette anni, tra un paio di ore usciranno dallo schermo.
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Difatti quando Taylor Swift compare sul palco, a quattro file di distanza da me, c’è un attimo di grande dissociazione: non è un ologramma ma una persona in carne, ossa e body di Versace. Il qui e ora durante un concerto di Taylor Swift è fugace e inafferrabile: lei non si ferma un secondo, quello che provi non fai in tempo a metabolizzarlo perché non ti dà un secondo di tregua per tre ore di fila.
In this moment now capture it, remember it canta durante Fearless, consapevole a quindici anni come a trentaquattro che ogni momento lo stai già perdendo mentre lo vivi. Un mio caro amico mi dice che per tutto il tempo ha pensato alla frase di marjorie, ‘should’ve kept every grocery store receipt, cause every scrap of you would be taken from me”, chiedendosi: quali saranno i miei ‘scontrini del supermercato’? A chi andranno? Cosa resterà di me? Sarà per questo che durante l’Eras Tour la memoria gioca un ruolo importante: l’intero concerto è costruito sul ricordo, sulle ‘ere’ che hai vissuto e dove non puoi ritornare se non fosse per lei che ha fermato il tempo e ti permette di tornare a visitarle: ‘Are you ready to come back in high school?’ ci chiede appena parte il banjo di You Belong With Me. Né io né lei, né molte persone intorno a me hanno più quindici anni, e questo è proprio il punto: non ci torneremo mai più nel passato, ci stiamo solo ballando sopra.
Lo switch tra la vecchia e la nuova Taylor è destabilizzante perché lei si tuffa (letteralmente) da un’epoca all’altra: un secondo prima siamo nel 2012 a cantare All Too Well (ovviamente 10 minutes version) con le finte foglie autunnali sparate in aria. Quello dopo arriviamo nel 2020 dentro una baita nella foresta, lei indossa questo vestito rosso da fata della Bella Addormentata e qualcuno tra il pubblico le urla: ‘OFELIA!’. Sfiliamo sulla chitarra elettrica di Style proprio come fosse il 2014, e all’improvviso torniamo nel 2024 presso il dipartimento dei poeti torturati.
La mia amica everwhore notava che c’è qualcosa di allucinante nello sguardo di Taylor Swift: sopra questo ottovolante di costumi, fuochi d’artificio, confetti, luci, paillettes, sbrilluccihini e ballerini, quando lei ti guarda sembra stia dialogando nello specifico con te. Si gira all’improvviso e in mezzo a sessantacinque mila persone sembra dirti: ‘Questa la cosa la volevo dire proprio a te. Sono qui per te. Ti riconosco’. Tranquilli, è una messa in scena, lo sappiamo sia noi che lei. Ma è in quel riconoscimento che risiede il cuore dell’Eras Tour: è un evento di conciliazione e condivisione dove ogni dettaglio è studiato a tavolino per cogliere collettivamente le citazioni, i rituali e le tradizioni coltivate negli anni tra il pubblico e lei. Una valvola emotiva che esplode solo se conosci davvero cosa stai guardando, e lei è determinata a farti vivere tutto questo, a darti tutto quello che ti sei immaginato senza lasciare nulla al caso. Forse questa è l’unica vera crepa che noto: è troppo perfetto, non sbava mai fuori dai bordi, e a tratti vorresti vederla buttare via il copione. I momenti più belli forse sono proprio gli imprevisti: il vestito che si incastra nella capanna di folklore, le canzoni a sorpresa durante il set acustico e lei che si interrompe perché ha ingoiato accidentalmente un moscerino, il pubblico che le canta sopra ‘Sei bellissima’ e lei così sconvolta che non riesce ad andare avanti. Questa domenica 14 per un attimo ha smesso di funzionarle il pianoforte, e in quei secondi non c’è più la popstar, ma una tonta millennial che sembra assomigliarci. Da veterana vorrei vedere Taylor Swift scomporsi sempre di più sul palco. Come nelle sue canzoni, accompagnate da quella spigolosa vulnerabilità che ci tiene ancorate a lei, dopo tutti questi anni. Ma qui Taylor si impegna a darci il sogno, e trionfa lo stesso.
full the 1 x Wonderland mashup, milan n1! 🫶 pic.twitter.com/0S34ElZ31n
— kaia (@kaiamal13) July 14, 2024
‼️| Taylor Swift fixing the piano & performing Getaway Car in Milan tonight! #MilanTStheErasTour pic.twitter.com/7JQFcVPYk2
— The Eras Tour (@TSTheErasTour) July 14, 2024
Se non la seguite, se non vi interessa, o la conoscete solo grazie ai bugiardini che vi ‘spiegano Taylor Swift in cinque punti’, e pensate di capirla guardandola per la prima volta dal vivo, mi dispiace per voi: non funzionerà nemmeno stavolta. È il concerto dell’anno di cui parlano tutti e a cui tutti vogliono andare anche solo per avere un’opinione, ma è costruito ad hoc solo e specificatamente per chi di quell’universo ne fa già parte. Molti miei amici l’hanno trovato terapeutico, e sono d’accordo perché è vero: è una bellissima illusione in grado di buttare fuori tutta quell’emotività ingombrante che stai cercando di contenere. Una bugia bianca che non fa male a nessuno, a parte ai cinici. È la più grande popstar del secolo, ma fa qualcosa di anormalmente ‘anti-pop’: parla solo a chi la conosce davvero.
Quella tra Taylor Swift e i suoi fan è la più grande storia d’amore che ha mai scritto. Se non la capite, non è colpa vostra: semplicemente non ne fate parte.
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