Quando negli Stati Uniti le persone gay e lesbiche non potevano ancora servire nell’esercito e nessuno stato aveva ancora legalizzato il matrimonio egualitario, la Human Rights Campaingn decise di provare a scuotere le coscienze dei consumatori creando per la prima volta un sistema di valutazione dei luoghi di lavoro a partire dalle loro politiche di inclusività.
Al suo stato embrionale, il Corporate Equality Index si focalizzava sulla prevenzione delle discriminazioni sul posto di lavoro verso la comunità LGBTQIA+, per poi estendere il proprio raggio d’azione anche su altre tematiche rilevanti per il tessuto sociale americano, tra cui le disuguaglianze razziali e di genere. Al tempo, solo 13 aziende ottennero un punteggio perfetto, un numero che in tempi recenti è salito esponenzialmente arrivando, nel 2023, a 545 aziende aderenti – nonostante i requisiti siano diventati man mano più stringenti per riflettere le evoluzioni dei movimenti per i diritti civili.
In pochi decenni, l’Index ha rappresentato un notevole progresso per milioni di persone LGBTQIA+, contribuendo a migliorare le loro condizioni lavorative e aumentando la consapevolezza dei consumatori sui diritti umani. Uno slancio che ha spinto molte aziende a introdurre nuove politiche inclusive, estendere i benefit e includere nelle coperture sanitarie anche le esigenze della comunità LGBTQIA+.
Tuttavia, il fragile commitment di alcune di quelle aziende è a oggi rischio, a causa delle crescenti pressioni di gruppi ultraconservatori, che minacciano con boicottaggi e campagne diffamatorie coloro che sostengono – o meglio, capitalizzano sull’inclusività.
Tutto è iniziato con un caso sollevato dal Wisconsin Institute for Law & Liberty, studio legale conservatore senza scopo di lucro con sede a Milwaukee, all’inizio di quest’anno, la cui contestazione ha messo nel mirino i programmi di Diversità, Equità e Inclusione (DEI), sostenendo che favorissero alcune etnie e identità a discapito di altre. Da qui, le prime chiamate ai boicottaggi.
Situazione che ha portato a una raffica di azioni legali contro i datori di lavoro, con accuse che mirano direttamente alle pratiche di assunzione, ai gruppi di advocacy per i dipendenti e ai programmi di mentoring, accusati di violare il principio di equità. Il caso ha avuto un’eco ancora più ampia quando la Corte Suprema ha emesso la sua sentenza nel caso Students for Fair Admissions vs. Harvard convalidando la tesi avanzata dal Wisconsin Institute for Law & Liberty, e spingendo molte aziende americane a rivedere i propri programmi DEI.
Mettendo sulla bilancia il valore dei diritti umani e civili e le possibili perdite economiche che potrebbero derivare dal promuoverlo, alcune aziende hanno quindi semplicemente deciso di non partecipare più al Corporate Equality Index.
Ford, tramite il CEO Jim Farley, ha comunicato ai dipendenti la decisione di non partecipare più a sondaggi esterni sulla cultura aziendale, giustificando questa scelta con il vasto spettro di convinzioni religiose presenti tra dipendenti e clienti, oltre al mutato contesto legale. Farley ha inoltre chiarito che l’azienda non utilizza quote di assunzione né collega la retribuzione agli obiettivi di diversità.
Harley-Davidson ha adottato una linea simile, dichiarando che la decisione di uscire dall’indice dipende dal fatto che l’azienda non applica quote di assunzione o obiettivi di spesa legati alla diversità dei fornitori. Inoltre, ha ribadito che i gruppi di risorse per i dipendenti si concentreranno solo su sviluppo professionale, networking e mentoring.
Lowe’s, dal canto suo, ha ritirato i propri finanziamenti agli eventi Pride e ad altre iniziative per la valorizzazione della diversità. Analogamente, Brown-Forman, il produttore di Jack Daniel’s, e Molson Coors, azienda produttrice di birra, hanno scelto di “ridimensionare di molto i loro programmi di diversità, equità e inclusione“.
La Human Rights Campaign ha già reagito sottraendo 25 punti dal punteggio di ciascuna azienda che si è ritirata pubblicamente, dichiarando che continuerà comunque a valutare tutte le aziende Fortune 500 – le 500 maggiori aziende statunitensi in base al loro fatturato – indipendentemente dalla loro partecipazione.
