La componente tunisina della Flotilla per Gaza divisa sulla presenza di attivisti LGBTQI+: cosa aveva detto Ayadi a Gay.it

In prima linea c’è Saif Ayadi - che a Gay.it aveva denunciato repressione e violenze in Tunisia - ora bersaglio della controffensiva anti-LGBTI+.

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Flotilla LGBT Saif Ayadi
Flotilla verso Gaza: la presenza dell'attivista LGBTI Saif Ayadi ha portato alle dimissioni del coordinatore tunisino.
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Il tema dei diritti LGBTIAQ+ diffonde nervosismo nella componente tunisina della Flottiglia che sta navigando verso Gaza per aprire un corridoio umanitario verso il popolo palestinese, ridotto allo stremo dallo sterminio portato avanti da Israele.

La Flottiglia Maghrebina detta “Résilience”, diretta a Gaza per contribuire a rompere il blocco e consegnare aiuti umanitari, è diventata terreno di scontro interno. A Bizerte, seconda tappa tunisina, il coordinatore Khaled Boujemâa ha annunciato le dimissioni protestando per la presenza di attivistə LGBTQIA+, tra cui Saif Ayadi, “attivista queer” a bordo della prima imbarcazione partita da Sidi Bou Saïd, che qualche settimana fa avevamo intervistato per Gay.it a proposito della crescente repressione anti-LGBTI+ del regime di Kaïs Saïed che di recente aveva compiuto 84 arresti di persone LGBTIAQ+ e loro sostenitori.

A quanto racconta Le Courrier de l’Atlas, nel dibattito interno tunisnino che ha portato alle dimissioni del coordinatore si è inserita anche Mariem Meftah (figura impegnata nell’organizzazione di viaggi) che avrebbe definito la militanza queer a bordo della Flotilla una “linea rossa” che “tocca i valori della società”. Sarebbe intervenuto anche il popolare conduttore TV tunisino Samir Elwafi, secondo cui la causa palestinese “non può essere separata dalla sua dimensione spirituale e religiosa”, criticando l’inclusione di attivismo LGBTQIA+ nella missione.Le polemiche non hanno però fermato la partenza: la Tunisia ha garantito attracchi in più porti, sicurezza e rifornimenti; una ventina di imbarcazioni provenienti dalla Spagna, insieme a unità tunisine e mediterranee, hanno lasciato Bizerte proseguendo la rotta verso la Striscia.

Chi è Saif Ayadi e cosa ci aveva raccontato

 

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Nella nostra intervista recente, Ayadi – attivista queer tunisino – aveva descritto un contesto di repressione sistemica in Tunisia: uso dell’art. 230 del Codice penale, arresti per relazioni tra persone dello stesso sesso, perquisizioni e persino esami anali forzati. Un clima che produce paura sociale, auto-censura e isolamento.

Per Ayadi, la presenza queer nella Flotilla non “sposta il focus”, ma inserisce gli aiuti a Gaza in una cornice più ampia di diritti umani e giustizia sociale: “sopravvivere è già resistere” – ci spiegava – e la visibilità non è un orpello identitario, bensì una protezione collettiva contro abusi e stigmi.

La visibilità queer non divide: salva vite, allarga alleanze e rende credibili le parole “diritti per tuttə”

In navigazione verso Gaza, Saif racconta sui social l’impresa senza precedenti della Flottilla. Scrive poche ora fa su Instagram:

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Il quinto giorno a bordo della nave “Yasser Al-Grady”, sto partecipando alla flotta di resistenza marocchina e internazionale per rompere l’assedio su Gaza. Abbiamo girato la nostra barca verso Gaza. Prendi in mano il tuo potere e fa’ sentire la tua voce. No allo stallo (indifferenza ndt). Alzate la voce. Rompiamo l’assedio di morte sul nostro popolo palestinese a Gaza.

Solidarietà che unisce e divide

La Flotilla nasce per aiutare Gaza, ma le sue navi imbarcano anche un conflitto simbolico: per una parte dei partecipanti l’inclusione queer è coerente con l’obiettivo umanitario; per altri rischia di alienare segmenti conservatori di opinione pubblica. È la faglia che attraversa molte mobilitazioni globali: si può chiedere libertà per un popolo e negarla a una minoranza? L’Italia di Meloni, intanto, scivola dalla parte sbagliata della storia, con la sua negazione al riconoscimento simbolico della Palestina, già attuato da più di 150 stati.

Il merito della spedizione Flotilla – aprire un corridoio umanitario – resta centrale. Ma proprio perché centrale, non può essere selettivo: se i diritti sono universali, la loro difesa non si contrae e non si espande a seconda del porto in cui si attracca. La polemica sui diritti LGBTIAQ+ negati dai palestinesi (qui la nostra intervista a un attivista queer che vive a Gaza) è soltanto una forma di propaganda pink-washing di una Israele che non esiste più, devastata dal governo fascista di Netanyahu.

Le dimissioni del coordinatore tunisimo Boujemâa e gli attacchi contro Ayadi raccontano una tensione reale nelle società nordafricane: tra consenso religioso-nazionale e rivendicazione di pluralismo. La Flotilla prosegue la rotta; alle sue spalle, però, lascia una domanda chiave per chi costruisce alleanze: l’umanitario senza diritti è davvero neutrale? È una domanda che rimbomba oggi sulle navi della Flottilla e che rimbomberanno domani quando i Palestinesi saranno chiamati a formare il loro Stato.
Ma oggi di una cosa siamo sicuri: ogni gesto per aiutare i Palestinesi e ogni gesto politico per fermare lo sterminio di quel che resta di Israele è necessario e doveroso.
Aggiornamento 24 settembre 2025: Rainbow washing e bombe sulla Flotilla diretta a Gaza: Israele distruggerà le imbarcazioni cariche di aiuti?

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