Melissa Panarello esordisce nel 2003 con il romanzo cult Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire. Un successo incredibile, immediato: sebbene la critica lo stronchi e i benpensanti si indignino, il romanzo viene distribuito in oltre quaranta paesi e vende complessivamente due milioni di copie. È la storia di un auto-formazione erotica. Melissa, la protagonista, ha quindici anni e riempie il suo vuoto d’amore, e scopre sé stessa, offrendosi agli altri, facendo di sé un oggetto e un soggetto erotico. Dal romanzo, Luca Guadagnino trae un film – Melissa P. – interpretato dall’attrice spagnola María Valverde. Ora, Panarello torna a quel momento, ai suoi esordi, a quel film, e immagina la vita alternativa dell’attrice che ha prestato il volto alla sua storia. La chiama Clara T.: è la protagonista del suo ultimo romanzo, Storia dei miei soldi, candidato al Premio Strega (quello vinto poi da Donatella Di Pietrantonio), la biografia economica di una giovane donna che ha guadagnato tanto, e poi perso tutto. Una storia di donne e rispecchiamenti: da un lato c’è Clara, l’attrice, colei che si confessa; dall’altro lato c’è Melissa, la scrittrice, colei che raccoglie le confessioni, che ricostruisce le memorie. In controluce, il resoconto di molteplici fallimenti, compreso quello della letteratura: non abbiamo l’immaginazione per costruire storie che legano le donne al denaro. Eppure, è negli estratti conto «che trovi le storie della gente. È così che conosci le persone. Da cosa scappano, da cosa si sono fatte sedurre, se vuoi conoscere il passato e il futuro è lì che devi guardare, lascia perdere le stelle, le carte, le linee della mano».
Abbiamo intervistato Melissa Panarello.
Cosa dicono i soldi di noi?
Ho sempre creduto fossero silenti, perché sono considerati oggetti freddi, lontani da noi, dai sentimenti. Invece hanno un potere, raccontano le storie di chi li ha posseduti. Raccontano con chi siamo stati, dove siamo stati e in che tempo siamo stati. Guardare gli estratti conto ci mostra un’esistenza che forse abbiamo dimenticato. Sono una mappa, seguire il denaro è come seguire una persona su una cartina spazio-temporale.
Nel romanzo il denaro è la lente per indagare le esistenze di due donne: come si interseca il tema di genere a quello economico?
Senza la questione di genere non ci sarebbe il dramma. I soldi sono sempre stati pensati maneggiati dagli uomini. Fatti e maneggiati dagli uomini. Maneggiati per essere spesi, si intende. Quando sono in mano alle donne, sono soldi destinati al risparmio. Gli uomini guadagnano, le donne conservano, ma non producono niente. I soldi permettono di fare: è una cosa che alle donne non vogliamo concedere. Se avessero più soldi, sarebbero più libere.
Lo hai detto poco fa: Clara T. fallisce, perde tutto. Cosa rimane di lei? Cosa rimane di noi quando non possediamo più niente?
In quel momento credo che si possa diventare molto puri. Quando Clara perde tutto, trova paradossalmente la pace, abbandona l’irrequietezza legata ai soldi. Se non li hai, appunto, non li puoi più perdere.
È successo anche a te?
Sì, ho maneggiato tanti soldi, poi non ne ho più avuti.
E come ti sei sentita?
Svuotata e instabile, mi sembrava di camminare su un terreno già crollato. Al contempo, però, l’irrequietudine, la paura di perdere i soldi, sono svanite. Io sono più serena quando non ho soldi. Hanno la stessa forma del desiderio.
Cioè?
Ha senso solo se rimane irrealizzato. Se si realizza non è più un desiderio. I soldi quando li hai non ti accorgi di averli, quando invece non li hai fai di tutto per guadagnarli.
Scrivere la storia di Clara T, la storia dei suoi soldi, ti ha permesso di fare i conti con il tuo passato, con la storia dei tuoi stessi soldi?
Mi ha permesso di fare i conti con il mio fallimento. Ho avuto un enorme successo, che poi è crollato. Il fallimento è il vero tabù, soprattutto in questa società che non ci vuole vedere cadere. Mi sono guardata molto indietro e mi sono anche molto arrabbiata.
Perché?
Perché ho compreso quante scelte economiche sbagliate ho fatto, di quanta gente sbagliata mi sono fidata.
È la rabbia il motore del tuo scrivere?
Sì, insieme alla solitudine e alla noia.
Nel 2003 hai debuttando scrivendo un romanzo sulla vita erotica di un’adolescente, oggi torni a quel passato e racconti la relazione di una giovane donna con i suoi soldi. Il discorso intorno al sesso negli anni è stato sdoganato, i soldi invece sono ancora ammantati di vergogna. Perché?
Perché associamo in prima battuta la povertà all’infelicità. Non vogliamo mostrarci infelici, falliti, vulnerabili. La povertà ci smaschera, ci mette più a nudo della nudità, rivela tutte le nostre ombre. I soldi sono come la cronologia di Google: ci guardi dentro, e scopri tutto. Come fa a non metterti in imbarazzo? È il tabù dei tabù.
Quando hai guadagnato molto hai provato vergogna?
No, almeno non a livello conscio. Ero portata a perderli in modo molto sciocco, quindi forse inconsciamente volevo lasciarli andare. Non mi sono, però, vergognata di averli avuti. Credo la vergogna di avere i soldi riguardi più chi nasce ricco.
Posso chiederti se oggi c’è qualcosa che ti fa vergognare?
No.
(Ridiamo, ndr)
Non posso chiedertelo?
Puoi chiedermelo, ma non c’è qualcosa che mi fa vergognare così tanto. Però, se posso, vorrei chiarire un equivoco.
Puoi.
Io sono molto riservata dal punto di vista erotico-sessuale. Parlo di sesso, scrivo di sesso, ho posato nuda e mostrato il mio corpo. Ma il sesso, il mio sesso, mi crea un po’ imbarazzo. Non mi bacio neanche in pubblico. Non farei mai un video mentre scopo.
Torniamo al denaro: i soldi hanno sempre un valore anche simbolico, dalla tarologia alla psicanalisi, passando per l’interpretazione dei sogni. Nel romanzo, c’è un momento in cui i soldi non sono più solo materia, ma assumono valore metaforico?
La materia è già una metafora in sé. È multiforme, è metafora di nutrimento, di cibo. I soldi sono archetipici, simbolici di natura. Puoi declinarli in ogni modo, possono essere utilizzati in qualsiasi situazione. Anche per riconoscere la vita emotiva, per descrivere i sentimenti.
Storia dei miei soldi è anche un romanzo sulle madri, tre madri diversissime: Melissa, Clara e la madre di Clara. Cos’è una madre per te?
È qualcuno con cui si ha un legame che prescinde dallo spazio e dal tempo, dall’amore e dalla cura. Una madre non è necessariamente chi si prende cura di te, e non dobbiamo per forza amarla. Però è sempre una figura anche lei archetipica, così monolitica nella nostra psiche da essere imprescindibile, condiziona ogni cosa, ogni relazione. È un legame misteriosissimo, quello con la madre.
La madre di Clara T, a proposito, non è affatto amorevole, anzi è una madre che ricatta, che manipola, una madre bambina, capricciosa e inadatta. Cosa lega sua figlia a lei?
È un legame primitivo, quello tra una madre e suo figlio: stiamo accanto a genitori spregevoli, perdoniamo figli che commettono atrocità. È un legame che parte dal corpo – spesso, almeno – perciò è più potente di ogni cosa. Non può niente il pensiero, non può niente il sentimento. Il corpo ha logiche tutte sue, una memoria tutta sua. E questo può essere bellissimo o catastrofico.
C’è qualcosa di famelico nel modo in cui Clara, invece, è madre. Qualcosa di feroce, di rapace. Cosa rappresenta quel figlio per lei?
Rappresenta quello che rappresentavano i soldi. Serve a riempire la voragine che porta dentro di sé. Quello che manca a Clara è l’amore, dunque non le interessa essere povera, le interessa avere qualcuno, amare suo figlio. Questo crea un legame molto sbilanciato: è tutto addosso a questo povero bambino.
Come vive la maternità Melissa?
In modo molto pieno, ho voglia di crescere bambini felici. Capiterà certamente che non sempre lo saranno, anzi auguro a loro anche un po’ di infelicità. Nel frattempo, mi dedico tanto a loro, senza rinunciare agli aspetti della mia vita. Non voglio sovrastarli con quello che sono, con quello che penso.
Nel romanzo Clara T. dice: «Volevo essere una buona madre, la mancanza di soldi me lo ha impedito». Una madre povera non è una madre buona?
Una madre povera può essere una madre buona. La mancanza di soldi, però, mette in una posizione di stress mentale molto forte. Svegliarsi la mattina e non sapere cosa dare da mangiare ai tuoi figli o non potere acquistare un paio di scarpe nuove ti pone in una condizione di prostrazione. Il rapporto con i tuoi figli viene inquinato da problemi totalizzanti. Pensa a tutti i genitori – padri, soprattutto – che si tolgono la vita perché non hanno più soldi. Senza soldi sei in pericolo.
«Tornavo da lei perché volevo sapere che dalla disperazione non ci si salva»: lo dice Melissa in relazione a Clara. Cosa ci salva dalla disperazione? Niente?
Ci salva l’accettazione di quella disperazione. La salvezza sta nel male. La tristezza e il fallimento sono accidenti, cose che accadono. Ci si affranca pensando che non si tratta di condizioni immanenti. Forse è vero che dalla disperazione non ci si salva del tutto – accade, può riaccadere – ma non è una stella fissa.
