Il penitenziario di Sollicciano geme sotto il peso delle sue stesse mura, un luogo dove la recidiva è un meccanismo alimentato dalle stesse fondamenta. Sovraffollato, insalubre, privo di quelle opportunità che dovrebbero restituire all’individuo una possibilità di reinserimento nel tessuto sociale.
Non sono soltanto i detenuti a denunciarlo, ma è la stessa direttrice, Antonella Tuoni, a confessarlo nella sua relazione di fronte ai consiglieri della commissione politiche sociali di Palazzo Vecchio. E, secondo le sue parole, il DDL Sicurezza – con i suoi nuovi reati ad personam e l’inasprimento delle pene – non farà che gettare ulteriore benzina su un fuoco già fuori controllo.
Eppure, non si può ignorare un’altra dichiarazione che Tuoni ha lasciato cadere come una pietra nello stagno: “A Sollicciano spero che i detenuti transessuali non ritornino”. Un’affermazione che, per quanto espressa in maniera infelice, la direttrice ha subito tentato di chiarire.
Nessun pregiudizio, assicura, ma si tratterebbe di una “tipologia particolarmente complicata di detenuti“, le cui problematiche ed esigenze non possono trovare risposta in un penitenziario già privo di strumenti e spazi adeguati a gestire un target particolare “che in passato ha creato molti problemi“. Per questo motivo, ci si adopererà affinché non faccia più ritorno.
È facile, a prima vista, gridare alla discriminazione. Ma forse è necessario fermarsi un attimo e riflettere su come le identità di genere non conformi vengano—o meglio, non vengano—considerate nel sistema carcerario italiano. E come questa responsabilità ricada talvolta su uno staff già oberato di responsabilità, a fronte di un numero di detenuti che è destinato, inesorabilmente, a crescere.
Un recente rapporto di Antigone del 2023, intitolato “Diritti LGBTQI+ in carcere: la difficile affermazione dell’identità di genere tra norme, pratiche e spazi del penitenziario“, getta luce su una realtà complessa e spesso ignorata.
La condizione dellə detenutə trans in Italia
Le prigioni italiane non sono luoghi accoglienti, men che meno per le persone transgender. La normativa penitenziaria vigente non affronta in modo chiaro le modalità della loro detenzione; i criteri di assegnazione si basano sul sesso biologico riportato nei documenti d’identità, una visione binaria che spesso non corrisponde all’identità di genere vissuta dalla persona. Non esistono linee guida univoche, né piani d’azione coordinati per prevenire abusi, violenze e discriminazioni che si ripetono nel tempo.
Secondo il rapporto di Antigone, al marzo 2023 le persone transgender detenute in Italia erano 72, distribuite in soli sei istituti penitenziari. La maggior parte di esse—69 per l’esattezza—sono collocate in sezioni protette omogenee riservate a persone transgender, spesso all’interno di carceri maschili.
Sezioni nate con l’intento di offrire protezione, che però finiscono spesso per trasformarsi in luoghi di isolamento e marginalizzazione. Il meccanismo della “protezione”, sottolinea il rapporto, può infatti ben presto diventare un paradosso: per evitare i rischi della promiscuità sessuale si creano sezioni che, di fatto, segregano ulteriormente le persone transgender, compromettendo il loro diritto all’accesso alle attività trattamentali e alla socializzazione.
Ma c’è un altro aspetto, forse ancor più drammatico: quello psicologico. Il disagio profondo che queste persone vivono in carcere si manifesta spesso in comportamenti autolesionistici e anticonservativi, un grido d’aiuto per denunciare la negazione del diritto all’autodeterminazione.
Alcuni istituti hanno cercato di aprire spiragli in questo muro di indifferenza. Proprio a Sollicciano, ad esempio, si era tentato un esperimento unico in Italia: un reparto transgender collocato in un padiglione femminile.
Iniziative che però restano isolate e non sufficienti a colmare le lacune di un sistema che tratta le persone transgender come “eccezioni”, come sottolinea il rapporto di Antigone. Una percezione che non porta a condizioni privilegiate, anzi. Significa rischiare forme di pluri-stigmatizzazione ed emarginazione, maggior fatica nell’esercitare i propri diritti, una carcerazione ancor più afflittiva.
Il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute ha più volte espresso la necessità di superare queste pratiche, promuovendo modelli che coniughino la tutela individuale con la partecipazione alle attività comuni, evitando l’isolamento protettivo che diventa punitivo. Anche la magistratura di sorveglianza ha iniziato a pronunciarsi in tal senso, dichiarando l’incompatibilità delle prassi attuali con l’ordinamento penitenziario.
Mentre riflettiamo, tuttavia, luoghi come Sollicciano continuano a mostrare crepe sempre più evidenti non sono solo nei muri, ma nel sistema stesso, dove la mancanza di risorse diventa una scusa per perpetuare l’ingiustizia, e dove le persone più vulnerabili diventano invisibili, se non addirittura indesiderate.
Come sottolinea il rapporto di Antigone, “colmare la lacuna di una formazione specifica verso l’inclusione” è la sfida principale che il sistema penitenziario deve affrontare per ridurre il divario tra l’uguaglianza formale e le condizioni reali di detenzione.
Qual è allora il futuro per queste persone, sospese tra una società che le emargina e un sistema penitenziario che non le riconosce?
