La mia estate 2024 è stata salvata da Sabrina Carpenter.
Il suo ultimo album, Short ’n Sweet, è il genere di musica pop che lei stessa definirebbe ‘stupid but clever’. Un’autoironica ode alle croci e delizie della vita, nello specifico gli uomini: uomini dalle spalle larghe, white jacket, accenti finti e così pretenziosi da credersi il prossimo Leonard Cohen, ma citando sempre la suddetta ‘not the sharpest tool in the shed’ (tradotto: non proprio dei geni). Dichiarano di amare chiunque, ma non conoscono le basi della grammatica (‘this boy doesn’t even know the difference between there, their, and they are’) e per pura coincidenza smettono di risponderti ai messaggi appena rivedono le ex (ma a te diranno che è morto il telefono). Sono talmente imbarazzanti che non vuoi farti vedere in pubblico con loro, e con buone probabilità, ti ritroverai con il trucco colato a fine serata.
Carpenter, di questo, ne è perfettamente consapevole. La sua è la tragedia moderna di una donna eterosessuale: molto più sagace degli uomini che frequenta ma mai abbastanza da mandarli a cagare. Delusa e al contempo infatuata dalle chiappe di Barry Keoghan.
Non è la sola: per la mia amica Elena – 32 anni, ricercatrice di laboratorio – smettere di frequentare ‘uomini ‘basic e completamente in linea con l’educazione patriarcale’ è stata prima di tutto una rimessa in discussione di modelli relazionali poco ‘sani’, che durante i suoi vent’anni, ha spesso assecondato: dall’ex fidanzato che le regalò un cagnolino dichiarandole ‘Spero che un giorno mi guarderai come guardi lei’ (“Non è mai successo” mi tranquillizza lei; non guarderà mai nessuno come guarda il suo carlino Meghan) a quell’altro che faceva scenate ogni volta che non rispondeva ad un messaggio. Se oggi Elena cerca il sostegno di un uomo, parte da quello che sente dentro di sé e non da un modello precostituito che la vorrebbe soltanto “richiedente, carina, pacifica, e sottomessa”. Pur non essendo mai stata con una donna, ammette che con le sue amiche incontra un’accoglienza che non ha mai ritrovato in nessuno dei suo partner: “Si tratta sempre di una relazione d’amore con tutte le fragilità che porta” mi dice “Nell’amicizia tutto è sempre più morbido e graduale. Le fragilità che escono fuori si palesano in modo più delicato, mentre con un partner – almeno per me – saltano fuori in modo più esplosivo”.
Al contrario, per Silvia – autrice, 34 anni – la linea sottile tra amicizia e attrazione non è sempre del tutto chiara: mi parla di questa amica e collega – come lei, fidanzata con un uomo – con cui si manifesta una cura e dolcezza verso l’altra che l’ha portata più volte a chiedersi se fosse qualcosa di più. Ma al momento non sente nessuna urgenza di approfondirlo: “Non ho l’ansia di cucirmi l’eterosessualità sulla pelle, né di cucirlo su quella degli altri” mi racconta “Anche se io e questa ragazza stiamo da dieci anni con un uomo, non escludo che in futuro possa accadere altro. Ora non ho desiderio di approfondire questa sensazione, ma non mi dispiace includerla nella nostra amicizia. Magari non sfocerà in nulla, ma per ora l’accolgo come qualcosa che sento – senza bisogno di definirla o creare un senso di intimità fisica con lei”.
Per Carpenter, al contrario, essere etero sembra una condanna: in Slim Pickins si lamenta perché ‘il Signore ha dimenticato la sua gay awakening (ndr. termine anglofono per intendere ‘il risveglio della propria omosessualità’), costringendola ad aver a che fare con uomini disastrosi. Ma con un’altra donna sarebbe effettivamente più semplice? Ci sarebbe maggiore comprensione e meno limiti con cui scontrarsi? Marta – 31, educatrice, poliamorosa e pansessuale – mi dice che quando frequenta una donna o un soggetto femminilizzato si risparmia mansplaining, regole dell’amor cortese, o noiose diatribe su chi dovrebbe tenere la porta aperta a chi: “Nel migliore dei casi ti permette di riconoscerti di più, e notare quello che sei quando sia tu che l’altra persona non dovete più rispettare un ruolo di genere” mi dice. “Ma questo non significa che sia più semplice, soprattutto se sei sempre stata abituata a rispettare quel modello pre impostato: quando non c’è più, ti senti spaesata”.
Chiedetelo a Noemi– 29 anni, assistente di regia, e queer: la sua prima storia con un’altra ragazza, si è ritrovata ad applicare tutte quelle dinamiche che per una vita ha cercato di evitare con gli uomini: “Non c’era l’uomo possessivo e violento” mi racconta “Ma due donne che invece di rimettere in discussione quel modello, lo stavano riapplicando l’una sull’altra”. Secondo Noemi se non hai mai avuto un’esperienza con un’altra donna, è molto facile pensare che sia la salvezza ai lati oscuri dell’eteronormatività. Molto spesso è una trappola che ci distrae da una riflessione più ampia: siamo pronte a ripensare le relazioni diversamente da come ce l’hanno sempre insegnate?
Oggi sia Marta che Noemi sono fidanzate con degli uomini cis, e alcune persone le hanno definite ‘non abbastanza queer’ per questo (come se ci fosse un test di bisessualità a cui attenersi per verificarne la validità). Ma per entrambe confrontarsi con i propri attuali compagni è sorprendentemente bello: “Non parlo di qualcuno che limita la mia libertà o vuole insegnarmi la vita” mi mette in chiaro Noemi “Parlo di una relazione dove il confronto avviene con una persona che vuole pensare e riflettere attivamente insieme a me, pur non vivendo sulla propria pelle quello che vivo io o pretendere di capirlo meglio. Questo per me è stimolante e mi arricchisce, forse anche più di parlare con un’altra donna tale e quale a me” Anche per Marta è bello parlare con il suo ragazzo non tanto in quanto uomo, ma come persona accogliente, che non giudica a spada tratta i suoi sbagli, ma sa ascoltarla senza sparare sentenze assolute. Tuttavia, quella storia che gli uomini cis non sanno comunicare le proprie emozioni, non è solo un cliché: “Una volta gli ho chiesto quali fossero le sue vulnerabilità e lui mi ha risposto ‘nessuna’” mi racconta “ Io gli sono letteralmente scoppiata a ridere in faccia: nessuna? E chi ti credi di essere? C’è spesso un’incapacità a saper riconoscere o raccontare quello che prova. Un particolare che quando mi relaziono con altre soggettività incontro con meno frequenza”.
Questo ha restaurato la loro fiducia nel genere maschile? Noemi ammette di vivere un po’ dentro una ‘bolla’ dove gli uomini sono ben allineati con le sue battaglie, ma ogni volta che esce fuori le se accappona la pelle. Se quando era più giovane Marta frequentava solo maschi per mostrarsi ‘diversa dalle altre’, oggi il suo attuale partner è l’unico uomo etero cis che frequenta – e con gli altri non ha vissuto esperienze proprio edificanti. Visto il sistema in cui viviamo, per Marta è totalmente legittimo non voler avere nulla a che fare con il genere maschile, ma continuare a considerare i maschi etero ‘degli stupidi che non ce la fanno’ è un disservizio soprattutto a noi stesse: ci abitua a giustificarli per i loro comportamenti di merda (“è normale, sono maschi più di tanto non ce la fanno”) o glorificarli per il bare minimum (“non ha fatto un commento sessista, l’uomo dell’anno”). Più che aspettarsi di incontrare maschi decostruiti dietro l’angolo, basterebbe credere nella presenza di persone decenti (“O anche solo uomini che non ti ricordino ogni volta quanto è snervante parlare con gli uomini” mi dice Marta), caricandosi di una buona dose di pazienza che potrebbe variare a seconda dei casi, esperienze pregresse, o fasi della vita. Ma questo per Marta risulta spesso difficile a prescindere dal genere: “È un periodo dove la fiducia scarseggia un po” mi dice “Sono attratta da ogni genere presente su questo pianeta, ma detto ciò, mi viene un po’ difficile incontrare persone cui condividere tutta una serie di pensieri e necessità, modi di vivere la relazione, e stare al mondo senza telecomandare la natura di quel rapporto”.
Le ragazze che conosco non credono che tutti gli uomini siano terribili, ma più crescono più la loro consapevolezza di cosa vogliono nelle relazioni sta cambiando, viene messa in discussione, e quegli esempi che le propinano sin da piccole non bastano più: “Ci viene fatto credere che certe relazioni siano l’unico modello di riferimento. Ma dovremmo insegnare alle nuove generazioni che non c’è un solo modo di amare al mondo da prendere come dogma, che esistono più modalità sane e rispettose rispetto quelle dei nostri genitori. O semplicemente più in linea con chi siamo” mi dice Elena, specificando che questo percorso di destrutturazione ha dovuto costruirselo da sola, facendo sì che i modelli relazionali fossero “nuovi spunti e non delle pietre monolitiche da cui farci schiacciare”.
Certo, se prima andavi col pilota automatico, capire cosa vuoi significa anche imparare a restare più sole. Una solitudine controbilanciata da un maggiore ascolto personale, che la rende meno spaventosa di prima: “Il codice morale o comportamentale non è più esterno, ma interno” mi dice Silvia, riconoscendo che oggi quella solitudine non solo sa accettarla meglio, ma le permette di riconoscersi di più : “Stavolta sento che non sto tradendo me me stessa”.
