We are in the Mahmood, come titolava la copertina di Paper Magazine? Oppure lui è in noi? Per fare un verso al suo nome, è un mood, prima ancora che un canto: sfida una margherita a m’ama non m’ama, gestisce la vita con un joystick: poche mosse, le braccia intrecciate, i palmi della mano a mitraglia che bastano a muoversi come in un sarcofago d’aria.
Sul palco di Assago Mahmood si ammira solo di fronte. Non una scultura, ma un avatar, questo faraone cresciuto su un tram dal Gratosoglio a Milano, il place to be che, se non arriva, permette almeno il sortilegio di sognare: il Naviglio che diventa un po’ il Nilo, e lui, Bákugo, sui letti degli altri usati come zattere per non cadere nelle rapide.
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Lui la piramide l’ha scalata più delle emozioni: è arrivato al Forum questo figlio di Nefertiti dorado, trafitto da un cielo che dispensa solo stelle cadenti. E canta quello che il Lexotan fa dimenticare: il sole che arde come la sua prima casa a Corvetto davanti a una Gioventù bruciata che cammina a tentoni su una strada di maglie Lacoste e felpe bianche e blu: ricordi-feticcio, usati per orientarsi.
In una sera siamo stati tutti il suo klan, a Milano come a Berlino Est, o tra gli scheletri di un cantiere mediterraneo, dove le good vibes si impastano alla sabbia e al fumo di marjiuana. In quel mare chimico, abbiamo visto un Mahmood che non è più Telemaco, il figlio eterno alla ricerca del padre Uisse: Habibi Ta’alena, vieni qua, gli diceva da piccolo. Ora Ale, faraone-re, corre dentro vicoli scomodi, e trova l’oasi nel suo Cairo, che è un po’ anche la nostra vita: un deserto senza fine.
