Perché c’è bisogno, ora più che mai, di un movimento asessuale? Risponde Alessandro Garzi, attivista di Carrodibuoi – INTERVISTA”

"Spostare il sesso dal centro della relazione significa ridisegnare il concetto stesso di coppia: senza dinamiche gerarchiche e di possesso, tutte le relazioni diventano più libere e non meno valide".

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C’è sempre una certa resistenza a includere una nuova lettera nell’ormai lunghissimo acronimo che rappresenta la nostra comunità. Si è partito con quella “Q”, che avrebbe teoricamente dovuto mettere d’accordo tutti, poi la “I”, per indicare le persone intersessuali, e addirittura un “+”, per chiudere definitivamente la faccenda. Lasciando però spesso ai margini quella “A” in rappresentanza della comunità asessuale, unica nel proprio genere e forse per questo motivo, ancora molto fraintesa. Relegata a un’importanza secondaria in un mondo che celebra il desiderio sessuale come essenza stessa della realizzazione umana.

Da qui, la necessità imprescindibile di realtà come Carrodibuoi, prima associazione italiana nata per promuovere i diritti di chi, secondo definizione, non prova – mai o prevalentemente – attrazione sessuale verso alcun genere. Fondata nel 2016, ha un obiettivo ben preciso: dare voce e visibilità a chi sfida il concetto dominante di sessualità, per raggiungere una comprensione che superi i confini della società a partire stessa comunità LGBTQIA+.

Carrodibuoi è un nome che non lascia indifferenti. Un’ironia tagliente racchiusa nella scelta di quel detto popolare, “tira più un pelo di f*** che un carro di buoi”, che la cultura dominante utilizza per ribadire la centralità della sessualità come forza trainante della vita. Una provocazione contro l’assunto pervasivo che chi non prova attrazione sessuale debba essere incompleto, in attesa di trovare una passione irrinunciabile. Ribaltando questa prospettiva, gli attivisti di Carrodibuoi ci lanciano una sfida con una nuova narrazione.

Negli anni, l’associazione ha conquistato con fatica un posto nei Pride italiani, tessendo alleanze con il Comitato Toscana Pride e altre realtà LGBTQIA+ per  conquistare uno spazio di rappresentanza che, fino a poco tempo prima, sembrava inaccessibile. La visibilità, per Carrodibuoi, è una delle battaglie cruciali per arrivare, un giorno, a non doversi più spiegare, a non trovarsi più davanti a professionisti sanitari che vedono la loro naturale condizione come un qualcosa da risolvere.  

In un confronto aperto con Alessandro Garzi, portavoce dell’associazione, esploriamo cosa significa fare attivismo asessuale in Italia in occasione dell’Ace Week, i piccoli successi strappati con fatica e le battaglie ancora da combattere.

Cosa significa essere asessuale in Italia, nel 2024?

Essere asessuale in Italia significa, innanzitutto, dover ancora spiegare cosa sia l’asessualità. Questo è il primo ostacolo. In un certo senso, è come un percorso a ostacoli: devi “dimostrare” di essere realmente asessuale. È una sorta di “sexual bingo”, come l’ha chiamato Swankivy, una delle prime blogger sull’argomento. Insomma, devi eliminare tutte le ipotesi alternative che altri ti suggeriscono: “Hai avuto un trauma?”, “Forse aspetti solo la persona giusta?” o “Non ti piace il sesso, allora?”. No, per me il sesso è come il tennis. Non ci vedo niente di male, ma se lo trovo in TV cambio canale.

Viviamo in una società ipersessualizzata e improntata eterocisnormatività. E poi siamo in Italia, il paese delle veline, degli scandali sessuali, in dicotomia disperato attaccamento ai valori tradizionali che questo governo esaspera. Insomma, immagino che fare attivismo asessuale qui abbia le sue sfide particolari.

Sì, però vorrei precisare una cosa: non penso che la nostra sia una società ipersessualizzata, almeno non più di quanto non lo fosse negli anni ’90, quando avevo vent’anni. Piuttosto, credo che la società sia “malsessualizzata”, in una concezione distorta di cosa dovrebbe essere il sesso. Si perde la libertà sessuale nel rispetto dell’accezione dominante. E quindi sì, siamo in un contesto in cui l’immagine della “velina” e una certa eteronormatività sono predominanti. Parlare di asessualità, in questo contesto, diventa quasi una provocazione, ed è facile non essere capiti.

Esatto, questo mi porta alla domanda successiva. Per noi allosessuali, purtroppo, è ancora difficile comprendere una vita senza attrazione sessuale. Mi rendo conto che è una richiesta delicata, ma a volte l’attivismo è anche questo: spiegare. Qual è, dunque, la differenza? Considerando che siete nati in una società che mette il sesso al centro, conoscete bene la nostra prospettiva. Ora vorremmo conoscere la vostra.

Sì, capisco. La cosa interessante è che non c’è un unico modo di essere asessuali, proprio come non esiste un solo modo di vivere la sessualità. Ci sono persone asessuali che hanno comunque una vita sessuale – sembra un controsenso, ma succede. Non sentono attrazione, però scelgono comunque di avere rapporti. Altre, invece, non hanno alcun interesse per il sesso, neanche per la masturbazione, perché non provano nulla di tutto questo. È però importante togliere di mezzo l’idea della “sex negativity”, cioè di una negatività legata al sesso per motivi culturali o religiosi. Per noi non si tratta di rifiuto del sesso perché “sporco” o “sbagliato”; semplicemente, non sentiamo quella spinta.

Dopo anni di attivismo, per me è quasi automatico: non mi fermo più a pensarci. Forse all’inizio c’era un po’ di disorientamento, specialmente da giovane, quando tutti iniziano a parlare di “quello è stato con quella” o “lei ha fatto questo con lui”. C’è quasi un senso di aspettativa sociale. Per me, anche se poteva essere un’esperienza piacevole, non era mai un “fine ultimo”, non so se mi spiego. Non c’era quel valore che altri ci attribuiscono.

Quindi, è possibile che una persona asessuale trovi piacere nell’atto sessuale?

Certo, è una cosa puramente meccanica.

Chiaro. Però, non provi attrazione per la persona con cui stai avendo questo rapporto, giusto?

Non provo attrazione per l’attività in sé. È come fare una cosa che, sì, può anche essere piacevole, ma senza quella spinta. Quando vedo le altre persone che dicono “devo trovare qualcuno a tutti i costi“, mi chiedo: “ma ti piace davvero questa persona?“. Per alcuni, i criteri per apprezzare qualcuno sono completamente diversi. La mia generazione, in particolare, ha dovuto affrontare queste contraddizioni.

A questo proposito, apro una parentesi: stiamo portando avanti una serie di incontri con persone asessuali sopra i 40 anni. I media, di solito, quando parlano di asessualità, si concentrano su giovani sotto i 30 anni o su persone trans non binarie, dove c’è un’incidenza molto alta di persone asessuali. Ma è importante dare voce anche a chi ha scoperto la propria asessualità in età più avanzata, magari dopo aver avuto una famiglia o costruito una vita seguendo i modelli degli altri. A molti di noi è capitato di fare cose solo perché tutti lo facevano, senza mai immaginare che l’asessualità fosse un’opzione. Io stesso ne sono venuto a conoscenza solo dopo i 30 anni. Anche parlare con professionisti era complicato: venivi indirizzato da uno psicologo solo perché, magari, non ti interessavano le ragazze o perché costruivi rapporti d’amicizia senza un interesse sessuale.

Quindi l’unico modo per superare queste barriere è parlarne, parlarne, parlarne.

Sì, assolutamente, bisogna parlarne e continuare a parlarne. Per questo abbiamo fondato l’associazione nel 2016. Il nome, Carrodibuoi, è ispirato a un detto un po’ crudo, che però rappresenta bene l’idea: non tutto deve necessariamente “tirare più di un carro di buoi”. Insomma, c’è anche un altro modo di vedere il sesso.

Conosco il detto a cui ti riferisci, e in effetti è una scelta un po’ provocatoria per un’associazione di attivismo asessuale ispirarsi al detto “tira più un pelo di figa che un carro di buoi”.

Mi piacciono questo tipo di provocazioni, sono stimolanti. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo organizzato una serie di incontri con la parte maschile della comunità asessuale, che è decisamente minoritaria. Tra gli uomini asessuali, usiamo una definizione particolare: li chiamiamo “maschi non praticanti”, dove “non praticante” si riferisce al rifiuto del ruolo di “maschio” imposto socialmente, non alla loro identità di uomini.

Probabilmente c’è anche una forte influenza della mascolinità tossica dietro la difficoltà di alcuni uomini a identificarsi come asessuali. Come se, per chi non capisce, fosse quasi un’ammissione di debolezza.

Assolutamente. Se non hai una certa formazione o una consapevolezza politica, non è facile dire “sono amico di una donna”, specialmente da giovane. A vent’anni, per esempio, sembra che il rapporto con una donna possa essere solo “finalizzato” a una relazione o al sesso, senza altre alternative.

Io ho avuto un’amicizia molto stretta con una donna per quasi trent’anni, una ragazza che conoscevo dai tempi delle superiori. Siamo stati amici intimi per tutto questo tempo, abbiamo fatto ognuno la propria vita, siamo persino andati in vacanza insieme, e non c’è mai stato un pensiero “altro” dietro. Ci capivamo e stavamo bene insieme, eppure per molti il legame tra un uomo e una donna non può essere interpretato come puro affetto o amicizia. Anche oggi, se mi trovassi bene con una donna, molti vedrebbero questo come un “segnale” per fare altro. È una narrativa sociale che complica tutto: qualsiasi avvicinamento viene frainteso o percepito come un tentativo di conquista, mentre non è affatto così.

Certo, e questo mi porta alla domanda successiva. Ammetto che ci sia un po’ di confusione su quali siano le principali rivendicazioni della comunità asessuale. Quali sono i vostri punti fermi, su cui si basa il vostro attivismo?

La prima cosa che chiediamo è di non essere medicalizzati, ossia di non essere visti come “pazienti” che devono per forza trovare una cura. Molto spesso, la prima cosa che succede quando una persona asessuale entra in uno studio medico o psicologico è che si cerca di interpretare la sua asessualità come un problema da risolvere.

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Persino nel DDL Zan, se fosse passato, la nostra identità non sarebbe stata riconosciuta appieno. Noi come Carrodibuoi abbiamo sostenuto il DDL Zan perché era comunque un passo avanti, meglio qualcosa per qualcuno che niente per tutti, ma c’erano dei grossissimi limiti. Nel testo si parlava di orientamento sessuale come di “attrazione per uno dei sessi, o entrambi”. Apparte che è ridicolo parlare di sesso e non di genere, ma poi bastava aggiungere “o nessuno dei due” per includere anche noi. Non chiediamo molto: solo che l’asessualità venga considerata un orientamento, proprio come gli altri. Anche tra gli psicologi ci sono ancora quelli che ti dicono che “prima o poi ti passerà”, come se fosse una fase.

So che il DSM ha già riconosciuto l’asessualità come un orientamento sessuale e non più come un disturbo. È corretto?

In realtà snì. Nel 2013, con l’introduzione del DSM-5, si è stabilito che il disturbo sessuale non si applica alle persone che si dichiarano asessuali. Tuttavia, l’asessualità è ancora trattata con diffidenza. Personalmente, anche durante un mio percorso di analisi, il terapeuta ha cercato di smontare la mia identità asessuale. Ricordo che gli dissi: “Dottore, parlo di asessualità in pubblico da anni, sono abbastanza sicuro di ciò che provo”. Eppure, continua a esserci la percezione che l’asessualità sia “una fase”.

Questo è uno dei nostri obiettivi principali: non essere più invisibilizzati. Anche il DDL Zan, per esempio, avrebbe trascurato l’asessualità, trattandola come una “non-identità”. Una legge fondamentale contro le discriminazioni non avrebbe protetto le persone asessuali, anzi, avrebbe negato che l’asessualità fosse un orientamento sessuale a tutti gli effetti. C’è chi ancora sostiene di poter “curare” una persona asessuale. Se parliamo di una persona omosessuale, almeno oggi qualcuno si mobiliterebbe per denunciare; ma se si tratta di una persona asessuale, non esiste ancora quella consapevolezza.

È una discriminazione sistemica.

Più che altro, è un non essere presi sul serio. Essendo una discriminazione meno visibile, senza drammi come dover portare “il fidanzato a casa” o percorsi di transizione, si pensa che non sia un problema reale. Invece, può esserlo eccome. Molte persone asessuali sono single, ma non tutte lo sono per scelta. Non è sempre facile trovare qualcuno con cui costruire un rapporto. Essere single, inoltre, è una condizione spesso svantaggiata: in una coppia, se manca uno stipendio, si può ancora sopravvivere. Ma se sei solo, sei a maggior rischio di povertà.

Infine, c’è il bisogno di normalizzare il concetto di amicizia e relazioni che non siano per forza di coppia. Si tratta di superare lo schema della “mononormatività”, quella scala di valore che mette al primo posto il partner e poi, solo dopo, le amicizie. Chi ha deciso che le amicizie valgono di meno? Perché non possiamo avere rapporti di amicizia che contano tanto quanto una relazione di coppia?

Questo discorso mi fa pensare al concetto di “famiglia queer” di Michela Murgia. Mi sembra un’idea che potrebbe risuonare molto anche nella comunità asessuale, no?

Sì, esatto. Se togliamo la centralità del sesso in una relazione – e non vuol dire necessariamente smettere di praticarlo, ma semplicemente non considerarlo l’elemento che definisce se si è “una coppia” o “solo amici” – allora si ridisegna il concetto stesso di coppia. Senza questa centralità, scompaiono anche idee come il “tradimento” o altre dinamiche che ruotano attorno alla sessualità. Questo permette di creare relazioni più libere, che non sono viste come “inferiori” solo perché non sono basate sul sesso.

Certo, è un concetto che spaventa, soprattutto in Italia e in un momento storico come questo.

Sì, infatti se ne parla pochissimo. Oggi mi hanno fatto seguire un corso sull’inclusività in azienda e le differenze di genere, ed era impostato su una visione familiare stile Mulino Bianco. Si dava per scontato che fosse sempre la madre ad andare a prendere i figli all’asilo e che ci fossero una madre e un padre. Ma chi ha detto che sia questa la norma?

Esatto, questo si collega anche alla recente approvazione del DDL Varchi. È stata percepito prevalentemente come un attacco alle coppie gay, ma in realtà potrebbe essere rilevante anche per la comunità asessuale. La GPA, infatti, potrebbe permettere di costruire una famiglia senza dover ricorrere, specialmente per le persone sex-repulsed, a qualcosa che non desiderano fare.

In teoria, sì, anche se nella comunità asessuale il desiderio di avere figli non è così diffuso. Diciamo che è una comunità tendenzialmente più “solitaria”, anche se, forse, è diventata così perché la società ci ha portato a isolarci. Però sì, teoricamente la GPA potrebbe essere una risorsa per chi desidera una famiglia senza dover passare per la sessualità.

Sull’argomento ho però letto da qualche parte, non mi ricordo dove, una riflessione interessante: il governo sembra voler “coccolare” un tipo preciso di italiano, quello della famiglia tradizionale, etero, cattolico, che vota per loro, ha determinati valori e magari guarda con diffidenza l’immigrazione. Tutti gli altri, inclusi i “nuovi italiani” o le persone di seconda generazione, vengono trattati come cittadini di serie B, come fossero cittadini complementari.

Per esempio, hanno ridotto le detrazioni fiscali per le persone single e le coppie senza figli, mentre le detrazioni per le coppie con figli sono rimaste invariate. Questo è un segnale chiaro: si privilegiano solo certe categorie. È una strategia mirata a soddisfare un certo tipo di elettorato, quello che non protesta, che non scende in piazza. È lo stesso metodo adottato da leader come Putin o Orban: mantenere il sostegno di un segmento della società, trattandolo come la “maggioranza” e ignorando o reprimendo il resto. È un modo per dire al “gregge” che i manifestanti per il clima, o quelli che lottano per i diritti, farebbero meglio ad andare a zappare la terra.

Alcuni asessuali hanno dichiarato di sentirsi esclusi dalla comunità LGBTQIA+.

Sì, questo è un tema che torna spesso. Parlando per Carrodibuoi, posso dire che non abbiamo mai sperimentato veri episodi di esclusione. Facciamo parte del Comitato Toscana Pride da circa otto o nove anni, insieme alle altre associazioni, e abbiamo sempre avuto un buon rapporto con i circoli e le altre realtà, siano essi Arcigay o altre associazioni. Non ho mai trovato un muro.

Tuttavia, è innegabile che la nostra visibilità sia limitata, un po’ per motivi storici e un po’ per una questione numerica: siamo ancora pochi, e l’asessualità è difficile da spiegare. So che, in alcuni circoli, è stato più complicato trovare spazio, specialmente all’inizio, anche se questo problema si presenta sempre meno.

Va però detto che non tutti gli asessuali desiderano far parte della comunità LGBTQIA+. Alcuni, specie quelli etero-romantici o con posizioni più conservatrici, preferiscono non partecipare a Pride o a eventi di rappresentanza. Questo crea una divisione interna, anche se è una minoranza. All’estero, il dibattito è molto simile. L’attivista britannica Yasmin Benoit, ad esempio, ha parlato recentemente su Attitude delle difficoltà che ha incontrato nel contesto LGBTQIA+ britannico.

È vero, la comunità LGBTQIA+ sembra oggi più divisa che mai, proprio quando l’unità sarebbe più necessaria.

Sì, perché nel tempo sono emerse molti capetti con le loro visioni personali, e i social amplificano questo fenomeno. Ognuno diventa portavoce della propria esperienza o battaglia, creando una sorta di fazione. Questo spesso porta a frammentare la comunità anziché unirla.

Grazie per la pazienza, Alessandro. Ultimissima domanda, poi ti lascio andare: per molti di noi il Pride è un’istituzione, un momento irrinunciabile. Volevo chiederti cosa rappresenta secondo teil Pride per la comunità asessuale.

Un traguardo. La prima volta che siamo riusciti a sfilare in parata con uno striscione è stato nel 2014, e il prossimo anno festeggeremo i dieci anni della nostra prima partecipazione ufficiale a Milano. Ricordo ancora l’emozione quando fummo accolti dal Toscana Pride: finalmente sembrava che esistessimo davvero. All’inizio ci sono state delle resistenze; il primo anno, a Milano, abbiamo sfilato con i supporter e non come gruppo autonomo. Poi, con il tempo, siamo riusciti a integrarci meglio. Anche oggi i nostri gruppi sono piccoli, di solito 7-8 persone, perché la comunità asessuale è ancora ridotta.

Certo, è un concetto che solo di recente ha iniziato ad essere esplorato e approfondito come merita in Italia, anche se immagino che esista da molto più tempo.

Esatto, anche se è ancora visto come una “novità”. In realtà, si parlava di asessualità già negli anni ’70, persino su Fuori!. Quel numero citava un giornale americano che affrontava il tema. Il manifesto asessuale risale addirittura al 1972, e già negli anni ’40 Kinsey aveva classificato l’orientamento asessuale con una “X” nella sua famosa scala. E, andando ancora più indietro, Karl Heinrich Ulrichs parlava di asessualità addirittura dal 1860. Quest’anno, al Pride, abbiamo distribuito un volantino per ricordare che, nonostante i media ci descrivano come una moda dell’ultima estate, in realtà siamo qui da oltre 160 anni.

Ace Week: 20 personaggi asessuali che dovresti conoscere!

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